Neil Young: “Homegrown” (2020) – di Fabrizio Medori

Neil Young ci ha abituati da parecchio tempo alle sue stranezze, ai suoi capricci – più da “Cavallo pazzo” che da “Primadonna” – e alla pubblicazione di dischi inaspettati o alla “sparizione” di lavori già pronti per la distribuzione nei negozi. In maniera ufficiale, almeno a partire dalla pubblicazione del triplo antologico “Decade” (1977), abbiamo scoperto l’esistenza di un disco mai pubblicato, “Homegrown“, che vede la luce con circa quarantacinque anni di ritardo, ai giorni nostri. Non credo siano molti quelli che speravano di poter ascoltare davvero questo disco, così come non sono sicuro che quello che abbiamo la fortuna di ascoltare oggi sia quello realmente pronto per essere dato alle stampe nella sua forma originale. L’unica cosa di cui sono sicuro è che il disco è uscito, disponibile per l’acquisto e, come afferma il suo autore, è realmente l’anello mancante della catena che parte da Harvest(1972) e poi prosegue con “Comes A Time” (1978), “Old Ways” (1985) e termina con “Harvest Moon” (1992).
Il disco si apre con Separate Ways, una ballad acustica, delicata nella sua progressione armonica non scontata e che definirei non tipicamente “younghiana”. Il suono non si discosta molto da quello di “Harvest“, ma il basso è messo maggiormente in evidenza e la chitarra slide si occupa della maggior parte degli abbellimenti melodici. Il secondo brano è Try, e si basa, almeno per quanto riguarda la strofa, sulla stessa ritmica rilassata del brano che intitola lo stesso “Harvest“: anche qui con la slide in grande evidenza, e con uno struggente pianoforte a contrappuntare la voce inconfondibile dell’autore. Subito dopo c’è Mexico, un brano accompagnato soltanto dallo stesso Young, al pianoforte. Anche qui la struttura del brano e la sua sequenza armonica mettono in risalto un momento particolarmente ispirato per il canadese. Love Is A Rose, apparsa già sulla tripla raccolta del 1977, “Decade“, è un bel country saltellante, scritto per Linda Ronstadt, in cui spicca un bell’accompagnamento suonato al contrabbasso. Il brano che intitola il disco è un tipico pezzo elettrico di Neil Young, e ricorda un po’ (Come On Baby Let’s Go) Downtown, presente su “Everybody Knows This Is Nowhere” (1969). Il brano seguente, Florida, è una performance di Young, che parla sul sottofondo, non proprio gradevolissimo, di un bicchiere fatto vibrare sfiorandolo con un dito. Il lato A del Long Playing conclude con un altro brano registrato in solitaria, stavolta con l’accompagnamento di chitarra acustica e armonica, una bella ballad che merita ampiamente la pubblicazione, il suo titolo è Kansas.
Il secondo lato parte con We Don’t Smoke It No More, un rilassato blues pianistico in cui Young sfodera un’ottima prova da armonicista, oltre ad un’interpretazione vocale originale e decisamente convincente. White Line è un duetto acustico con un altro grande chitarrista canadese, Robbie Robertson, leader di The Band, che impreziosisce con i suoi assolo un altro tipico brano voce/chitarra/armonica del Neil Young più in forma. L’atmosfera cambia radicalmente con Vacancy, un rock elettrico che non avrebbe sfigurato in un disco di Crosby, Stills, Nash & Young, magari in quel disco fantasma che avrebbe dovuto vedere la luce dopo la tournée del 1974. Ci si avvia alla conclusione con due brani pubblicati qualche anno dopo: Little Wing verrà pubblicato su “Hawks And Doves“, del 1980 e viene presentato nella già utilizzata veste chitarra/voce/armonica; Star Of Betlehem è invece presente su “American Stars And Bars”, del 1977 ed è una tipica ballata country, impreziosita dalle armonie vocali di Emmylou Harris, presente anche su Try.
Ben Keith suona pedal steel, slde e dobro; Tim Drummond suona il basso ; Levon Helm e Karl Himmel siedono dietro la batteria; Stan Szelest suona il piano in un paio di brani e Sandy Mazzeo, autore del disegno della copertina di “Zuma” (1975), si unisce al coro di We Don’t Smoke. “Homegrown” (2020), registrato tra Giugno 1974 e gennaio 1975, era pronto per la pubblicazione con tracklist e copertina già approvati ma, a quanto pare, Young, per un errore, ad una festa organizzata per far ascoltare il disco in anteprima agli amici, portò con sé la bobina di Tonight’s The Night, registrato nel 1973 e messo da parte. Il caso ha relegato questo splendido disco nel dimenticatoio per circa 45 anni ma, alla fine, la lunga attesa, condita da numerosi riferimenti a questo lavoro, fatti in tempi diversi dall’autore, è stata ampiamente ripagata da un disco che ci presenta una nuova finestra su un periodo di grande creatività compositiva per un autore dotato di un talento sterminato, incapace di seguire le logiche di mercato e dotato di una personalità capace di marchiare a fuoco ogni suo prodotto artistico.

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2 thoughts on “Neil Young: “Homegrown” (2020) – di Fabrizio Medori

  • Luglio 26, 2020 in 7:45 am
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    Ti é scappato qualche click… slde senza la vocale e la frase Lato A … il verbo…
    Simpatica presentazione dell’album.

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    • Agosto 4, 2020 in 3:18 pm
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      fa caldo… adesso dovrebbe essere a posto… grazie

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