Nanni Svampa e la nostra Milano – di Magar

La Milano degli anni settanta era molto diversa da quella attuale, non era ancora diventata la “Milano da bere“, quella che dal decennio seguente in poi si sarebbe trasformata in ciò che è oggi. Era sicuramente una grande città, già europea nella sua concezione più pura, ma tutto il resto, la moda i locali, la vernice fashion e glamour che ne fa oggi il vertice mondiale, era di la da venire, e i ricordi di quel periodo, seppur ammantati dall’alone mistico che racchiude gli anni ruggenti della nostra giovinezza, restano comunque molto vividi, venendo in nostro soccorso in questo momento difficile. I primi anni settanta, quelli duri e difficili delle lotte sociali, delle bombe e dei quotidiani scontri armati tra studenti e forze dell’ordine, tra estremisti di destra e di sinistra sono la fotografia perfetta di quel momento storico; si studiava e si lavorava, ma le ideologie politiche avevano un peso preponderante nella vita di ciascuno di noi. Anche se ci dispiace ammetterlo, eravamo tutti decisamente massificati: lo siamo sempre stati del resto. Come vestivi, cosa leggevi, chi frequentavi, cosa ascoltavi… persino quale sigarette fumavi; tutto dava l’idea di quale schieramento tu frequentassi, a quale “parrocchia” appartenessi.
Era importante essere schierati, era preponderante: non potevi esimerti dallo stare alle regole del gioco; essere considerato un conformista era sicuramente peggio di qualsiasi altra cosa. Come di li a poco avrebbe cantato Giorgio Gaber, lucido osservatore di quel periodo, “(…) Il conformista è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza, il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza, è un animale assai comune che vive di parole da conversazione (…)” Tra Eskimo e jeans lisi ma non ancora strappati e scarpe a punta su pantaloni stretti, tra contrapposizioni ideologiche di fondo e ambienti vicini ma lontani anni luce, tra piazza San Babila e via Festa del Perdono, una cosa era comune a tutti: la musica di quegli anni. Smessi i panni dell’attivismo politico, si vestivano quelli della gioventù vogliosa di nuovi orizzonti musicali: e se l’Hard Rock di stampo britannico e il Prog italiano (e quello Inglese) dominavano i nostri cuori, il mondo dei cantautori iniziava a farsi largo prepotentemente tra la miriade di note che arrivavano alle nostre orecchie. Ci si incontrava nella tipica piazzetta sotto casa, con l’ultimo disco di Neil Young, degli Zeppelin e anche dei Genesis sotto braccio, per prestarlo all’amico che ce lo aveva chiesto, ma anche con Guccini, Bennato, De Andrè: avanguardie già navigate di un esercito che avrebbe contribuito a cambiare radicalmente la musica italiana d’autore.
In tutto questo fulgore ideologico e musicale, non era raro imbattersi nella copertina di uno dei classici album di Nanni Svampa. Quelle bellissime edizioni chiamate “Antologia della Canzone Milanese” raccoglievano il consenso e sopratutto il rispetto di tutta una generazione che iniziava a scoprire l’importanza delle parole che stavano dietro alle note. Svampa ebbe il merito di portare la Tradizione Milanese nel mondo decisamente anticonformista dei giovani, facendogli scoprire George Brassens e tutto un background culturale che godeva di poca visibilità in quel periodo. Nanni Svampa era il cantore della Milano più vera, e le sue trasposizioni delle Canzoni della Mala e delle Osterie, rappresentavano quanto di più vero e puro la città avesse da offrire. Lasciati per strada i Gufi, strepitoso ensemble che influenzerà intere generazioni di musicisti e, sopratutto, cabarettisi, Nanni si faceva interprete di un repertorio popolare e verace che quasi mai cantava l’amore e le sue avventure, preferendo attingere dalla semplice vita delle strade di Milano: dotata di un umorismo mai volgare ma carico del tipico piglio satirico del Popolo, la Canzone Tradizionale Milanese raccontava una città ancora lontana dal respiro internazionale che da li a poco avrebbe iniziato ad agitarla, fatta di gente semplice che cercava di vivere nel miglior modo possibile, spesso non riuscendoci.
Sono storie semplici dietro le quali si nascondono i pochi successi e le molte sconfitte affrontate da chi ha saputo fare grande Milano. Nelle pause che si frapponevano alle estenuanti assemblee politiche, nei gruppi di studio dove si cercava di comprendere e mettere in pratica una dottrina politica ed esistenziale che credevamo fosse la sola praticabile, persino nelle giornate passate a suonare con la chitarra le poche cose che conoscevamo, Nanni Svampa era sempre presente. Ricordiamo con piacere il fatto che c’era sempre qualcuno in grado di proporre una sua canzone: un giro di chitarra semplice, e il dialetto milanese che faceva capolino sulle nostre labbra poco avvezze a questi suoni. Svampa è stato tutto questo e molto di più, con una lucidità e una coerenza tipica dei grandi, e il fatto che oggi tutto questo sia caduto in disuso ci priva di una delle ormai rarissime memorie storiche alle quali aggrapparci per non soccombere alla quotidiana dose di barbarie che chiamiamo globalizzazione.
Avremmo bisogno di riscoprire cose come queste, semplici note in grado di essere suonate in ogni dove, scevre da ogni connotazione politica, limpide, fresche e in grado di ricordarci da dove veniamo, di ridarci un briciolo della dignità perduta, Troviamo molto attuale il messaggio che si cela dietro queste note: è un messaggio che ha un nome essenziale, senza il quale siamo destinati a soccombere al lucido progetto di annichilazione al quale siamo sottoposti. Si chiama Cultura, e non dobbiamo mai smettere di cercarla.

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