Muse: “Space Dementia” (2001) – di Warden

L’unico rumore è il silenzio. L’assenza totale di rumori dello spazio profondo insieme mi rilassa e inquieta, un curioso ossimoro di sensazioni che mai avrei pensato di provare nella mia vita. Certo non avrei pensato di finire per diventare un astronauta, realizzando il sogno di ogni bambino; eppure eccomi qui, solo tra le stelle. Non c’è più grande solitudine di chi viaggia per il cosmo, sperduto in un mare buio e infinito dove non esiste giorno o notte. Niente orizzonte. Non so dove sto andando, so solo che sono un esploratore e che ho una missione da cui dipende il futuro della mia specie. Abbiamo scavato troppo a fondo, siamo stati troppo avidi e abbiamo fatto a pezzi il nostro pianeta. Era un dono che l’universo ci aveva fatto e l’abbiamo gettato via, acciecati dalla brama di potere.
Ho poco tempo, devo trovare un nuovo mondo abitabile o sarà la fine per tutti noi. Altre navi sono partite prima della mia; spedizioni finanziate con ogni risorsa disponibile, quando ancora esistevano risorse, con equipaggi numerosi e ben addestrati. Erano i migliori di noi. Sono partiti ormai tanti, troppi anni fa; ero troppo piccolo per ricordarlo, ma so che nessuno ha mai fatto ritorno. E ora eccomi qui, ultima speranza per la mia specie. Vago per l’universo sull’ultima nave spaziale disponibile, un catorcio in confronto ai mezzi che i miei predecessori avevano a disposizione. E io? Un novellino rispetto a loro. Sono troppo giovane e ho completato l’addestramento in fretta e furia perché ero l’unico che potesse partire. Non c’era più tempo. Non c’è più tempo. Una volta l’avevamo, ce ne siamo fregati ed ecco qua: la fine di ogni cosa. Chi voglio prendere in giro? Non arriverò da nessuna parte, morirò qua fuori, solo e disperato, e per di più con la consapevolezza di non essere riuscito a salvare nessuno.
Di colpo però le cose cambiano. Gli strumenti di bordo individuano un pianeta abitabile. Non mi sembra vero. Ha caratteristiche simile al nostro mondo: distanza dal sole, atmosfera, acqua allo stato liquido. È perfetto. Ancora incredulo, avvio la procedura di atterraggio. Per l’emozione rischio di premere i tasti sbagliati e fare un disastro. Non mi sembra vero. In testa ho un solo pensiero che, per quanto possa essere prematuro, è lì piantato e non se ne vuole andare: ce l’ho fatta. Ho salvato tutti. Mi reggo al sedile e, mentre l’astronave atterra, mi guardo attorno cercando di catturare più particolari possibile, mentre un misto di forze contrapposte mi scombussola le viscere. Cielo azzurro, un mare blu e profondo, vasti spazi verdi. Questo luogo è perfetto per ricominciare. Lo stomaco mi finisce in gola, non c’è addestramento che tenga per questi momenti. Sono così emozionato che neanche mi accorgo di quanto sono scombussolato, perché lo shock emotivo supera di gran lunga quello fisico.
Poi, ecco la fregatura. Dietro ogni cosa bella c’è sempre una fregatura, no? Più mi avvicino e più i dettagli si fanno chiari: cielo grigio cemento, città in rovina, frammenti di una civiltà un tempo forse florida ma ora patetica, esseri che si credevano potenti e intelligenti come noi e poi si sono distrutti con le loro stesse mani. Sono costretto a completare l’atterraggio dato che ero ormai arrivato a terra. Guidato ormai più dalla curiosità che dall’utilità vera e propria di questa sosta scelgo il primo posto che mi capita, mi fermo nel bel mezzo della piazza di una grande città; tanto non c’è nessuno di vivo che possa lamentarsi per la mia presenza o protestare perché gli ho fregato il parcheggio.
Indosso la tuta protettiva per precauzione, anche se gli strumenti indicano che l’atmosfera è respirabile non voglio rischiare. Apro il portello, scendo, il piede sinistro mi scivola su un fogliaccio. Mi chino e lo raccolgo. Riconosco il materiale: carta, usavamo anche noi questa roba. Sembra un giornale o qualcosa del genere. Questa civiltà scrive in caratteri che non capisco ma dall’immagine in copertina, una gigantesca esplosione, deduco cos’abbia causato la fine di tutto. Lascio cadere il foglio, mi guardo intorno e sospiro sconfortato, pronto a riprendere il viaggio. L’unico rumore è il silenzio.

Post-scriptum: Se il protagonista della storia avesse saputo leggere l’inglese avrebbe letto questo titolo:
New York Times: Guerra Nucleare: siamo condannati?

H-8 is the one for me / It gives me all I need / And helps me coexist / With the chill
You make me sick / Because I adore you so / I love all the dirty tricks
And twisted games you play / On me / Space dementia in my eyes and
Peace will arise / And tear us apart / And make us meaningless / Again
You make us wanna die / I’d cut your name in my heart / We’ll destroy this world for you
I know you want me to / Feel your pain / Space dementia in my eyes and
Peace will arise / And tear us apart / And make us meaningless / Again / Ooooh.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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