Murple: “Io sono Murple” (1974) – di Alessandro Freschi

È praticamente impossibile che ad un cultore delle registrazioni domestiche di fine millennio scorso non possa essersi presentata occasione di confrontarsi con una musicassetta o una VHS bollata BASF. Chi più, chi meno, ha stretto tra le proprie mani un supporto magnetico prodotto dalla titanica compagnia chimica di Ludwigshafen, per decenni punto di riferimento nella ricerca tecnologica sulla registrazioni dati e del conseguente sdoganamento di apparecchiature come autoradio, walkman e lettori video. Sono in pochi però ad essere a conoscenza del fatto che questo colosso teutonico (al quale si deve l’emissione su scala industriale di uno dei primi coloranti sintetizzati, l’indaco) nel 1973 abbia osato addentrarsi nel mercato discografico italiano costituendo una label, la BASF Fare, con sede in Milano. Un’esperienza assolutamente fugace che non incontrò gli auspicati consensi, come testimoniato dal ridotto numero di titoli contenuto nel catalogo lasciatoci in eredità. Un vero peccato perché l’etichetta nel biennio di attività era riuscita a radunare alla propria corte valevoli artisti, perlopiù legati all’ambiente jazz, in grado di realizzare interessanti opere prime, indubbiamente meritevoli di ben più di una semplice attenzione. Dagli Opera Puff (“Chi Tocca Muore) a Gianfranca Montedoro (Donna Circo) cantante catanese già voce dello sperimentale ensemble Living Music, sino a giungere ad un quartetto che si era dilettato nel comporre un concept-album incentrato sul chimerico viaggio di un uccello antartico: i Murple.
Era stato il talent-scout Roberto Marsala a scritturare la band romana per la neonata BASF Fare dopo averla ammirata nel giugno 1973 in occasione della tre giorni musicale promossa dagli Osanna al Villaggio Kennedy di Camaldoli (Be-In’ Pop Festival), una sorta di Woodstock all’italiana alla quale aveva preso parte, al fianco dei mostri sacri Peter Hammill ed Atomic Rooster, il fior fiore dello scenario prog (o pop come si diceva allora) nazionale. Il progetto Murple aveva preso forma un paio di anni prima su iniziativa degli amici d’infanzia Duilio Sorrenti e Mario Garbarino. Rispettivamente batterista e bassista, il duo aveva coinvolto un promettente studente del Conservatorio Santa Cecilia (il tastierista Piercarlo Zanco) e un giovane chitarrista con velleità canore (Pino Santamaria) ed iniziato ad esibirsi, con apprezzabili consensi, nei locali della Capitale. La scelta del monicker era ricaduta su Murple, nome con il quale John, un comune amico-musicista d’oltreoceano, nei suoi deliranti racconti, amava battezzare un immaginario pinguino nudo ed alto oltre due metri che asseriva vivergli costantemente al fianco. Un’ispirazione decisamente fulgida che la formazione non aveva esitato a trasferire negli orditi narrativi dell’ecologico debut-act. Registrato in presa diretta nei tecnologici studi di registrazione Chantalain sulla via Aurelia, nei quali Bobby Solo assurge alla carica di competente ‘padrone’, “Io Sono Murple” (1974) sviluppa il suo canovaccio ruotando intorno alle peripezie di un animale in frac che, partito dalle polari lande d’origine alla ricerca della libertà, dopo aver fatto la propria conoscenza con l’essere umano si era ritrovato dapprima remissivo fenomeno da baraccone in un circo ed in seguito prigioniero in uno zoo, domiciliato su un inverosimile iceberg di plastica.
Una storia semplice, a tratti ingenua, compressa in due lunghe e simmetriche suite (sei movimenti ciascuna) dalle atmosfere classico-emersoniane nelle quali le tastiere (in particolar modo l’innovativo synt ARP Odissey) di Zanco incarnano la parte del leone, dove spiccano nitide le accelerazioni della sezione ritmica e, prerogativa non replicabile in molti album d’epoca, i limitati spazi riservati al cantato si rivelano all’altezza del contesto strumentale. Di assoluto livello, la grafica fantasy della copertina apribile ideata da Impiglia e Mancini, abile tandem già al fianco di autorevoli artisti della scuderia RCA quali Il Rovescio della Medaglia (
Contaminazione), The Trip (Atlantide) e Claudio Baglioni (loro il collage di Gira che ti rigira amore bello). Malgrado l’ottima impressione destata in occasione del Festival Pop tenutosi dal 25 al 27 Maggio 1974 a Villa Pamphili (Roma), il passaggio sulla rete nazionale come ospite del varietà Alle Sette della Sera condotto da Gianni Morandi e Anna Maria Rizzoli ed alcune ottime recensioni sulle riviste specializzate dell’epoca (Ciao 2001, Nuovo Sound), la formazione capitolina si rende ben presto conto di non essere in grado di dare seguito all’originale opera prima.
Il battage pubblicitario originariamente lusingato dalla BASF si rivela ingiustificatamente inesistente ed i Murple inclinati al proprio destino. L’inesorabile tramonto del movimento pop nella seconda metà dei settanta contribuisce fatalmente al definitivo accantonamento del progetto. Ad esclusione di Santamaria (richiamato dal servizio militare e sostituito da Roberto Puleo), il resto del nucleo originario intraprende così una fruttuosa collaborazione artistica con Mal, ex leader dei Primitives, avventurandosi per due anni in una esaltante
tournée, che conosce il suo compimento nelle aride terre di Medio Oriente. Bizzarra destinazione, pensando agli algidi deserti di ghiaccio dai quali erano salpati, solo qualche tempo prima, in compagnia di un gigantesco amico in frac.

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