Modena City Ramblers: “I Cento Passi” (2004) – di Cinzia Pagliara

Ce la metteva da sempre tutta per non perderne per strada neanche uno. Più erano “a rischio” più investiva energie e parole, inventandosele se necessario, per farsi capire, per avvicinarsi al loro linguaggio sgrammaticato e poverissimo che li rendeva “diversi”, apparentemente forti e per questo fragilissime prede della delinquenza. Raccontava loro storie di coraggio, di possibilità, di impegno. “Ma io mi annoio” ripeteva F. in un dialetto che lei aveva imparato a comprendere con il tempo. Non c’era niente che potesse coinvolgerlo. Vagava per i corridoi, in cerca di qualcuno a cui dare fastidio, inquieto più che irrequieto. Un’anima vagante, sola per destino. Non si era arresa e, dopo una serie infinita di “io mi annoio”, aveva cominciato a trovarselo in classe anche nelle ore non previste. “Sto buono, giuro. Posso stare?”: era diventato la sua ombra. Lei gli affidava la sua borsa, i suoi libri, le sue scartoffie. E aveva sempre una merenda in più per lui, che ormai non correva più dietro i compagni, perché aveva il nuovo titolo di “responsabile dell’ordine” e il badge sulla maglietta gli piaceva proprio tanto.
Poi il 23 maggio a Palermo per la “giornata della legalità”, proprio lui che le aveva raccontato con esattezza e dettagli come si faceva, nel suo quartiere, a dare l’allarme quando stavano per arrivare gli sbirri, lui che parlava con naturalezza di spaccio, di piccoli furti, di mafia. Anche quella volta Palermo il 23 maggio era stata una festa di ragazzi, di striscioni, di lenzuoli bianchi alle finestre, di canti in coro. Lui guardava con gioia, la gioia che si può avere a 13 anni quando si è insieme ai compagni, quando niente sembra impossibile. Quando niente davvero lo è. Lo aveva creduto anche lei, guardandolo reggere lo striscione con il nome della scuola, mentre dietro i compagni sventolavano quaderni rossi, decine e decine di agende, in ricordo di Borsellino.
F. cantava con gli altri, stonato e sudato “…uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passi” e lei aveva provato un misto di orgoglio e commozione. Era stato un vero 23 maggio. Ma la scuola dura un attimo. Quando finalmente hai ottenuto fiducia e cominci a essere ascoltato, il tempo a tua disposizione è finito, suona l’ultima campana, mangi l’ultima merenda, canti l’ultima canzone stonata. Poi, per quasi tutti, inizia una nuova fase di studio. Per altri, invece, inizia la vita. Quella senza filtri, senza difese da parte di un bidello che controlla o di un prof. che racconta storie e insegna parole che potrebbero salvare. Così era stato per F. Poi poche notizie, la certezza che era tra i “dispersi”, quelli che a scuola non vanno più, quelli che “speriamo che non finisca male“. Fino a quel titolo che diceva che in due erano stati arrestati per furto in un garage e sotto la foto segnaletica di F., gli occhi diversi, incattiviti, freddi.
Non ce l’aveva fatta. Non erano bastate le parole, le storie, non era bastata Palermo, non era bastata la scuola a fargli credere davvero che avrebbe potuto farcela. Non era bastata lei. Accettò la sconfitta, si fece scorrere addosso la commozione e la delusione. Anche questo aveva imparato: la scuola non sempre basta. Ma non può fare nemmeno un passo indietro, mai. Perché, comunque si concludano le storie e comunque procedano le vite, la Scuola insegna a contare e a camminare “uno, due, tre, quattro, cinque, dieci, cento passi”. Insegna a provare, a sbagliare, a rialzarsi. Chissà quanti altri F. aspettavano già le sue storie.

Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio.
Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di Giustizia che lo portò a lottare.
Aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato.
Si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un’ideale ti porterà dolore.
“Ma la tua vita adesso puoi cambiare solo se sei disposto a camminare, gridando forte senza aver paura
Contando cento passi lungo la tua strada”.
Allora… 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi! 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi!
Poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare.
Gli amici, la politica, la lotta del partito. alle elezioni si era candidato.
Diceva da vicino li avrebbe controllati, ma poi non ebbe tempo perché venne ammazzato.
Il nome di suo padre nella notte non è servito, gli amici disperati non l’hanno più trovato.
“Allora dimmi se tu sai contare, dimmi se sai anche camminare, contare, camminare insieme a cantare
La storia di Peppino e degli amici siciliani”.
Allora… 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi! 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi!
Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del nove maggio settantotto.
La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno stato.
“Allora dimmi se tu sai contare, dimmi se sai anche camminare, contare, camminare insieme a cantare
La storia di Peppino e degli amici siciliani”.

Allora… 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi! 1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi!

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