Mina: “Se telefonando” (1966) – di Francesco Picca

La capitolazione di un amore ha ispirato una quantità infinita di chiose letterarie e cinematografiche. Tra le più famose del grande schermo vi sono sicuramente quelle di “Via col vento” e “Casablanca“. Nella prima, un granitico Clark Gable si congeda dall’intorpidita Vivien Leigh con “Ne ho abbastanza di tutto; cerco la pace” e poi, rispetto all’assalto disperato della donna, inforca l’uscio scandendo un poderoso “Francamente me ne infischio”. Nella seconda pellicola il risoluto Humphrey Bogart carica su un aereo la spaurita Ingrid Bergman e la convince con un laconico “Tu devi partire con Victor, tu appartieni a lui”. Tutto questo accadeva quando gli unici modi per sotterrare un amore, al netto di sopraffine tecniche escatologiche, erano la presa di petto della situazione, “vis à vis“, o tutt’al più la stesura in corsivo di quattro parole che sapessero di addio. Poi, in soccorso dei meno coraggiosi, l’era tecnologica ha elaborato altri mezzi molto più veloci e di più facile utilizzo. Il più evoluto, al momento, è il dannatissimo messaggino WhatsApp, croce e delizia delle coppie giunte al capolinea, lima provvidenziale per anime pigre ridotte al gabbio. Nel mezzo, con una carriera che ha superato di gran lunga i centocinquant’anni, si colloca l’apparecchio telefonico, quello tradizionale intendo, con tanto di cornetta e filo. Un filo mai abbastanza lungo per dipanare parole contorte o per assecondare camminate nervose nel raggio asfittico avente come perno quella diavoleria parlante.
Nella primavera del 1966 la RAI programma il varietà “Aria condizionata”; parte dei contenuti sono affidati agli autori Maurizio Costanzo e Ghigo de Chiara. Tra i loro compiti c’è l’individuazione di due sigle, una di testa e una di coda. In soccorso giunge l’arte del Maestro Ennio Morricone che offre uno spunto musicale tanto poco comprensibile quanto geniale: giocare con le sonorità attorno a una breve sequenza di note ispirate dalla sirena della polizia di Marsiglia. La metrica che Costanzo cuce su questo impianto compositivo rende il brano un vestito perfetto per le curve vocali di Mina Mazzini e per la sua inarrivabile abilità nell’articolare crescendo vertiginosi. Nasce così la canzone Se telefonando (BMG Ricordi, 1966), pubblicata nel formato 45 giri insieme a un brano scritto da Gianni Boncompagni, dal titolo No. Le due tracce vengono poi inserite nell’album “Studio Uno 66” (Ri-Fi 1966), nono lavoro discografico di Mina, clamoroso successo da un milione di copie. Le note pensate e orchestrate da Morricone sono affidate agli archi e ai fiati, e stendono un confortevole tappeto preparatorio alle digressioni armoniche e alle transizioni di tonalità di Mina, consentendole di modulare la voce in base al racconto di una storia d’amore mai davvero decollata, bloccata al momento della passione, declinata al tempo condizionale significando così tutta la precarietà di un rapporto infilatosi nel vicolo cieco dell’occasionalità.
Al telefono, marchingegno pensato per collegare, per connettere, per avvicinare, spetta l’ingrato compito di allontanare, di separare, certificando il fallimento della più controversa delle attitudini umane, spesso schiacciata dalla sua stessa componente conflittuale. L’interpretazione di Mina rende sostanziale il proprio talento indiscusso e trasferisce all’ascoltatore tutta la fragilità, le incomprensioni, persino la sottile superficialità di un impegno affrettato tra due persone quasi sconosciute che si sono incrociate casualmente davanti al mare e hanno trovato un contatto nelle loro mani. Mina sostiene anche il tenore di un altro pensiero, e cioè un velato timore rispetto alle prospettive e a una visione non del tutto chiara di ciò che si vuol chiedere a questa relazione. Alla fine le domande non verranno pronunciate, forse per paura delle risposte. Al telefono, in ogni caso, resta affidata la custodia di questa singola storia e di altre innumerevoli storie che hanno colorato un’intera epoca in cui la tecnologia è venuta in soccorso della fragilità umana e, talvolta, invece, ha reso fragile ciò che ha toccato.

Lo stupore della notte / Spalancata
Sul mar / Ci sorprese che eravamo sconosciuti io e te
Poi nel buio le tue mani / D’improvviso
Sulle mie / É cresciuto troppo in fretta
Questo nostro / Amor / Se telefonando io potessi dirti addio
Ti chiamerei / Se io rivedendoti fossi certa che non soffri
Ti rivedrei / Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta
Ti guarderei / Ma non so spiegarti
Che il nostro amore appena nato / È già finito
Se telefonando io volessi dirti addio / Ti chiamerei
Se io rivedendoti fossi certa che non soffri / Ti rivedrei
Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta / Ti guarderei
Ma non so spiegarti / Che il nostro amore appena nato
È già finito

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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