Mike Watt: “Coincidence Is Either It Ot Miss” (1995) – di Alex De La Iglesia

Quando si ha una passione che ti porta a partecipare a eventi pubblici come concerti, proiezioni cinematografiche o presentazioni di libri, può capitare spesso di tornare a casa con una foto o un autografo del personaggio protagonista di tale evento. A me è successo diverse volte, ma una in particolare la ricordo con piacere e nostalgia. Torino, Novembre 2009. Un autunno decisamente freddo e piovoso quello che accompagna i miei primi mesi nel capoluogo sabaudo. Dopo aver abbandonato il clima mite e solare della Puglia per studiare al Nord, ambientarsi risulta più ostico del previsto. Quale miglior palliativo se non un bel concerto per addolcire quelle gelide giornate piemontesi. Per pura coincidenza, verso metà Novembre leggo su un volantino in un negozio di dischi che da lì a due settimane, esattamente il 2 Dicembre, ci sarà Mike Watt in concerto allo United (oggi chiuso) in Corso Vigevano. La serata in questione si prospetta in salita, dal momento che avrei dovuto viaggiare in solitaria, in bus, quasi un’ora per raggiungere una zona a me ignota e a detta di alcuni poco raccomandabile. Essendo in quei giorni senza auto e a corto di compagnia con la quale condividere la passione per manifestazioni di nicchia, modo gentile per evitare l’espressione “per quattro gatti”, mi appresto a vivere con una certa adrenalina quello che sarebbe stato il mio primo concerto da solo.
Arrivato al locale due ore prima dell’inizio mi rendo conto di essere in compagnia di pochi avventori in giacca di pelle che bevono birra e bestemmiano in modo colorito, parlando con il barista e giocando a biliardino. Situazione a suo modo accogliente. Nell’attesa bevo anche io una birra e do un’occhiata a foto e cimeli esposti nelle teche sparse in sala. Quel luogo è un autentico
tempio della musica rock e, sentendomi a casa, non posso evitare di fare domande al barista riguardo al passato e al presente del locale, nonché dell’immediato futuro con l’ospite della serata. Con la sua mitezza il barista mi racconta qualche simpatica storia e mi informa anche che Mike Watt e la band che lo supporta arriveranno a breve per consumare un pasto prima di esibirsi. Che fantasmagorica coincidenza, penso, questa che molto probabilmente mi permetterà di scambiare opinioni per qualche minuto con una leggenda vivente della musica punk. Non è casuale che io parli di minuti pensando al bassista fondatore della seminale band dei Minutemen, ma quando finalmente l’incontro si realizza il tempo va ben oltre quello che avrei immaginato. Mr. Watt e The Sailor’s Dream (Il Sogno del Marinaio) entrano nel locale silenziosamente salutando il barista e il resto dello staff, ad accoglierli anche io con il mio inglese acerbo e scolastico (solo nel 2015 sarei partito alla volta del Regno Unito per migliorarlo).
Un siparietto alquanto comico poiché non ancora conscio del fatto che gli altri due musicisti sono Italiani,
Andrea Belfi (batteria, voce e tastiera) e Stefano Pilia (chitarra) rispettivamente da Bologna e Verona. Perfettamente conscio invece che il mio atteggiamento può essere quello di un rompiscatole, ma non mi importa, li accompagno nel backstage aiutandoli con i loro bauli al seguito. Terminato questo trasloco, sediamo al tavolo in attesa della cena mentre inizia il singolare scambio di battute che durerà quasi un’ora, dilungandosi tra il loro pasto pre-concerto e la mia seconda birra sorseggiata sforzandomi di fare domande non banali e soprattutto comprensibili. Contro la mia tensione, ci sono la tranquillità e l’umiltà disarmanti di Watt che ride, scherza e mi fa anche domande come fossimo vecchi amici. In effetti la conversazione prende quella piega, e se da un lato io lo rendo partecipe della passione mia e dei miei amici storici per la sua musica (Minutemen, fIREHOSE), lui è incuriosito della mia conoscenza di gruppi punk dei quali non aveva notizie da tempo (come i Controllers di Los Angeles). Ormai preso bene mi racconta anche aneddoti della sua vita attuale e dei suoi amici, ovvero altra gente per la cui conoscenza darei via entrambe le braccia, come Henry Rollins, Ian MacKaye, Glenn Danzig e ovviamente Iggy Pop con il quale suona negli Stooges.
Infine ci tiene a spiegarmi il motivo del nome
The Sailor’s Dream, dovuto alla memoria di suo padre marinaio e al fatto che porta sempre con sé l’amore viscerale per il mare, come dimostra la sua collanina con un’ancora. Terminato il piatto di fettuccine al ragù, Watt si congeda e mi augura buona fortuna per tutto. Mentre restano a tavola Belfi e Pilia, ai quali chiedo sbigottito: “Ma voi come diavolo vi trovate a suonare con Mike Watt?”. Mi rispondono che qualche anno prima hanno conosciuto Mike in occasione di un festival a Bologna, e dopo una chiacchierata e uno scambio di contatti ecco realizzato un progetto musicale. Altra coincidenza della vita, penso. La serata prosegue con il concerto, all’insegna del loro interessante rock sperimentale, ovviamente visto in prima fila. A spettacolo terminato viene giù una bomba d’acqua, una delle tante sotto le quali mi troverò nella città piemontese. Pertanto decido di chiamare un taxi, essendosi fatta ormai una certa ora e non sapendo ancora dell’esistenza degli autobus notturni della GTT, che in altre occasioni saranno la mia salvezza. Tornado a casa realizzo quanto sia stata assurda l’esperienza vissuta quella sera, e quante cose le fortuite coincidenze possono portare nella vita.

Last night / Last night / Last night / I dreamt of Pedro
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