Mike Oldfield: “Tubular Bells” (1973) – di Maurizio Pupi Bracali

Nel 1973, anno di pubblicazione di “Tubular Bells” (Virgin Records), Mike Oldfield compiva vent’anni. Il polistrumentista britannico si era già fatto notare come buon chitarrista alla corte del folletto Kevin Ayers in un paio di ottimi album dell’ex Soft Machine, anche se non si poteva considerare uno strumentista funambolico o particolarmente virtuoso. Forte di un grande senso di indipendenza che aveva già manifestato in un paio di trascurabili esperienze a suo nome nel pre-Kevin Ayers, Oldfield in quell’anno si sgancia da quest’ultimo per buttarsi a capofitto nella sua principale opera musicale, proprio quel “Tubular Bells” che diverrà album iconico, pietra miliare della discografia albionica e punto di partenza per l’immensa fortuna economica che farà di Richard Branson (Virgin) uno degli uomini più ricchi del mondo, partendo da gestore di un piccolo negozio di dischi a proprietario persino di scuderie automobilistiche di formula 1 e di compagnie aeree. È lui, è Richard Branson che benché giovanissimo scommette su Mike Oldfield trasformando quel negozio di dischi in uno studio di registrazione, fondando un’etichetta discografica storica che chiamerà Virgin e facendo incidere a quel giovane polistrumentista un disco, il primo di quella sua etichetta, che diverrà epocale e conosciutissimo in tutto il mondo.
Quell’album vanta principalmente la particolarità di Oldfield che suona una ventina di strumenti avvalendosi solo di uno sparuto gruppo di collaboratori quali Vivian Stanshall in veste di maestro di cerimonie che elenca con il suo vocione una parte degli strumenti suonati da Oldfield, Jon Field ai flauti così come Lindsay Cooper, oltre al coro a bocca chiusa Nasal Choir, Steve Broughton alla batteria, il Manor Choir e le signore Mundy Ellis e Sally Oldfield ai cori. Benché Oldfield provenga musicalmente dall’entourage del rock Canterburyano non vi è traccia in “Tubular Bells” del sound tipico di quella splendida congrega di musicisti, potendo invece ascriversi nell’ambito del progressive rock con le due lunghe suites spalmate sulle due facciate del vinile che con i vari movimenti pongono continui cambiamenti di rotta che vanno da momenti lenti e suggestivi a schitarrate rock, da situazioni liturgiche ed acustiche, ai fraseggi pseudo-celtici in più parti dell’album, compreso il convulso finale accelerato chiamato in seguito Sailor’s Hornpipe, quando il disco è invece semplicemente diviso in Part 1 e Part 2.
L’album alla sua uscita ebbe un successo immediato e clamoroso complici anche la bella e riconoscibilissima copertina con le campane tubolari del titolo sospese tra cielo e mare e l’inserimento di un paio di frammenti della Part 1 nella colonna sonora del film di grande successo “L’Esorcista” (1973) di William Friedkin, uscito nello stesso anno e probabilmente anche grazie a una sorta di elementarità diffusa che lo fece apprezzare sia al musicalmente colto che al meno conoscitore dei fondamenti della musica, poiché tutti i vari mo(vi)menti delle due suites sono piuttosto semplici, facilmente memorizzabili e ripetitivi (a volte oltremodo ripetitivi) in contrasto a certi contorcimenti più cerebrali di altro rock progressivo dell’epoca, risultando alla fine un’opera semplice e di facile ascolto per chiunque e ridimensionando quel disco che all’epoca della sua pubblicazione fu opera d’avanguardia e originale ma che l’urto del tempo ha ridotto a prodotto leggerino, a tratti noiosetto, piuttosto ripetitivo e incline a quell’atmosfera pseudo-mistica che si sarebbe, poi, chiamata New Age.
Mike Oldfield riscosse ancora un buon successo con l’album successivo “Hergest Ridge” (1974) che, trainato dal clamoroso successo delle campane tubolari e ripetendone la formula, balzò primo in classifica scalzando proprio il suo fratello maggiore che la dominava. In seguito altre opere più opache spalmate su una trentina di album che tentarono di replicare la formula vincente di quel primo disco, riproposto anche in diverse versioni tra live, orchestre sinfoniche e aperti richiami (i “Tubular bellsII e III, oltre al “Millennium Bells” del 1999 e al “Tubular Bells 2003”) non raggiunsero più il grande successo commerciale, relegando Oldfield a una lunga e discreta carriera ma senza particolari impennate creative. Approcciandosi poi discograficamente nel mondo del pop e della dance, il chitarrista ebbe ancora un grande successo con il singolo-canzonetta Moolight Shadow, tratto da “Crises”, album pop del 1983, interpretato dalla cantante Maggie Reilly ma, il planetario successo di “Tubular Bells” e la sua fama stratosferica non verranno mai più replicati.

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