Michael Poore: “Reincarnation Blues” (2017) – di Alessandro Gasparini

Quante volte la mente vola regalandoci quella strana sensazione di déjà vu. In quei momenti si ha quasi l’impressione di riconoscere dettagli di una vita diversa da quella che stiamo realmente vivendo. Anche il compianto Franco Battiato durante la sua carriera ha incrociato spesso il tema, tirando in ballo la trascendenza, le esistenze ultra-terrene e la reincarnazione. Da tempi immemori la reincarnazione è appunto questione che stuzzica i pensieri umani, nella speranza che quel qualcosa dopo la morte possa portare a nuova vita, auspicabilmente migliore. È proprio l’idea del rinnovo ciclico di questo processo alla base del romanzo “Reincarnation Blues”. Opera dell’autore statunitense Michael Poore, il quale afferma anche di poter comunicare con gli animali, viene pubblicata nel 2017. La storia ha come protagonista Milo, un’anima antichissima con 9.995 vite vissute alle spalle. La peculiarità di tale soggetto è la voglia di continuare all’infinito la giostra che lo ha portato nei più disparati contesti e epoche lungo la linea del tempo, vestendo i panni di svariate tipologie di esseri umani, animali e altro nei più impensabili angoli dell’universo. Egli gode inoltre del particolare status di “amante” della fascinosa Suzie, la quale altri non è che la personificazione della Morte.
Tuttavia, preso dalla passione per tutto ciò,
Milo ignora che il suo tempo non è eterno. Gli restano infatti solo cinque vite per raggiungere l’obiettivo del Nirvana, ovvero la perfezione, altrimenti verrà cancellato e relegato nel nulla cosmico. Da qui inizia la corsa, irta di ostacoli e colma di imprevisti e incomprensioni, alla ricerca della perfezione.
A metà tra dark comedy e fantasy, il racconto è condito con buone dosi di metafisica, sci-fi e violenza che lambisce quasi l’horror.Reincarnation Blues” colpisce l’animo umano nelle sue certezze ma anche in tutte le imperfezioni. Il viaggio di Milo viene riportato con leggerezza e humor, sfiorando tutti i sentimenti. La gioia e l’amore sono alternati senza soluzione di continuità alla follia e alle crudeltà che hanno permeato, e permeano tutt’ora, il percorso dell’umanità. Come in un giro blues, le corde della sensibilità umana sono ripetutamente pizzicate nelle esistenze di Milo. Pur essendo il protagonista del suo film, egli potrà contare sull’aiuto e i suggerimenti dei personaggi che popolano le sue vite e, soprattutto, i passaggi nel limbo che separa queste.
Una lettura caldamente consigliata a coloro i quali vorrebbero volare verso un’alternativa alla
routine quotidiana, e perché no, anche a chi gioco forza trotterella da un luogo all’altro come un gitano che, alla fine, ambisce proprio ad una perfetta stabilità.
Tornando a Franco Battiato, che alla reincarnazione è sempre stato affezionato, direi che l’opera di Poore va decisamente a braccetto con il brano Caffè de la Paix, prima traccia dell’omonimo album capolavoro uscito nel lontano 1993. La canzone in oggetto, che contempla il pensiero del filosofo armeno Georges Ivanovič Gurdjieff (18721949), è incentrata sul passaggio tra il sonno e la veglia come momento durante il quale il conscio incontra l’inconscio, rivelandoci le verità delle vite passate.

Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale / dopo aver viaggiato dentro il sonno.
L’inconscio ci comunica coi sogni / frammenti di verità sepolte:
quando fui donna o prete di campagna / un mercenario o un padre di famiglia.
Per questo in sogno ci si vede un pò diversi / e luoghi sconosciuti sono familiari.
Restano i nomi e cambiano le facce / e l’incontrario: tutto può accadere.
Com’era contagioso e nuovo il cielo…. / e c’era qualche cosa in più nell’aria.
Vieni a prendere un tè / al “Caffè de la Paix”? / su vieni con me.
Devo difendermi da insidie velenose / e cerco di inseguire il sacro quando dormo
volando indietro in epoche passate / in cortili,in primavera.
Le sabbie colorate di un deserto / le rive trasparenti dei ruscelli.
Vieni a prendere un tè / al “Caffè de la Paix”? / su vieni con me.
Ancora oggi, le renne della tundra / trasportano tribù di nomadi
che percorrono migliaia di chilometri in un anno…
E a vederli mi sembrano felici, / ti sembrano felici?

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