Massimo Volume: “Il Primo Dio” (1995) – di Sandra Tornetta

Difficile dare una voce autentica alle espressioni dell’infelicità umana. Difficile sempre, quasi impossibile oggi. Oggi essere infelice è un tabù. Non bisogna dirlo, non bisogna manifestarlo: pena la solitudine. Nessuno vuole dividere il proprio tempo e il proprio spazio con una persona infelice, sembra quasi possa trattarsi di una malattia contagiosa. Ma si è più soli quando si è soli o quando si beneficia di false compagnie? Certo, Aristotele aveva già etichettato l’uomo come zoon politikon, un animale sociale, e recenti studi hanno evidenziato l’incapacità dell’uomo di svilupparsi in una condizione di totale isolamento. Pazienza, socializziamo. Cosa significa stare insieme agli altri? La società si muove nella costruzione di significati che si determinano in base a processi di interiorizzazione: per dirla con Peter L. Berger e Thomas Luckmann, la realtà stessa sarebbe una costruzione sociale, in cui ogni sé riflette gli atteggiamenti che gli altri hanno nei suoi confronti all’interno di un processo di interazione. Come dire: stiamo conversando, io mi esprimo come soggetto visto che tu mi riconosci come tale e contemporaneamente io sono così perché entro nel tuo mondo. L’identità allora non è più un concetto stabile ma fortemente oscillante, volatile, continuamente sottoposto alle minacce di oggettivazioni linguistiche contrastanti, nonché temporanee. Pirandello docet. In un periodo come questo, in cui sempre più si tende ad oggettivizzare piuttosto che ad interiorizzare, viene appiattita nello stereotipo qualsivoglia velleità di emancipazione dall’omologato centro.
Così, coloro che esprimono il proprio dissenso, la propria estraneità a modi e situazioni politically correct, o più semplicemente coloro che danno voce alla propria infelicità, vengono emarginati, trattati come dei reietti, gente da non frequentare. E proprio come se l’infelicità fosse bandita dalla vasta gamma di variabili previste dal nostro codice emotivo, si assiste alla creazione di un nuovo tabù sociale, profondamente moderno: oggi l’infelicità incute terrore. Infatti, questi sapienti e macchinosi generatori di stereotipi sono gli stessi che aborrono la musica classica ma che fanno finta di amarla perché socialmente accettata; che considerano Giacomo Leopardi un povero depresso e i cantautori degli sfigati e quando lo dicono a cena fra amici di solito ricevono un sonoro plauso e grasse risate di contorno. Questi signori sconoscono il concetto di sublime, una parola che oggi viene erroneamente accostata ad una certa idea di confort e di bellezza ma che invece è esattamente il suo contrario, è l’orrendo che affascina, è il sub-limen, tutto ciò che sta sotto la soglia più alta, che si avvicina all’ineffabilità, all’estasi. Viva i margini dunque, viva l’infelicità e viva tutti gli altri apparati umani che ci rendono fallibili, fragili, imperfetti e diversi. Viva questo mirabile esempio di margine attivo, sublime appunto, I Massimo Volume che elogiano Emanuel Carnevali, scrittore bolognese emigrato in un’America inospitale e violenta. Sua la frase che scuote il testo di Emidio Clementi, dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano / ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere io l’uragano. Sublime infelicità.

C’è forza nella pioggia che bagna il bordo del lavandino
E le mie braccia tese, oggi
Non nelle colline, nè nel cielo che tiene bassi gli uccelli
E ha i colori sbiaditi di una polaroid
Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America
Sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America
Scrivevi / E c’è forza nelle tue parole / E c’è forza nelle tue parole
Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati
Sopra le cicche macchiate di rossetto / Sopra i posacenere colmi
Sapevi di trovare l’uragano / Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano
Ecco l’unico fatto che possa compensarmi / Di non essere io l’uragano
Emanuel / Primo dio / Rimbaud / Preghiera a cose più belle di me
Rimbaud / Avvento della giovinezza / Immagine perfetta
Senzazione perfetta /
È nella pioggia, oggi, il vostro grido
È nella pioggia, oggi, il vostro grido.

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