Marlene Kuntz: “Nuotando nell’aria” (1994) – di Sandra Tornetta

La provincia è un luogo mentale, è come un terrario, dove le succulente spadroneggiano facendo bella mostra della lucentezza delle loro foglie, con l’oscenità di tutti quei colori sgargianti. Ma è una boccia di vetro, un microcosmo limitato, in cui si percepisce platealmente la presenza di un altrove negato. Una serie infinita di radici e germogli infestanti scalpitano e costretti dalle pareti di vetro, si aggrovigliano fra loro, impossibilitati ad uscire fuori, ad espandersi liberamente nello spazio. Tutta una certa produzione musicale degli anni novanta ha costantemente vegliato su un senso di insoddisfazione cronica, che si è come condensato, trasformandosi ora in nutrimento ora in droga, a seconda delle necessità. Ci sentivamo accomunati da una specie di estetica della marginalità. Il germe della divergenza e un senso di ristagno interiore sono divenuti materia fondativa di nuove modalità espressive, anche per quelli che – come i Marlene Kuntz – sono riusciti ad evadere dalla provincia, trasferendo disillusioni e rimpianti nella grande città, a coltivare quel senso di sé così tanto anelato.
Ma siamo esseri limitati, tutto ci costringe, anche l’illusione della libertà. Accade che nei testi di questa preziosa reliquia degli anni 90 che è “Catartica” (Consorzio Produttori Indipendenti 1994), si avvalori in maniera precipua e costante una sorta di autoesclusione dal macro che muove il mondo e un vivo interesse per le atipicità inespresse di tutta una generazione. L’inizio di Nuotando nell’aria è un tuffo, necessaria tensione muscolare sospesa prima di cadere giù nel flusso della memoria. Cristiano Godano libera i versi dalle spigolosità che contraddistinguono la sequela degli altri brani presenti nell’ album divenuto ormai un cult e si abbandona ad un mood ipnotico, nuota fra i ricordi, sente ancora gli “odori dell’amore nella mente” e le distorsioni della chitarra elettrica di Riccardo Tesio sono coltelli che rigirano nella piaga mai sanata della perdita. La crisi di abbandono successiva alla presa di coscienza trasporta il suono nella liquidità amniotica di una pre-nascita. È necessario un altro tempo, una nuova gestazione per fronteggiare l’assenza e tornare a vivere. Il testo fluttua fra il prima e il poi, prosciugando domande e aspettative. “Il cuore domanda: cos’è che manca?
L’assenza si trasforma in ossessione, l’aria diventa nebbia, disperata mancanza di ossigeno. È un brano intenso, in cui la linearità del tempo si frantuma, dispiegando connessioni che si aprono alle possibilità che, in linea col “pensiero rizomatico” di deleuziana matrice, si aggrovigliano, si sovrappongono, formano gomitoli, hub emotivi: i germogli intrappolati dalla boccia si riprendono il loro posto nel mondo. Nuotando nell’aria è una canzone d’amore, certo, di un amore finito o forse mai vissuto, di un amore malato ma comunque d’amore, lontano anni luce dal paroliere psichedelico dell’album successivo, “Il Vile” (1996) anche questo prodotto dal CPI di Giovanni Lindo Ferretti. I ragazzi dei Marlene, sopravvissuti agli anni 80 grazie all’ascolto massiccio di artisti situati ad oceani di distanza come i Sonic Youth o Nick Cave, sono diventati incendiari, ci costringono allo squilibrio continuo, a cui tentiamo di resistere dondolando sugli abissi insondabili della mente. Mentre scrivo questo articolo riascolto Sonica, che ha accompagnato i miei turbolenti vent’anni; il primo minuto è davvero catartico, come il titolo dell’album suggerisce. Poi le parole divampano “fragori nella mente, rumori, dolori lampi, tuoni e saette, schianti di latte fragori e albori di guerre universali, scontri letali” e finalmente respiro.

Pelle / È la tua proprio quella che mi manca
In certi momenti e in questo momento
È la tua pelle ciò che sento nuotando nell’aria
Odori dell’amore nella mente dolente, tremante, ardente
Il cuore domanda cos’è che manca / Perché si sente male, molto male
Amando, amando, amandoti ancora
Nel letto, aspetto ogni giorno un pezzo di te
Un grammo di gioia del tuo sorriso e non mi basta
Nuotare nell’aria per immaginarti, se tu sapessi che pena
Intanto l’aria intorno è più nebbia che altro / L’aria è più nebbia che altro
È certo un brivido averti qui con me / In volo libero sugli anni andati ormai
E non è facile, dovresti credermi / Sentirti qui con me perché tu non ci sei
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere / Anche una lacrima, per pochi attimi
Mi piacerebbe sai.

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