“L’Uomo del Fiume” – di AldOne Santarelli

Ho incontrato “l’uomo del fiume” una sera alla festa della borgata, con i miei nuovi amici, abbiamo bevuto una birra e fumato un po’ con i più grandi, ho studiato i loro gesti e ascoltato le loro battute, con attorno quella tensione particolare di quando sembra stia scoppiando una rissa ad ogni momento, pronti a menare le mani se un forestiero fa il coatto o se infastidisce le ragazze. Tra i grandi mi piace, soprattutto, spiare i gesti e le storie di un uno che conosco da poco e che mi ha inspirato da subito simpatia. L’ho chiamato nei miei pensieri “l’uomo del fiume” perché so che il suo lavoro è pescare di notte sul Tevere con la barca e la bilancia. Infatti sta per andarsene, vista l’ora tarda che si è fatta. Pochi giorni fa, di pomeriggio, siamo stati sulla sua barca per andare ad annaffiare alcune piante nascoste su un isolotto del fiume. Verso mezzanotte se ne va a prendere la macchina parcheggiata lontano e, ripassando con la sua Opel Rekord rosso bordeux tra la gente, si ferma e chiede “a rega’ chi viene a famme compagnia sul fiume stanotte?” Eccomi qua, seduto sui sedili in pelle della macchina, con una birra in mano e una canna nella bocca, mentre dallo stereo arriva l’unico rumore oltre quello del motore: suonano i Gong con Never glid before. “I conosci questi?” mi fa “l’uomo del fiume” con un grugno, “ma che conosci, nun capite un cazzo voi pischelli, ve sentite er punk e fate li sboroni, ma io il punk lo sentivo prima de voi 
Poi parte un pezzo di musica indiana. Arriviamo alla barca che è quasi l’una di una notte illuminata dalla luna, passando dal frastuono della piazzetta al silenzio assoluto, rotto solo dal ronzio degli insetti e segnato dagli sciami di zanzare. “L’uomo” tira fuori il motore a elica dal cofano posteriore della macchina e, da solo, lo monta sulla barca, legata ad un palo vicino a un capanno. Finite le operazioni di carico, partiamo lentamente verso il centro del fiume. La luce della luna disegna una linea gialla che sembra guidarci: sono emozionato dalla bellezza di quanto vedo intorno, siamo diretti dove si ritrovano i pochi pescatori del fiume, prua in direzione Ponte Salario e ancora non abbiamo detto neanche una parola. Giunti sul posto, che sembra di stare sul Mississippi con ceffi tostissimi che si aggirano su una grande banchina di legno di una baracca illuminata, entriamo e, mentre “l’uomo del fiume” saluta parcamente con modi che sanno di consuetudine, ci avviciniamo e ci serviamo una grossa tazza di caffè a testa, già pronto su di un tavolo.
Poi il mio compagno sparisce, per poi tornare con la bilancia da pesca che monta sulla barca con gesti decisi… quindi mi indica delle coperte e dei teli, insieme a una borsa da caricare in una cassa sul fondo. La notte sul fiume può essere insidiosa mi fa capire e bisogna coprirsi. Partiamo sempre in silenzio, per la battuta di pesca, inizia il “viaggio al termine della notte“, ma non è Céline, che ho da poco approcciato su consiglio del vecchio Chinaski. Il motore manda un rumore discreto, e mi trovo inchiodato a guardare la scia che lascia la barca scivolando sull’acqua placida del fiume, mentre il capitano della barca, in canottiera, scruta le nuvole e armeggia con motore e corde. Dalle sponde ogni tanto qualche animale si tuffa in acqua: è maggio, verso la fine, eppure fa un caldo bestiale, con l’umidità che si appiccica addosso alla mia pelle vergine, terreno di caccia di zanzare e tafani, in una sorta di attacco continuo e, allora, mi infilo un giubbotto militare sdrucito che trovo nella cassa… che sono partito senza niente se non la curiosità. Stare al centro del fiume, in un silenzio totale e arcaico, mi fa sentire bene, ammaliato da tanta bellezza di spazi e di gesti. La barca scorre via leggera. Dopo aver riacceso il motore e sfruttato la corrente, si va in direzione Magliana, dove troveremo le anguille anzi, le ciriole, come le chiamano i vecchi romani, perché di queste si va a pesca.
Le anguille sono l’unico pesce vendibile di questo fiume e poi rimangono vive a lungo nelle nasse. Quando sto per maledire il momento che sono salito sulla barca, visto che le zanzare mi stanno gonfiando, sento un crepitio magico che arriva da una radiolina che “L’uomo” ha tirato fuori da una cassetta di legno posta a poppa, con le note che si levano alte e chiare nel silenzio della notte, in mezzo al “Fiume sacro”. Lo 
speaker notturno dice che “la canzone è tratta da un album che si chiama “Legend“… loro sono gli Henry Cow e io, che brucio It’s alive dei Ramones a manetta, mi scopro rapito da quei suoni magici. “È Radio Blu” (finalmente parla “l’uomo del fiume“), nel 1976 è stata la prima radio a Roma a mandare New Rose dei Damned e da solo su sto’ fiume, me so’ sentito er punk prima de tutti voi pischelli… ma che ne sapete“. Da quel momento è stato un monologo… “l’uomo del fiume” ha preso a far uscire le parole una dietro l’altra, in piedi, con una mano sul timone del motore e con il volto Illuminato da una luce che veniva da lontano, infilando di seguito canzoni di gruppi dai nomi per me impossibili e mischiandoci la storia della sua vita: Josef K e il nonno pescatore, Art Ensamble of Chicago e la marijuana, Gong e l’India, i Neu, gli Area, i King Crimson, i cazzotti, la sua famiglia di ristoratori e traghettatori sul fiume, col nonno costruttore di barche e pescatore… fino a che mi sono addormentato come un ragazzino, cullato da racconti e musiche celestiali. Non ho mai saputo quante “ciriole” abbiamo pescato, mi bastava esserci.
L’alba è stata un caffellatte amaro con pane e marmellata, consumati nella baracca insieme a chi tornava, uno stravecchio bevuto da una fiaschetta di un vecchio con la faccia di un sudamericano di cento anni, Giovannone e i suoi 330 chili… poi un viaggio di ritorno a metà tra sogno, Robert Wyatt ed il disagio di quando ho realizzato di non aver avvisato mia madre. Sul fiume, “L’uomo” parlava e parlava, lo rivedevo come in un sogno, insieme ai suoi amici, ai giardinetti comunali, tutti seduti in tondo sul prato a fumare, un odore fortissimo dolce e acre, con quella musica che proveniva da un grosso mangianastri al centro del cerchio, accompagnata dai colpi sui bonghi di improvvisati cacciatori della jungla. “l’uomo del fiume” raccontava di quella musica che passava la radio, il “suono di Canterbury”, i tanti nomi di bands e musicisti a me estranei, di come un gruppo di ragazzi di un piccolo centro rurale del Kent, in Inghilterra, sul finire degli anni 50, si fossero ritrovati nella passione per l’ascolto del jazz… il “free jazz”, sospinti da uno di loro in particolare… Robert Wyatt il suo nome, di come il giungere in quella piccola cittadina medievale del Kent (conosciuta per la cattedrale) di un australiano folle, Daevid Allen, li abbia spinti a suonare e mettere su una band.
Il primo gruppo si chiamerà Wilde Flowers, poi sarà il Daevid Allen Trio ad aprire al continente, sul finire degli anni 60, un suono e una scena che aveva nel suo elemento jazz, avanguardia, psichedelia, folk ed elettronica, nella scia del progressive… un combo su tutti, i Soft Machine di Wyatt, Allen e Ayers, capaci di figliare i Gong (Allen), i Caravan (Ayers), miracolati dall’incontro con un produttore oculato, Giorgio Gomelsky… e i nomi saranno ancora tanti… gli Henry Cow di Fred Frith, Hatfield and the Norh poi National Health di Richard Sinclair, i Camel e i Matching Mole… e decine di altri. Ritroverò quei suoni e quei nomi tanti e tanti anni dopo. Oggi ai giardini comunali ci lavoro, l’erba non c’è più su quelle grandi aiuole, i ragazzini la calpestano senza tregua, io rivedo ogni tanto sfilarmi davanti, come nel sogno, i volti di quei capelloni… molti di loro sono morti… c’era Autonomia Operaia e l’eroina, e mi convinco che il “Canterbury Sound” sia una musica celestiale, e che oggi ciriole” non si chiamano più neanche le rosette di pane.

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