Lucio Dalla: “Milano” (1979) – di Francesco Picca

L’ultima mia irruzione a Milano è durata poche ore, a fine agosto 2015. Alcune fermate in metro dalla Stazione Centrale sino al Duomo e pochi passi tra la folla calamitata dall’Expo, all’ombra dei portici, sino alla scatola rassicurante de La Rinascente.
Milano va indossata, va calzata. Occorre ruotare appena le spalle e avanzare nel brusio di mille idiomi, sfilarsi dal groviglio di corpi per cercare uno spazio libero, una dimensione propria diversa dal tutto, che non sia ancora somma del totale. Provo ad immaginarla oggi, Milano, la “Milano gambe aperte / Milano che ride e si diverte” cantata da Lucio Dalla. Provo a respirarne il vuoto e a calibrarne l’inusuale lentezza. Le immagini e le cronache di questi giorni rendono un’idea parziale. Le parole di chi ci abita dicono molto di più e sembrano implose, come ogni singolo spazio, come ogni singola certezza. Milano detronizzata. Milano decentrata. Un quartiere qualunque della periferia globale.
“Una mano nera si allunga sulla maniglia di acciaio. La grande porta di cristallo ruota su cardini silenziosi. Dame tremanti, eleganti, varcano severe la barriera d’aria. Seguo lo sguardo periferico dell’esule nero. La grande porta di cristallo si richiude. La mano nera torna ad incrociarsi con l’altra. E neri sono i tailleur delle commesse orientali. Fragili statuine ossequiose. Immobili tenerezze profumate. Oggetti tra gli oggetti. Cartellini. Prezzi. Bisogni indotti. Desideri mai maturati. La Galleria, il Corso. Il Duomo palpeggiato. Pagare per toccare. Pagare. Toccare. Le grandi porte di cristallo si aprono e si richiudono. Separano. In una scatola si vive come in una scatola. Paghi. Palpeggi. In una scatola puoi solo entrarci, per poi uscirne. Mani nere, talvolta inguainate in pelle nera. È quanto mi resta”.
 (da “Chiave 21” Pufa Editore 2015). 

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