Luca Carocci: “Aspetterò Febbraio” (2019) – di Isabella Dilavello

27 novembre. Mentre mi cimento a scrivere, è il giorno dopo l’ennesimo sgombero di un luogo di aggregazione culturale e punto di riferimento di un quartiere popolare e popoloso. Parlo del Nuovo Cinema Palazzo a Roma quartiere San Lorenzo. Non sto a soffermarmi sulla questione della proprietà e del diritto, ma su quello che quel luogo andava a riempire: un vuoto, esattamente quello che con pianti e disperazione e vari mea culpa istituzionali di un giorno, si lamenta e si indica come causa quando accadono fatti di violenza e degrado. Il vuoto sociale, il vuoto culturale, il vuoto civile, il vuoto di confronto. Pensando a questo mi tornano alla mente le parole di Luca Carocci, cantautore romano, che nella conversazione con Diego Bianchi di Propaganda Live, riguardo alla tragica violenza subita da Willy Duarte, aveva toccato un tasto dolente: la questione della responsabilità.
Per dirla come De André, “per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti“. Se è vero che certa mentalità edonistica e violenta nasce da una assenza di alternative di pensiero, con tutte le sacrosante giustificazioni possibili e senza dimenticare la grande responsabilità politica, quel vuoto abbiamo forse contribuito a crearlo cedendo il passo, smettendo di stare in piazzetta a suonare, smettendo di proporre condivisione di tempo. C’è da farsela questa domanda. E Luca Carocci l’ha stimolata in me. Manco da Roma, dai locali e dalle radio romane da molti anni e, vista la mia distrazione riguardo la musica italiana tranne rare eccezioni, ci è voluta questa domanda per farmi conoscere Luca, per farmi conoscere la sua musica, quello che gli gira intorno. Luca Carocci fa parte di quei cantautori che hanno scelto una via che forse vende meno, ma contiene una sincerità di progetto che mi pare necessaria. È una sincerità di sguardo sull’essere umano e le sue emozioni, le sue debolezze. È la sincerità di una voce propria, formata dalla propria storia, dagli incontri, dagli scontri.
È il desiderio di dire la verità su di sé, a prescindere dalle mode del momento, senza strizzare l’occhio a quello che fa classifica. È la sincerità di chi conosce la strada, perché c’è stato, l’ha percorsa e la percorre ancora. La strada, il viaggio. I suoni di Luca sono echi di tutti i chilometri percorsi da Artena, la terra di briganti dove è nato e cresciuto, a tutte le altre terre lontanissime che si affacciano su oceani e mari con onde alte che ha solcato con il suo surf. Echi dell’ironia che lo salva dalla paura, echi di luce estiva e malinconia. La sua produzione discografica è decisamente rarefatta nel tempo. Con un primo disco nel 2014 (“Giovani eroi“), il secondo nel 2016 (“Missili e somari“) e il terzo che sta lì appeso. Senza fretta, come chi quello che ha da dire lo pensa a fondo, vuole dirlo bene, con cura. I suoni, le parole giuste. Ma anche come chi, per avere da dire qualcosa, ha bisogno di vivere, toccare, sentire.
Da maniaca ossessiva quale sono ho notato che nelle sue canzoni ricorre l’uso dell’avverbio “senza”, “Sempre senza parole” oppure “Senza l’amore” o l’incipit di Ciao amica ad esempio. Mi si dirà che è un caso, però a me viene da pensare che è dalla mancanza che nasce il desiderio e quindi la scrittura, e tutto il tempo che ci vuole per nuove creazioni è anche il tempo che ci vuole per nutrire l’assenza. Non che Luca stia fermo: con Francesco Forni porta avanti, anche in covid live version, “Zelo in condotta“: un set live in compagnia di ospiti sempre diversi del panorama musicale (soprattutto romano) come Galoni, Emanuele Colandrea, Roberto Angelini e altri. Quasi un format, nato nel locale ‘Na Cosetta al Pigneto – purtroppo ancora chiuso – e ora traslocato al Lian Club. Suona molto, moltissimo. È un cantautore a servizio totale della musica non solo per le sue canzoni, ma anche accompagnando altri suoi colleghi/amici, sembra parte di una sorta di “factory” e che forse ai tempi del Folk Studio era più usuale di oggi.
E sono convinta che questo abbia un peso enorme sul suo essere musicista, sulle sue capacità, ma soprattutto mostra che la sua è una relazione d’amore con le note. Aspetterò febbraio, uscito a febbraio 2019, è il singolo che precede e annuncia il nuovo album. L’ho ascoltato sia in versione acustica che in versione ufficiale. Due anime nella stessa canzone. Una è intima, un dialogo a due, l’altra è una festa tra amici. Luca Carocci è entrambe le cose, ci dice che a volte vale la pena spogliarsi dalle maschere di protezione. Ed è una morbidezza nella voce che a me ricorda Francesco De Gregori, cresciuta in profondità e maturata nelle pieghe espressive dal primo album a oggi, forse anche un manifesto di come approccia alle cose. È inevitabile non pensare al costo, sia umano che in termini commerciali, di far uscire con tanto anticipo il singolo rispetto a un album, e non voglio infierire. Sto qui, aspetto che arrivi. Come aspetto di tornare in scena con il mio lavoro da attrice. Aspetto con Luca, come Luca, immersa nella musica. Senza parole. Ché sarebbe meglio sfiorarci che parlare di niente.

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