Louis Prima: “The Wildest!” (1956) e altre storie – di Francesco Chiari

Per molti della mia generazione il primo Louis jazzista di New Orleans con cui venimmo in contatto non fu Armstrong, bensì Louis Leo Prima, soprattutto – come nel mio caso – grazie ad un 45 giri Capitol color viola che comprendeva Buonasera e Oh Marie, un’introduzione davvero alla grande. Va subito detto che la sua città di origine è sempre stata un crocevia di culture e di musiche, e non a caso Prima si inserisce nel gruppo dei grandissimi artisti suoi concittadini che hanno acquisito la fama più universale nel jazz, nel gospel e nel R’n’B: rispettivamente appunto Louis Armstrong, Mahalia Jackson e Fats Domino, senza dimenticare un genio non incasellabile come Dr. John. Forse la migliore descrizione a tutto tondo di questo artista ce l’ha data Michael Cuscuna: “Un nativo neworlensiano di origine italiana meridionale, Louis Prima possedeva tutte le caratteristiche comuni ad entrambe le culture: era estroverso, portato per la musica, possedeva un senso dell’umorismo che confinava con la pazzia, ed abbracciava in pieno la vita e tutte le sue gioie.
Molto spesso tendiamo infatti a dimenticare che la Sicilia, per ragioni storiche e geografiche, ha rappresentato un ponte ideale fra la cultura italiana e quella africana, con risultati artistici molto spesso rimossi dall’ideologia dominante (quanti di noi sanno, ad esempio, che i mosaici della cattedrale di Palermo sono opera di artisti musulmani, gli unici che nel dodicesimo secolo conoscessero in Sicilia quella tecnica?), e non casualmente, ci pare, sono stati i jazzisti o gli entertainers con radici nella Trinacria che hanno saputo scovare parentele profonde fra cultura dotta e popolare, scritta e orale, oppure sono stati in grado di cogliere il senso ultimo di un modo di espressione riuscendo ad accostarsi alla cultura afroamericana senza apparire degli intrusi o dei turisti curiosi. Nel caso di Prima, perfino la via dove nacque era di buon auspicio: Saint Peter Street, al confine estremo di Storyville, per cui Prima aveva il jazz, come molti di noi hanno il tram, sotto casa, tanto che ad appena tredici anni, nel 1923, fronteggiava un complesso di ragazzini ispirandosi ad un altro gruppo che aveva sentito spesso, ossia la Creole Jazz Band, anche se all’esempio di King Oliver si sovrapporrà quello di Red Allen, a livello di timbro ma soprattutto di fraseggio ritmico imprevedibile.
Notiamo poi che il clarinettista, di appena dieci anni, era un certo Irving Prestopnik, che Prima ribattezzò ‘Fasola’ (non ispirandosi ai fasool, ossia i fagioli, ma alla scansione melodica fah-soh-lah) e che ritroveremo con Bob Crosby. Venticinquenne ma già veterano, Prima giunse a New York nel 1935 al Famous Door – l’anno prima, ci crediate o no, era stato in formazione con Guy Lombardo – e anche stavolta troveremo nel suo gruppo un eccellente clarinettista, Pee Wee Russell, che però a causa del suo ben noto amore per la bottiglia fu sbattuto fuori da Prima, caporchestra severissimo; due anni dopo Louis scrisse il suo primo grande successo, Sing, Sing, Sing, poi entrato in pianta stabile nel repertorio di Benny Goodman; la fama popolare di quest’ultimo artista spinse Prima a formare una big band, e non casualmente nei gruppi che lo porteranno al successo non ritroveremo più il clarinetto, sostituito dal sax tenore di Sam Butera, autentica spalla musicale del leader. Proprio dopo la guerra troviamo Louis Prima che dimostra di saper cogliere il sapore più vero del mondo jazzistico, da una parte centrando un successo con l’ironica Civilization – la cui versione italiana, Bongo Bongo Bongo è un capolavoro del razzismo più orrido e del colonialismo più becero – e dall’altra componendo un piccolo capolavoro di atmosfera bluesy come A Sunday Kind Of Love, delicatissima ballad in penombra lanciata dalla cantante Fran Warren con l’orchestra di Claude Thornhill ed entrata in pianta stabile nel repertorio dei gruppi neri di doo-wop – segnaliamo la versione degli Harptones i quali certo non l’avrebbero adottata se non vi avessero ritrovato gli elementi linguistici e musicali cui erano avvezzi.
Non a caso il suo singolo Oh, Babe divenne molto popolare fra gli afroamericani, i quali fra l’altro consideravano Louis Prima un mulatto, per via della sua scura carnagione siciliana, per cui possiamo ritenerlo il primo bianco capace di veicolare lo stile R’n’B presso il proprio pubblico, prima ancora di Bill Haley ed Elvis Presley. Nel periodo un po’ sottovalutato del contratto Columbia (195153) Prima dimostrò di essere uno dei pochi non afroamericani ad affrontare con proprietà linguistica un classico nero come One Mint Julep, il successo Atlantic dei Clovers, uscendo vincente con vitalità e plasticità di dizione del tutto degne dell’originale dal confronto impari col sovraccarico fondale approntato dal solito Mitch Miller, l’esperto dei singalong cui Prima dovrà pagare un tributo nel 1953 con una inamidatissima versione di Oh, Marie che perde nettamente il confronto con quella Capitol già citata, di tre anni dopo. Ma in questo periodo Louis Prima ci dà anche i primi esempi del suo devastante umorismo, insaporito da una vena di follia come notava Cuscuna, in The Bigger The Figure, inno alle donne abbondanti ricamato sulla musica del rossiniano Largo Al Factotum, o in Eleanor di Nicola Paone, sorta di Open The Door, Richard ambientato nella Vuccirìa e, soprattutto, in Luigi, vivace tarantella in cui perfino gli orchestrali americani suonano curiosamente idiomatici con riflessi di banda paesana del Sud, ed in cui Prima traccia il ritratto di un allibratore clandestino bilanciando rispetto e ironia con un uso ben calibrato dei termini italoamericani che, in bocca sua, perdono ovviamente ogni connotazione razzista.
Non manca una sorpresina finale, quando scopriamo che a descrivere Luigi con tanta ammirazione malcelata era il poliziotto che lo ha arrestato. Stupisce ancora oggi, va detto, come Prima sia riuscito a non farsi censurare con la canzone It’s As Good As New (I Painted It Blue), nella quale non si capisce, o forse si intuisce, cosa sia quella tal cosa trovata in soffitta che rende tanto felice la moglie. Col passaggio alla Capitol, nel 1956, si apre il periodo aureo di Prima, grazie all’album “The Wildest! nel quale sono inclusi i due brani citati all’inizio – nel quale per la prima volta era riprodotto su disco il sound del gruppo di Prima, che infatti fu in seguito registrato più volte dal vivo; stando alle note di copertina, Louis Prima quando riascoltò i nastri registrati gridò “Siamo noi, amico! Siamo noi!, specificando poi al produttore Ho avuto dei dischi di successo, amico, ma non li ho mai amati. Non erano noi, non suonavano come eravamo noi sul palco. Ma questo è diverso. Questo è le tre del mattino nel Sahara!“, con ovvio riferimento al locale di Las Vegas dove Prima era arrivato dopo un periodo di terribile bassa fortuna – quando arrivò per il primo ingaggio aveva addirittura i buchi nel cavallo dei pantaloni – e nel quale accettò di tenere fino a cinque spettacoli per sera, il che fu la sua fortuna in quanto Betty Hutton, che cantava nella sala principale, fu molto colpita dall’effetto del gruppo sul pubblico ed allertò suo marito, Alan Livingston, all’epoca presidente della Capitol Records, per la quale Prima rimase ben sei anni, rivelandosi l’unico artista dell’etichetta in grado di rivolgersi tanto al pubblico giovane quanto a quello maturo.
Da qui venne il successo internazionale – anche se Prima non si esibì mai all’estero perché aveva paura dell’aereo – tributato ad un repertorio che fondeva swing, blues, rock and roll, ballad, pezzi novelty, classici riadattati con terribile irriverenza come in una versione dal vivo di I Got It Bad in cui Keely Smith, cantante e quarta moglie di Prima, canta My Poor Heart Is Sentimental / Not Made Of Wood, al che il marito, suscitando l’ilarità del pubblico, commenta sprezzante: What Do You Think Mine’s Made Out of… lasagna? Non è un caso quindi che a questo tipo di spettacolo si rifaranno Sonny and Cher per rivitalizzare la loro carriera in televisione, visto che come ancora una volta rimarca giustamente CuscunaAttraverso lo squallidume ed il patinato che è Las Vegas, lo spettacolo di Prima era una luce risplendente che ebbe un’influenza duratura sulla cultura popolare americana“, citando, oltre al duo già nominato, David Lee Roth e Brian Setzer che copiarono spudoratamente due successi di Louis Prima ma senza un grammo della sua bacchica esuberanza e del suo swing all’olio d’oliva di prima spremitura.
L’ultima occasione di ascoltare Prima al meglio fu nel 1966, quando doppiò il personaggio di Re Luigi nel disegno animato disneyano “Il Libro della Giungla“, l’ultimo personalmente supervisionato da Walt Disney, con un memorabile duetto scat con Phil Harris in I Wanna Be Like You e, fra l’altro, l’animazione del re delle scimmie coi suoi sodali fu ispirata proprio al modo di stare sul palco che avevano Prima e i suoi, come testimoniato da alcuni filmati. Col mutare dei gusti causato dai Beatles e dalla British Invasion il cantante fece ritorno alla sua New Orleans, con una residenza al Royal Sonesta Hotel nel French Quarter, altro quartiere fradicio di ricordi e, neanche quando nel novembre 1975 perse conoscenza senza più riacquistarla, in seguito ad un intervento per un tumore al cervello, il mondo del jazz da cui era stato generato lo abbandonò. Giudicate voi stessi: Louis Leo Prima morì il 24 agosto 1978 all’ospedale neworleansiano Touro, sì proprio quello cui Muggsy Spanier dedicò lo splendido blues lento Relaxin’ At The Touro, e allora non rimasero più dubbi sul fatto che la grande mamma New Orleans lo aveva voluto vicino a sé per cullarlo nel momento della morte.

n.b. L’intera produzione Columbia di Prima è sul disco “Breaking It Up!(Columbia Legacy CK 65259 1998). Tutti i brani Capitol citati sono inclusi nell’antologia dedicata a Prima nella serie Capitol Collector’s Series (Capitol CDP 7 94872 2 1991); assolutamente fondamentale è il primo album in studio Capitol, “The Wildest!del 1956 – comprende i brani citati tranne I Got It Bad – ristampato con quattro bonus tracks nella serie Capitol Jazz (7243 5 38696 2 5 2002), col suono originale in mono e le note di Michael Cuscuna citate nel testo.

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