Lou Reed: “Rock and Roll Heart” (1976) – di Alessandro Gasparini

Scrivere per la prima volta di Lewis Allan Reed, in arte Lou Reed, mi porta ad una scelta da un lato facile e dall’altro un tantino ostica, ovvero parlare di un album cosiddetto “minore”. La facilità e la difficoltà sono al contempo insite in una caratteristica propria di un disco come “Rock and Roll Heart” (1976), cioè il fatto che se n’è discusso e scritto poco. Relegato storicamente nell’angolo delle opere senza mordente e meno rilevanti di un artista dal nome che pesa come un macigno nella musica popolare del XX secolo, suscita bene o male un certo fascino a priori tanto per la copertina in blu quanto per il titolo che rievoca il suo live “Rock N Roll Animal” (1974). Temporalmente incastonato tra due classici come “Coney Island Baby” (1976) e “Street Hassle” (1978), si tratta del primo album di Reed con l’etichetta Arista dopo aver lasciato la Rca. Lou Reed impegnato come di consueto su voce, chitarra e pianoforte, ha come musicisti il tastierista canadese Micheal Fonfara (già in precedenza con gli Electric Flag), il bassista Bruce Yaw, il batterista Michael Suchorsky e il sassofonista Marty Fogel.
La
prima facciata si apre con l’allegria pop di I Believe In Love, quasi un ossimoro per chi ha ascoltato con passione il Reed della prima metà degli anni settanta. Più familiare invece l’impatto sonoro dei due brani successivi, incisi ai tempi dei Velvet Underground ma mai pubblicati. Banging On My Drum può ricordare la versione di White Light/White Heat presente su “Rock N Roll Animal”, mentre il jazz rock di Follow The Leader è decisamente interessante e restituisce un Lou accattivante e dal cantato nevrotico. Episodi efficaci sono anche You Wear It So Well e Ladies Pay, forti delle melodie dai toni cupi e delle linee di piano forte in evidenza. La title-track Rock nRoll Heart, posta in chiusura del lato A, sa di dichiarazione d’amore al genere e vede un omaggio poco celato a Like a Rolling Stone di Bob Dylan nelle note di Hammond. Il lato B inizia all’insegna del jazz, quasi fusion, di Chooser and Chosen One, unica traccia strumentale. Sia in Senselessly Cruel che in Claim To Fame sembra di tornare a respirare la stessa atmosfera glam di “Transformer” (1972), seppur annacquata e analcolica come già era in “Sally can’t dance” (1974). Piacevole Vicious Circle, dove finalmente l’attenzione è focalizzata sulla voce fulgidamente catartica.
A Sheltered Life è un’altro brano recuperato dal repertorio nascosto dei Velvet Underground, un jazz dal sapore antico dove Reed veste i panni del crooner di altri tempi. Si conclude in bellezza con Temporary Thing, la traccia più lunga di tutto l’album. Siamo probabilmente di fronte alla prova di maggior interesse, poiché il tutto funziona perfettamente con la sezione ritmica mai sopra le righe e un leggero crescendo che arriva solo ad un minuto dal termine. Il congedo è affidato a una rapida e indolore dissolvenza di chitarra, la quale riconcilia l’ascoltatore con le emozioni contrastanti vissute durante i precedenti trentasette minuti. In generale, nonostante l’ottima confezione e la buona forma, l’album risente probabilmente dei limiti suggeriti dal produttore Steve Katz a Reed per ottenere un prodotto facilmente vendibile e avere vita facile con la casa discografica Arista. Indubbiamente la qualità c’è e i brani suonano efficaci, restando impressi all’ascolto e apprezzabili nel tempo. Un dazio pagato che porrà le basi per una maggiore libertà in vista del successivo e superlativo “Street Hassle”, dove tornerà il lato selvaggio dell’animale rock’n roll per antonomasia.

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