Lou Reed: “Berlin” (1973) – di Rosella Ricci del Manso

Lei in realtà si chiamava Bettye e chissà perché mai Lou l’aveva sposata. Forse solo per vendicarsi sadicamente di tutte le donne che, a partire da sua madre, lo avevano fatto soffrire. La sua fama di misogino era ben nota. La picchiava, la maltrattava, la considerava una specie di serva puttana ai suoi ordini, e se ne vantava pure pubblicamente. “La mia ex era una vera stronza. Ma avevo bisogno di avere vicino una donna stronza che mi sostenesse, una leccaculo che potessi prendere a calci, e lei era perfetta… e lei, lei lo chiamava amore, ah ah!” La guardo in questo momento Caroline così, come l’ha resa nelle immagini Julian Schnabel, ha il volto di Emmanuelle Seigner, la sua sensuale innocenza. Guardo Bettye, sorridente nelle foto accanto a Lou: ha i capelli neri e una faccia ancora da bambina. Quando tentò il suicidio Lou fu quasi dispiaciuto che non fosse morta davvero. “Cercò di suicidarsi nella vasca da bagno dell’albergo. Se ne stava lì con il rasoio in mano. Aveva la faccia di una che sta per ucciderti, ma invece cominciò a tagliuzzarsi i polsi, c’era sangue dappertutto… non morì, però da allora dovemmo metterle un roadie alle calcagna”. La versione della storia fatta da Lou è impietosa. Ma Bettye? Cosa ne ha detto Bettye? Per anni ed anni è stata zitta e solo dopo la morte di Lou si è decisa a raccontare qualcosa, ma niente di che, esattamente una storia come un’altra fra una rock star impazzita che rincorreva il successo e una giovane ragazza innamorata disposta ad ogni sacrificio per aiutarlo.
Certo non è questa la storia che “Berlin” (1973) di Lou Reed narra e Caroline se ha qualcosa di Bettye ha anche molto più di Nico, che Andy Warhol definì la più bella creatura mai esistita sulla terra. Lou e Nico si videro per la prima volta al Cafè Bizzarre, sulla quarta strada della “Grande Mela“. Lei ne rimase colpita. Le piacevano i mezzi-morti, disse allora qualcuno e Lou aveva in più una bella dose di cinismo e cattiveria. Fu l’incontro di due apparentemente anaffettivi. Fu l’incontro, direbbe Georges Bataille, di due ferite. Lou e Nico di ferite ne avevano tante nascoste dietro una espressione imperscrutabile. Per un pò andarono a vivere e comporre insieme in un appartamento nell’Upper West Side e della loro convivenza si è sempre saputo poco fino a perdersi nella leggenda. Nessuno può giurare che in quei mesi abbiano condiviso lo stesso letto. Ma è certo che il loro fu un amore tossico in cui si fecero, in un breve spazio di tempo, tutto il bene e il male possibili. Due “prime donne” non possono vivere una relazione alla pari, una delle due deve farsi da parte per dare modo all’altra di emergere. Questo non era né per Nico e né per Lou possibile. Fu amore, sadismo, masochismo, odio, disprezzo, sete di vendetta… fu la fusione perfetta di due patologie, reciproca ispirazione e poi l’addio. Se non sappiamo quale fu la reazione di Lou, conosciamo attraverso le parole di John Cale quale fu quella di Nico, che pianse a lungo e ne uscì devastata. Lou, da parte sua, dopo il primo album riuscì a estrometterla dal gruppo. Fuori dal gruppo, fuori dalla sua vita.
Si ritrovarono, guarda caso proprio nel 1972, un anno prima dell’uscita di “Berlin“, a Parigi, sul palcoscenico del  Bataclan, in un concerto a dir poco memorabile insieme a John Cale. Quella stessa Parigi dove Bettye Kronstad era corsa a riprenderselo, giusto per finire in una vasca da bagno con un rasoio in mano a tagliarsi le vene. Tutti pezzi di uno stesso disegno che piano piano ricompongono il puzzle di questa storia.
Lou, nel 1973, aveva fatto centro con “Transformer“, il ritornello di Walk on the wild side si sentiva dappertutto, fuori dai Velvet le luci dei riflettori ora erano solo per lui e poco importa che stesse talmente male e fosse così fatto di eroina e anfetamina da riuscire a suonare a stento la chitarra. Capelli platinati, giubbotto nero di pelle, ray-ban e una faccia tirata da far paura. Intanto John Cale scriveva e suonava pezzi di intensa bellezza, Nico e il suo harmonium tessevano indimenticabili ragnatele di follia e lui, niente da fare, poteva avere tutto il successo planetario che desiderava ma si sentiva sempre un passo indietro. Odiava se stesso, odiava il mondo e più di tutto odiava “Transformer” e tutto quello che gli chiedevano di fare perché era altro quello che gli si agitava dentro, in una dicotomia allucinante fra quel che sentiva di essere e quello che il mercato, la gente, i concerti gli chiedevano di rappresentare. La maschera Lou funzionava per il pubblico. Ma non funzionava più per lui. È da questa crisi interiore che è nato “Berlin“.
Inciso contro il volere di tutti. La casa discografica per dissuaderlo arrivò a imporgli un contratto capestro: vuoi fare di testa tua? va bene! Lo produciamo ma in cambio dopo devi pubblicare due album commerciali, uno dal vivo e uno un studio, in stile “Transformer“. La potentissima RCA si aspettava evidentemente un rifiuto ma Lou invece, spiazzando tutti, acconsentì. Neppure David Bowie, che tanto lo aveva aiutato a far decollare la sua carriera solista, venne preso in considerazione. Anzi, fra i due l’idilliaco rapporto in cui ancora la stampa credeva era già fallito da un bel pezzo. Praticamente non si sopportavano. David andava dicendo ormai a tutti che Lou lo imitava. Lou, da parte sua, lo insultava pubblicamente arrivando a definirlo una persona veramente maligna. Fine di una storia in fondo già vista, quasi una ripetizione di quel che era già accaduto fra lui e Andy Warhol. Era come una sorta di malato atteggiamento mentale attraverso cui Lou prima cercava ad ogni costo la stima e il consenso di quei personaggi di spicco che potevano essergli di aiuto, poi se ne liberava in malo modo ricoprendoli di letame. Quasi una metaforica uccisione del Padre. Il disco fu un disastro annunciato ché fin dall’inizio si sapeva non sarebbe piaciuto a nessuno. Ma “Berlin” era esattamente quello di cui Lou Reed aveva bisogno. Un disco catartico, devastante, impietoso, una seduta psicoanalitica davanti allo specchio in mille pezzi di se stesso, l’immagine poetica e sonora di un uomo in rovina che racconta i suoi sbagli, non cerca giustificazioni, non chiede perdono e dal fango in cui si lascia precipitare neppure prova a risalire.
Fu un gesto di follia o di coraggio inciderlo, chissà, dentro in questa storia d’amore e di morte di due tossici americani a Berlino c’è tutto: Caroline è la somma delle sue donne racchiuse in un ideale di bellezza buttato alle ortiche, ogni pezzo è un velo che cade e sotto c’è solo uno scheletro nascosto per troppo tempo nell’armadio e gettato ora sotto gli occhi di tutti. Guardatemi – sembra dire – faccio schifo. How do you think it feels, già, come credete che ci si senta? Fatto di anfetamina, schiacciato dalla solitudine, terrorizzato dall’idea di dormire e a fare l’amore con una donna che ti tratta come se tu fossi immondizia? Come ci si sente? Così a Lou/Jim non resta che riempire Caroline di botte. “Caroline dice alzandosi dal pavimento: puoi picchiarmi quanto vuoi ma io non ti amo più. Ma lei non ha paura di morire, tutti i suoi amici la chiamano ‘Alaska’”. È così che “Berlin” non è più il sogno di due innamorati davanti a un Dubonnet ghiacciato, ma l’incubo di due persone che non riescono più a stare insieme, una sorta di duello fra vittima e carnefice che, legati da un rapporto malato e devastante, non possono fare a meno di andare verso una reciproca distruzione. Ma chi è la vittima? Chi è il carnefice? i due si scambiano di ruolo e in questo perverso gioco nessuno è innocente. Della Caroline che abbiamo conosciuto all’inizio non è rimasto niente. La bambina con gli occhi fissi sui piedi, schiacciata da sospetti, paranoie e gelosie si è trasformata in una mangiauomini che non si nega agli altri e lo ridicolizza di fronte a tutti.
Mi tratta come fossi un imbecille ma per me lei è ancora la mia Regina tedesca“. Solo nel vederla per terra sanguinante Lou è contento. Quando arriva The kids con quella voce dolce, appena sussurrata, il dramma è giunto quasi alla fine, non resta che raccontarlo come se neanche lo riguardasse in prima persona, come se ci si ritrovasse di fronte a una scena giusto per descriverla con un tono indifferente. Certo, i bambini piangono, cercano la madre, ma non importa. “Sono solo un uomo sfinito, non ho più nulla da dire, ma da quando ha perso sua figlia sono stati i suoi occhi a inumidirsi e io sono molto più felice così“. La vendetta si è compiuta, ha un sapore amaro ma lo fa sentire meglio. Lou riesce a distruggere ogni alito vitale di Caroline, dove non sono bastate le percosse e le violenze psicologiche a piegarla è la perdita dei figli a farne una donna finita. Lui ha chiamato gli assistenti sociali per fargliela portare via. Niente più bar. Niente più uomini. Niente più tradimenti. Se mai ci siano davvero stati. Se mai niente altro che il parto di una mente farneticante e ossessionata dall’idea del possesso e dalla gelosia per una donna troppo bella e desiderata di cui non ci si sente all’altezza. Forse è proprio quella la vera tragedia di Lou Reed che ora mette sotto gli occhi di tutti: l’insicurezza, la paranoia, la mancanza di autostima, la distruzione che diventa anche autodistruzione sia dell’amore che prova che di se stesso. Per questo quando Caroline si uccide è per lui un sollievo.
Nella morte la possiede interamente, nessun estraneo potrà più rubargliela. Nella morte cadono i paragoni fra lui e il resto del mondo. Nella morte ritornano la dolcezza dei ricordi, quel letto che hanno diviso insieme sembra quasi una culla, la voce si fa tenera e triste nel descrivere quel che è accaduto. Sembra quasi non capacitarsene. Eppure lo aveva voluto. “Non avrei mai cominciato se avessi saputo che sarebbe finita così ma, cosa strana, non sono affatto triste che sia stata questa la conclusione“. In seguito disse: “Era un disco adulto. Scritto per gli adulti. Dagli adulti per gli adulti. Dovevo fare “Berlin“, se non l’avessi scritto sarei impazzito“. “Berlin” è una confessione, cruda e dura, che riesce a rendere poesia anche lo squallore e la terribile realtà di un uomo che sancisce così il suo fallimento umano e morale. E “Berlin” è anche l’unico suo disco che Lou Reed portò sul palcoscenico molti anni dopo, quando aveva raggiunto quella pace interiore, quella distanza emotiva senza la quale non sarebbe mai riuscito a proporlo dal vivo. C’è differenza nel dire “sono stato questo” dal dire “sono questo“. È mettere un punto. È scrivere fine. Era già il 2006 quando Lou eseguì dal vivo l’intero album al St. Ann’s Warehouse di New York facendo cominciare il concerto con il coro di Sad Song che nell’album è invece il pezzo conclusivo.
Vuole si sappia subito: Signori e signore, questa è una storia triste di cui non resta niente, un album di foto e nessuna scusa. “Ci ho provato così tanto. Ciò dimostra come ci si possa sbagliare. Devo smetterla di perdere tempo, qualcun altro le avrebbe spezzato le braccia. Canzone triste, canzone triste“. Inutile e senza senso criticarne il contenuto e cercarvi una morale, Lou Reed non vuole compassionecomprensione, non chiede perdono di nulla e rifarebbe esattamente le stesse cose, quel che è stato è stato e, come dice lui, a Caroline qualcun altro al posto suo avrebbe comunque spaccato le braccia. Ed io intanto Caroline continuo a guardarla sullo schermo, come Emmanuelle Seigner l’ha interpretata ne “Lou Reed’s Berlin” (2008), così bella, così viva, così innamorata mentre spegne le candeline della sua torta di compleanno. Eh sì, era Berlino ed era il sogno. Per lei, per le tante Caroline di questo mondo che ci passano senza saperlo accanto e che la follia di un amore che non è vero amore può solo uccidere. Ogni giorno. Ogni momento. Senza nessuna poesia.

(Eins, Zwei, Drei, Zuzammen, Happy birthday dear Caroline, Happy birthday to you)
In Berlin by the wall / You were five foot ten inches tall / It was very nice
Candlelight and Dubonnet on ice /
We were in a small cafe / You could hear the guitars play
It was very nice / Oh, honey it was paradise
.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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