Los Lobos: “How Will The Wolf Survive?” (1984) – di Maurizio Celloni

Lil’ King Of Everything arriva improvvisa ed inaspettata, penultima traccia del vinile, “How Will The Wolf Survive?” (Slash Records 1984), che trasuda latinità mista a rock ’n’ roll, a cui aggiungere un pizzico di americana. C’è da rimanerne spiazzati, anche perché i cinque ragazzotti in copertina hanno una mole che certamente non fa pensare agli spiriti folletti che rincorrono le ninfe dei boschi. Ed allora si cerca di osservare attentamente occhi ed espressioni di questi giovanottoni dell’East Los AngelesDavid Hidalgo, Cesar Rosas, Conrad Lozano, Louie Peréz, Steve Berlin: i Los Lobos – per venire a capo dell’apparente contraddizione, per cercare la chiave di volta del percorso artistico della formazione. Band familistica, tra le più stabili e longeve della storia del rock, più di Allman Brothers Band, Grateful Dead e Jefferson Airplane, negli anni 60, 70 e 80. I Lupi sono assieme da 46 anni! La storia della buona musica non è altro che il fondersi di note, tempi, ritmi, in una continua contaminazione che genera nuovi stili, grandi emozioni, passioni e cultura.
Chi meglio dei Los Lobos incarna il paradigma della contaminazione? Il territorio di confine tra Messico e California è un brulichio di etnie e popoli, latini, anglosassoni, nativi americani, ed alle feste di matrimonio accade che alle orchestrine vengano richiesti balli mariachi, rock ’n’ roll, valzer, country, folk, western e persino samba e bossanova. Così nasce la contaminazione e la duttilità dei nostri cinque musicisti, che imparano presto il lessico delle note delle pianure del nord degli States, coniugandole con quelle innate nelle loro origini latinoamericane. Danno vita ad un caleidoscopio musicale che trova la sua coerenza nella derivazione popolare degli stili originali, traendone linfa per un percorso che chiamare Tex-Mex è riduttivo.
Quel breve brano che dura poco più di un minuto, intenso ed acustico, giocato su un delicato arpeggio, è la chiave di volta per comprendere il valore immenso del percorso artistico dei Los Lobos, iniziato con le feste di matrimonio nel decennio 70 – 80, per approdare alla fama mondiale con il successo planetario di La Bamba, composta da Ritchie Valens, poco prima di morire a soli 17 anni, a causa di un maledetto incidente aereo il 3 febbraio 1959, ma interpretata magistralmente dai Lupi del Barrio di Los Angeles. È la colonna sonora dell’omonimo film del 1987, dalla regia firmata Luis Valdez, nella quale i Lupi suonano in ben otto tracce: La Bamba, per l’appunto; Come On, Let’s Go; Ooh! My Head; We Belong Together; Framed; Donna; Charlena; Goodnight My Love. Alla colonna sonora contribuiscono artisti del calibro di Bo Diddley, Brian Setzer, Marshall Crenshaw e Howard Huntsberry, a sottolineare il prestigio raggiunto dai Nostri Lupacchiotti
Andando per gradi, i Los Lobos si fanno notare fin dal 1976 con l’album autoprodotto “Si Se Puede!”, lavoro contraddistinto da musiche popolari del Centro America. A seguire, nel 1978 autoproducono l’album “Los Lobos Del Este De Los Angeles”, poi ristampato nell’anno 2000. Il lavoro contiene 12 pezzi della tradizione latino americana, tra i quali spiccano Cielito Lindo, Guantanamera e Maria Chuchena – Son Jarocho. Finalmente, nel 1983, la Slash Records li scrittura e, affiancati dai produttori T-Bone Burnett e Steve Berlin incidono “…And A Time To Dance”. Disco che rappresenta la svolta nella loro carriera, che li porta a vincere anche un Grammy per la canzone Anselma. Visto l’ottimo risultato raggiunto, il produttore e sassofonista Steve Berlin, fino ad allora in formazione de The Blasters dei fratelli Alvin, si unirà stabilmente ai Los LobosLo stile della loro musica prendeva una forma definitiva con l’album “How Will The Wolf Survive?”, pubblicato dalla Slash Records nel 1984, attirando l’attenzione della critica e con discreti riscontri di vendite.
La band alterna pezzi di rock latineggiante con ballate della tradizione quali Corrida #1 e Serenata Norteña. Ma il culmine si ha con quella piccola gemma, Lil’ King Of Everything, quasi nascosta ma dalla luminosità intensa e persistente a riempire l’animo di serenità e gioia. Un disco fresco, allegro e rappresentativo dell’area di confine tra la tradizione messicana e il grande rock ‘n’ roll. L’anima dei Los Lobos, divisa a metà, trova una mirabile sintesi nella voglia di ballo e di emancipazione della gente di frontiera, nella ricchezza di culture che si fondono per generare un nuovo stile, una nuova storia.
E che storia! Il seme lasciato nella polvere arida della terra tra Messico e California attecchirà, in barba a chi vuole costruire muri e divisioni. Le gemme di quel seme hanno generato capolavori assoluti del rock quali “The Nieghborhood” del 1990, “Kiko” del 1992 e molti altri, fino al notevole ultimo lavoro “Llegò Navidad”, che non si può classificare quale mero disco natalizio. Magari si continuerà la narrazione di questa storia. Ne vale la pena.

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