“Lettere al Mondo, un agguato a colpi di grazie”: Paolo Benvegnù e Marco Parente in concerto – di Isabella Dilavello

Verona, 19 settembre 2019. È una sera di estate finita. La brezza non è nemmeno tanto leggera e i corpi, più che trovarne sollievo, cercano di sfuggirne, rannicchiandosi, stringendosi gli uni agli altri, bevendo qualcosa di forte. Si sta lì, in questa sera ventosa, con la malinconia pronta come l’autunno e lo sguardo oltre gli occhi, si sta vicini. Intimi. Fragili. Preziosi. Perché quella è l’intenzione, il motivo che ci ha condotti su una terrazza d’hotel, in un fuori luogo, uno scambio di intimità con due dei cantautori più sensibili e generosi del panorama italiano: Paolo Benvegnù e Marco Parente, in un dialogo musicale, ci recapitano le loro lettere sotto le spoglie di canzoni, consegnano a mano se stessi, con delicatezza e gratitudine.
“Lettere al mondo, un agguato a colpi di grazie”, micro tour a cura di effetto K, nato a giugno 2019 dalla residenza artistica presso Borgo Faeta, è arrivato così anche a Verona in una sera di settembre. Solo due chitarre, due voci a specchio che cercano qualcosa che ha che fare con la felicità e la facilità di giocare e sentire cosa si muove sotto la pelle di chi suona e di chi ascolta, in un gioco tra due giocatori che conoscono benissimo le regole l’uno dell’altro, tra due giocatori che frequentano la stessa stanza anche se in momenti diversi. E così, cantando e avvicinandosi, attraversano i periodi solisti di ognuno, entrando nei respiri in sospeso dal freddo e dall’emozione di un pubblico fatto di volti che un po’ si riconoscono, si sono familiari. Volti che appena Benvegnù e Parente, improvvisi e lievi, scivolano tra le persone, senza amplificazione e sollecitano con le note e le parole di Wake up, si aprono alla meraviglia, a svegliare l’anima addormentata, al sollevare il mondo dal mondo. Almeno nel desiderio.
La mia rivoluzione, Hannah, Cerchi nell’acqua, Il diavolaccio, Love is talking e tutti gli altri brani arrivano a destinazione, ci parlano, si mischiano. Lettere che, strappate via a “Piccoli fragilissimi film” (2004) oppure a Hermann” (2011) e a “H3+” (2017) di Paolo, e a “Trasparente” (2002), a “Neve (ridens)” (2005) o a “La riproduzione dei fiori (2011) di Marco, ci promettono nuove missive, i nuovi album di entrambi che arriveranno presto, a ottobre quello di Parente e nel 2020 quello di Benvegnù. Le lettere sembrano appartenere a un tempo lontanissimo. Quale è stata l’ultima che hai scritto? Ho chiesto a un ragazzo. Credo di non averne scritte mai, dice, se non contano le mail. No, non è esattamente la stessa cosa. Whatsapp va bene? E alla domanda cerco di immaginare Sibilla Aleramo che prova a condensare il flusso dirompente delle sue lettere per Dino Campana, le sue attese ansiose delle risposte che arrivano quando arrivano, nonostante la doppia spunta, segno di lettura da parte di Cloche. No, non funziona. Lettere. Carteggi tra amanti, il loro pudore. Cose talmente leggere da poter andar perdute in un attimo, eppure così tangibili nella tessitura di una relazione. E sì, a me una sera di estate finita , ne hanno scritte di bellissime di lettere d’amore.

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