Leprous: “Pitfalls” (2019) – di Warden

Il percorso artistico dei Leprous li ha portati a un album come “Pitfalls”, impensabile a inizio carriera, uscito il 25 ottobre 2019 per la Inside Out Music. Sesto disco per la band norvegese, un’opera che nessuno si sarebbe immaginato dieci anni fa perché, per molti versi, è radicalmente diversa da ciò che i Leprous erano agli inizi. La band viene da un passato in cui ricalca in parte le orme degli svedesi Opeth con il disco d’esordio “Tall Poppy Syndrome” (2009), con un sound riconducibile alle correnti di metal scandinavo a metà fra death e melodia, per poi costruirsi un’identità più personale e definita in “Bilateral” (2011) virando su un progressive metal con elementi sperimentali e peculiari. Si passa poi per il granitico “Coal” (2013), il disco più cupo e pesante della produzione, complice la massiccia collaborazione con Ihsahn, ex frontman della storica band black metal Emperor, e in seguito l’impressionante “The Congregation” (2015), considerato da critica e fan fra i migliori, se non il migliore.
Gli ultimi due capitoli della discografia però cambiano le carte in tavola: “Malina” (2017) vira su sonorità più soft, si affaccia su un progressive rock atmosferico in cui di tanto in tanto c’è qualche reminiscenza dell’antico sound più aggressivo, e questo percorso si conclude, almeno per ora, culminando nelle atmosfere di “Pitfalls”, che raggiunge picchi di introspezione prima d’ora mai nemmeno sfiorati, e non certo per demeriti degli altri dischi, ma perché qui c’è qualcosa in più, almeno a livello di liriche. Un disco forse mai così sentito e personale per i Leprous, specialmente per il vocalist e frontman Einar Solberg, baluardo stabile della formazione assieme al chitarrista Tor Oddmund Suhrke dall’ormai lontano 2001. Accanto a Einar e Tor vi sono il chitarrista Robin Ognedal, il bassista Simen Børven e il batterista Baard Kolstad. Fior fiore di musicisti con talento da vendere, eppure i cinque già da “Malina” hanno deciso di intraprendere una strada potremmo dire più “discreta”, costruendo pezzi dagli arrangiamenti intricati e di difficile esecuzione, ma che a primo impatto sembrano semplici.
Pitfalls” prosegue alla grande sulla strada tracciata dal suo predecessore e già dal pezzo di apertura, Below, singolo di gran successo, la band mette tutto in chiaro. La voce di Einar qui è protagonista assoluta – come in buona parte del disco, in verità – e i Leprous azzeccano un ritornello già divenuto icona tra i fan. I Lose Hope, secondo brano, è un pezzo curioso costruito su uno splendido giro di basso con una batteria semplicissima e sopra Einar che sperimenta a piacere con la voce, sembra partire come un pezzo ritmato ma l’allegria non è di casa e presto la malinconia ricopre tutto. Finora non ci sono state tracce “spinte” e Observe the Train rallenta ancora: una ballata color disperazione, architettata per stritolarci nella nostalgia. By My Throne nasconde sotto la superficie un complicato poliritmo già in avvio, pezzo strano che impiega qualche minuto a giocarsi le sue carte migliori ma che funziona molto bene. Segue Alleviate, uno di quei brani che fa storcere il naso ai fan storici, perché qui ci si affaccia senza vergogna su un pop rock che, per quanto comunque realizzato con una qualità che gli artisti pop mainstream si sognano, non ha davvero nulla a che fare con ciò a cui i Leprous ci hanno abituati. Qui è tutto semplice, tutto immediato.
La notizia positiva è che il brano, oltre a funzionare bene (con, sottolineiamo, una prova vocale che splende di luce propria), prepara il terreno per la spettacolare At the Bottom, che finalmente concede qualche soddisfazione ai nostalgici del vecchio sound con un ritornello esplosivo in cui Einar Solberg esagera, spingendosi al limite del suo registro e centrando note difficilissime con una precisione da far invidia, per poi lasciare il posto a un sorprendente assolo di violoncello dell’ospite Raphael Weinroth-Browne. Non è finita perché At the Bottom lascia il posto a un altro capolavoro, Distant Bells, splendida ballata con un testo che, si vede subito, forse non è mai stato così personale. Qui la desolazione si risolve in un crescendo finale da applausi, con un’interpretazione di Einar sentita come non mai. Sorprende un po’ Foreigner, breve e regolare, la cui prima frase del testo recita forse una specie di provocazione ai vecchi fan: “My congregation is in flame”. Un po’ come dire: “Il sound è cambiato, o vi tenete questo o vi arrangiate”. Il pezzo, forse il più anonimo del disco, scivola via senza infamia e senza lode e si arriva a The Sky is Red che, quando ogni speranza di sentire di nuovo la otto corde di Suhrke spaccarci i timpani era svanita (bei tempi, quelli di Contaminate Me), si rivela una sorpresa. Anche questa in crescendo, il finale accumula e accumula fino a un’esplosione di cori che si elevano al di sopra di un arrangiamento gigantesco. 11 minuti spariti nel nulla, con la promessa di una resa dal vivo spettacolare.
Pitfalls” quindi si chiude così, come un cerchio: dopo otto brani che esplorano a dovere il nuovo sound, la chiusura è un “quasi ritorno alle origini”, come se le vecchie sonorità fossero state aggiornate al presente. Cosa porterà il futuro dei Leprous? È come se la band ora si rivolgesse a due tipi di pubblico molto diversi, da un lato i cultori di questi nuovi esperimenti soft e dall’altro i “puristi” che li preferiscono incazzati neri. Riusciranno ad accontentare entrambi? Per ora è uscito un nuovo singolo, Castaway Angels, il quale sembra preludere a un futuro ancora più pop, anche se non è ancora chiara che direzione prenderà il successore di “Pitfalls” perché, lo sappiamo, una canzone non fa un album. Staremo a vedere. Nel frattempo, nella discografia dei Leprous ce n’è per tutti, e nulla ci impedisce di apprezzare entrambi i lati della band.

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