Leonard Cohen: “Chelsea Hotel #2” (1974) – di Benito Mascitti

Esistono luoghi del “Secolo breve” perfetti per raccontare la  storia della Musica, della Letteratura, del Cinema e delle vite di tanti artisti che hanno impresso, in queste stanze, la loro impronta indelebile e la loro eterea presenza che il tempo preserva e non cancella. Certamente il Chelsea Hotel fa parte di quella galleria di edifici diventati ormai archetipi culturali, monumenti da visitare. Le 250 camere dello storico albergo al numero 222 della West 23rd Street di Manhattan, conservano ricordi buoni per l’aneddotistica d’arte sulla vita, la morte e le tragedie di tanti nomi che hanno firmato il registro giù alla hall: Bob Dylan, Janis JoplinPatti SmithLeonard CohenArthur C. ClarkeDylan ThomasSid Vicious (la cui fidanzata, Nancy Spungen, fu trovata uccisa la notte del 12 ottobre 1978 nella stanza numero 100) Robert Mapplethorpe e tutta una serie di artisti legati ad Andy Warhol e alle sue Factories. La lista completa risulterebbe infinita e comprenderebbe artisti e intellettuali d’ogni risma. Una variegata umanità di geni dell’intelletto partorì innumerevoli opere d’arte in questo luogo; film e musiche, quadri e manoscritti sgorganti da una fonte di limpida ispirazione, da un palazzone rosso e strano, dal suo fascino misterioso e indefinito. Ci torna alla mente una delle sue tante storie. Chelsea Hotel #2 di Leonard Cohen, Il suo tributo a Janis Joplin dopo la sua morte, nel ricordo della loro breve relazione divampata proprio nel famoso albergo. Pubblicata nell’album “New Skin for Old Cerimony” del 1974. Sebbene molti altri come Joni Mitchell, Nico, Jefferson Airplane abbiamo sfornato ottimi brani tra queste stanze, questa di Cohen rimane per la storia della musica la canzone del Chelsea Hotel. La musica di Leonard non è di certo un contorno alle sue liriche: i suoi testi possono vivere e splendere da soli, brillanti di luce propria. 
“I remember you well in the Chelsea Hotel / You were talking so brave and so sweet / Givin’ me head on the unmade bed / While the limousines wait in the street. / Those were the reasons / That was New York / We were runnin’ for the money / and the flesh / And that was called love for the workers in song / Probably still is for those of them left. But you got away / didn’t you babe? / You just turned your back on the crowd / When you got away / I never once heard you say / I need you / I don’t need you / I need you / I don’t need you / And all of that jivin’ around. / I remember you well / In the Chelsea Hotel / You were famous, your heart was a legend / You told me again, you preferred handsome men / But for me you would / make an exception. / And clenching your fist / For the ones like us / Who are oppressed by the figures of beauty / You fixed yourself / You said “Well nevermind / We are ugly but we have the music. / And then you got away didn’t you babe? / You just turned your back on the crowd / When you got away I never once heard you say / I need you / I don’t need you  / I need you /I don’t need you / And all of that jivin’ around / I don’t mean to suggest / That I loved you the best / I can’t keep track of each fallen robin / I remember you well in the Chelsea Hotel / That’s all, I don’t think of you that often”.
Tradurre il testo in italiano durante l’ascolto no: si perderebbero tutte le rime, le assonanze, la lucidità del momento: il ricordo di Janis nel suo splendore. Il Chelsea Hotel al centro del sentimento e del risentimento celato di Cohen, il sesso, la limousine che aspetta in strada, i soldi e la carne.
Leonard penetra l’intimo e la disperazione di Janis (all’apice del successo e, nello stesso tempo, all’inizio della fine) e li rappresenta in un dipinto indimenticabile.
La prima strofa è un incipit perfetto, anche in quel che non dice. Janis muore a Los Angeles nel 1970 in uno squallido hotel dopo un’overdose di eroina. Hotel, sempre Hotel, un viavai in luoghi e stanze meravigliose o fatiscenti percorre la vita dei musicisti. Nomadi intelletti in cerca di successo e di morte. Nel raccontare coraggioso e dolce di Cohen, nel sesso orale mentre una limousine aspetta in strada… una cosa veloce come le stanze di un albergo. “Se l’inizio è un ricordo al presente o quasi, poi tutto è già un passato. / Si, perché si stava lì per delle ragioni. Motivi di tutti noi in fondo. / Si stava lì per i soldi e per la carne. / Quella era New York. Quello era il Chelsea Hotel. / Quello veniva chiamato amore per i lavoratori della canzone / e anche per quelli che hanno abbandonato. Poi il brano cresce come la voce di Leonard che si alza, come a indicare Janis con l’indice puntato. “Eh sì, anche tu te ne sei andata. Hai fatto come loro. Hai voltato le spalle alla folla e mai ho sentito Ho bisogno di te / Non ho bisogno di te“… ripetendolo due volte nel ritornello come un risentimento per la fine di una relazione fatta di solo sesso, nella quale forse lui credeva ci fosse qualcosa di più mai realizzato (o forse è solo un ragionamento da “maschio“). Poi il pezzo ritorna all’inizio, al ricordo lucido della cantante che sembra dare una giustificazione a quel rapporto. Ossessionata in negativo dalla bellezza fisica maschile, aveva fatto per lui un’eccezione, una concessione da star. Si era concessa e se n’è andata: fuori dalla vita per sempre, tanto che l’ultima strofa nasconde un Cohen arrabbiato e risentito. Il finale del brano mostra un poeta abbandonato, un uomo rifiutato con indifferenza non nascosta che sente il dolore di un amore perduto e di un sentimento che poteva nascere e crescere. Così Leonard riduce Janis ad un qualunque “uccelletto canterino” caduto a terra… senza speranza. L’ultimo verso è emblematico: “That’s all, I don’t think of you that often.

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