Le Stelle di Mario Schifano: “Dedicato a” (1967) – di Piero Ranalli

Dedicato a” (BDS ballabili di successo 1967) pare sia, ad oggi, l’album italiano più ricercato e costoso. Uscì nel mese di novembre del 1967 in circa 500 esemplari (ma la tiratura esatta non è nota), alcune copie furono stampate su vinile rosso: solo una cinquantina. Le copie originali hanno quotazioni alte che possono variare dai 2.500 ai 7.000 euro per un esemplare in ottime condizioni. La band nacque, come Le Stelle, dall’incontro del veneto Giandomenico Crescentini (basso), con il romano Urbano Orlandi (chitarra). I due coinvolsero nel progetto, il veneto Nello Marini (organo e pianoforte), e l’alessandrino Sergio Cerra (batteria). Stabilitisi a Roma, conobbero Mario Schifano tramite Ettore Rosboch, amico d’infanzia di Orlandi. Schifano, che era impegnato nella sperimentazione di linguaggi e discipline diverse, iniziò con loro una collaborazione, diventando a tutti gli effetti, assieme ad Ettore Rosboch parte integrante del gruppo, che assunse il nome di Le Stelle di Mario Schifano. Questo artista eclettico ebbe rapporti anche con altri musicisti. Durante i suoi numerosi viaggi a Londra conobbe i Rolling Stones, con i quali strinse una profonda amicizia. Keith Richards e Mick Jagger ebbero una collaborazione al suo film “Umano non umano”, un lungometraggio prodotto nel 1969 come parte di una trilogia. Tutti i membri degli Stones frequentavano assiduamente i festini tenuti da Mario nel suo appartamento a Roma ed in onore dell’amicizia che li legava, gli dedicarono la canzone Monkey Man.
Ne condivise anche gli eccessi, infatti non è un mistero che il pittore facesse uso continuativo di droghe, di conseguenza a causa della sua personalità e il suo carattere compulsivo arrivò alla tossicodipendenza. Ebbe i primi rapporti con la droga negli Stati Uniti dove per la prima volta provò LSD, sperimentandone subito l’effetto attraverso la pittura. Il suo rapporto con la tossicodipendenza fu tormentato, finì sei volte in prigione, una volta in manicomio criminale e più volte in clinica per disintossicarsi. Tornado al progetto musicale con Le Stelle, il disco si divide in due parti distinte. La prima (lato A) è occupata da una lunga improvvisazione surreale, Le ultime parole di Brandimante, dall’Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltarsi con TV accesa, senza volume), molto più vicina all’avanguardia pura che non al rock psichedelico, con un trasporto emotivo che aumenta man mano che ci si avvicina al finale. Una jam dilatata che inizia con i membri che parlano tra loro in un divertente italo-inglese, poi si sente il suono di alcune percussioni (qualcuno grida “piano, spacchi le orecchie!“). I primi minuti sono dominati da percussioni paranoiche e sinistri ammassi d’organo, poi una donna (Francesca Camerana) canta un malinconico tema folk con la chitarra, ma gradualmente l’attacco di organo e percussioni riemerge di nuovo e annega la sua voce sotto un’ondata di schizofrenia musicale.
Dopo sei minuti, il chitarrista Urbano Orlandi suona un riff di chitarra fuzz rumoroso ed il mood continua ancora più caoticamente perché lo strumento acquisisce un ruolo più importante. Dopo 17 minuti di caos, la traccia sfuma con un feedback di chitarra che introduce un motivo musicale che la RAI utilizzava per la chiusura delle trasmissioni televisive (di sicuro qualcuno di voi lo ricorderà). Una traccia finalizzata a creare più un trasporto emotivo che musicale ed è sicuramente un esempio unico nell’Italia degli anni 60. Poi c’è una seconda parte (lato B) che presenta momenti di psichedelìa più organizzata, tra cui Molto Alto, Susan Song, E dopo, Intervallo, e Molto Lontano (a colori), che ci riconducono verso un territorio più familiare: le prime due canzoni sembrano uscite da delle sessions alienate dei Velvet Underground, la terza un beat stralunato con delle sferzate di chitarra acida fuzz, la quarta un rhythm and blues intriso di distorsioni e
, la conclusiva, col suo flauto e l’andamento orientaleggiante, sembra riportarci verso un territorio più pacato incline alla meditazione. Ad ogni modo resta un tassello prezioso e deviato rispetto al resto del Beat, molto trasgressivo e commercialmente poco recepito. Inoltre il disco fu curato da Schifano nei minimi dettagli: una copertina argentata, con interno sfogliabile, e foto del gruppo ritoccate dall’artista; una dedica infinita ai tanti personaggi gravitanti nell’ambiente artistico a 360°, che in qualche modo avevano avuto a che fare con loro.
Proprio come un’opera d’arte, le copie del vinile furono distribuite sia nei negozi che nelle gallerie, ed in particolare queste furono corredate da litografie originali dell’artista che raggiunsero un costo di ben 40.000 lire, una cifra notevole per quel periodo, considerando che lo stipendio medio di un operaio all’epoca non superava le 120.000 lire e quello di un impiegato 150.000. Come fenomeno mediatico sono stati, di sicuro, la cosa più simile ai Velvet Underground che l’Italia abbia mai avuto, solo con la differenza che Le Stelle del dopo-Schifano si eclissarono in fretta, giusto il tempo di pubblicare un irrilevante 45 giri beat per poi sciogliersi. Comunque rimarrà a loro il merito di aver fatto nascere la musica alternativa italiana con il concerto del 28 Dicembre 1967 al Piper di Roma: un happening multisensoriale di cinque ore di cui, come al solito, non si hanno tracce visive o sonore, ma solo i racconti dei pochi fortunati. Sul palco si esibirono anche il cantautore freak americano Shawn Phillips e Gerard Malanga della Factory di Andy Warhol: quattro grandi schermi panoramici, filmati girati fra i guerriglieri vietnamiti, spezzoni di western con Tom Mix e di film girati da Schifano.

Nello Marini: voce, tastiere; Urbano Orlandi: voce, chitarra;
Giandomenico Crescentini: voce, basso; Sergio Cerra: batteria.
Ospiti – Peter Hartman: pianoforte; Ettore Robosch: pianoforte;
Antonio Mario Semolini: flauto; Paul Thek: tamburello;
Francesca Camerana: voce, chitarra.

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