La montagna brucia – di Ginevra Ianni

La montagna brucia. La montagna brucia da diciannove giorni. Consuma e si alimenta essa stessa di un sottobosco fitto ed inaridito da nessuna pioggia. La montagna posta sulla faglia attiva brucia e il fuoco ha minacciato le case talvolta. Il fuoco come in una danza avanza e si ritrae a fasi alterne poi si spegne in un punto e ricomincia altrove. Sembra che le fiamme vengano riassorbite dal ventre stesso del monte per sprigionarsi improvvisamente in un altro punto, come se avessero percorso una via nascosta: altri alberi secchi e fragranti di resina si accendono come fiammiferi indicando l’accensione del nuovo focolaio. Chiazze marroni di incendio spento compaiono come cicatrici sul fianco del monte. L’unico desideratissimo acquazzone non lo ha spento e nemmeno lo scroscio violento di grandine successivo ce l’ha fatta. Né i pompieri e volontari da terra. Né i canadair che in cielo svuotano le loro pance liquide sulle fiamme da giorni e giorni.
In certe notti le fiamme tingevano di rosso e rabbia l’orizzonte mentre la luna guardava consumarsi il disastro. Lo spettro del piromane ha catalizzato subito l’attenzione e l’odio della gente. Il fuoco lì non porta beneficio agli interessi di nessuno, solo un pazzo maniaco avrebbe potuto far bruciare tutto senza una ragione. Un piromane si dice ma qualcuno sussurra anche gli stessi elicotteri che vengono a spegnere un fuoco apparentemente indomabile (si parla di monopoli degli aerei deputati a queste funzioni che sono comunque privati), si parla delle misteriose “sette sorelle“, sette società appunto che gestiscono in tutta Italia le flotte aeree destinate a spegnere gli incendi, si parla di aspiranti pompieri livorosi, di lobby del rimboschimento, si parla e straparla riempiendo di infiniti fantasmi inquietanti il fumo bianco che scaturisce dal monte. Si parla, si ipotizza e si accusa, nessuno sa niente ma intanto il monte brucia.
Brucia uno dei polmoni verdi della città, bruciano gli animali che in tutto quel verde solitario avevano tane, nidi, cuccioli. Chissà dove sono adesso. Perché questo fuoco apparentemente insensato e che spaventa sì, ma da lontano, comunque ha fatto e continua a far danni veri: Nymeria era una randagia bianca simil pastore abruzzese che era stata abbandonata insieme ai suoi tre cuccioli per strada. Volontari di buon cuore l’avevano recuperata, nutrita e medicata, poi hanno cercato adozione per lei ed i tre batuffoli bianchi. Naturalmente i piccoletti hanno trovato casa quasi subito ma lei invece è scappata. Verso il monte bruciato. Le ricerche sono partite subito e qualcuno ha visto qualcosa ma cercare un maremmano nell’Abruzzo aquilano è come cercare un ago in un pagliaio. Nymeria ha un’indole timida e si spaventa di tutto. Chissà se è riuscita a fuggire e chissà dov’è adesso. Chissà se ha trovato acqua per dissetarsi o cibo per nutrirsi. Ma è timida lei, non si avvicina e non si fida di nessuno. Chissà dov’è ora e se è lontana dal fuoco. Speriamo. Perché se nessuno sa il nome dei colpevoli, gli innocenti che ne pagano il prezzo il nome ce l’hanno invece, come Nymeria.

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