Kraftwerk: “Radioactivity” (1975) – di Marco Fanciulli

Il mio primo incontro con i Kraftwerk avvenne non con l’epocale “Autobahn” (1974) ma con il suo illustre successore “Radioactivity“. L’Anno Domini in cui uscì quest’album è il 1975; è il battesimo dei Kraftwerk con una major, la EMI, e per la prima volta ci troviamo davanti a un loro disco completamente elettronico, perché anche in “Autobahn” c’è la presenza di un flauto negli arrangiamenti. “Radioactivity” emana un fascino misterioso e magnetico, lo “Sturm und Drang” di “Autobahn” qui non è un impeto temporalesco, un enthusiasmos alla greca espresso con gaudente euforia; in “Radioactivity” il romanticismo teutonico si fa luce nascosta che traspare da vampate di calore emanate dal mistero della scienza e dell’elettronica con l’aura della scoperta delle sperimentazioni pionieristiche. Il calore infatti: perché quest’album ha tonalità calde su sfondo scuro e notturno, a discapito di chi considera la musica dei Kraftwerk fredda e robotica. Chi parte da questo assunto dimostra di non sapere chi sono stati i Kraftwerk: i costruttori di un’elettronica tutt’altro che frigida, ma umana, carica di sentimento ed emozione: una musica ad alte temperature, fin dagli esordi più remoti, quando ancora si chiamavano Organisation. Esiste una continuità che lega un disco dei Kraftwerk a quello successivo e questa continuità si chiama ricerca. Tutta la saga kraftwerkiana è improntata a una ricerca continua, di album in album, di capitolo il capitolo, un viaggio dell’elettronica e nello “Sturm und Drangwagneriano mediante un’autostrada stockhauseniana.
Radioactivity è l’estro di creare frequenze generate dalle apparecchiature elettroniche, un’arte che supera la dicotomia uomo/macchina e diventa totalmente umana. Sono già tutti qui gli elementi che contraddistingueranno i lavori successivi. Disco di passaggio? Si ma passaggio con gran genialità e classe. Sono potenti i Kraftwerk, una delle più geniali creazioni della musica del Novecento; sono coloro che hanno tradotto l’avanguardia stockhauseniana nel pop. Dal vivo colpiscono per il loro aspetto di esili automi davanti alle macchine; e sono anche uno zenith di quel grande macrocosmo musicale che si chiama Kosmische Musik anni Settanta. Mica per niente hanno influenzato tutto quello che è venuto dopo. Ora è il momento di passare all’analisi di “Radioactivity“. Una raccomandazione: da ascoltare in religioso silenzio con la luce della stanza spenta, per cogliere ogni sfumatura. Un disco molto potente questo, fa viaggiare! Geiger Counter, l’Ouverture. Il sipario si alza con sordi battiti e frequenze di un contatore geiger che aumentano di intensità e velocità fino a sciogliersi nell’apertura solenne della title track successiva. Radioactivity è da brivido fin dall’inizio, con la sua intro chiesastica. È la catarsi sinfonica dell’era moderna, l’uomo è la macchina si fanno ascesi al cielo. Dedicato a Marie Curie, la scienziata che col marito Pierre scoprì la radioattività. Questo brano è un’apoteosi di estasi sublime, con una voce estatica in pieno distacco dalla realtà che intona a guisa di moderno adepto a un culto neopagano dell’era cosmica.
Radioactivity is the air for You and me… Radioactivity tune into melody… Radio Aktivität für dich und mich in Alt entsteht“, prima in inglese e poi nella lingua madre. Con Radioland l’elettronica kraftwerkiana lambisce lo spazio cosmico e si fa prossima a certe cose dei Tangerine Dream ma la Kosmische dei Tangerine viene calmierata dall’estetica musicale tipica del quartetto di Düsseldorf nel celebrare l’incontro fra uomo e macchina nel segno dello “Sturm und Drang“. Un celestiale muro di elettronica è lo sfondo su cui si disegnano bip e frequenze che rimandano al mondo delle onde radio, mentre una voce, ora morbida e meditativa, ora filtrata, recita un’omelia: sorta di predicazione del futuro. Airwawes. Una raffica di bip introduce questa cavalcata spaziale da eroi dell’aria alla cloche mentre compiono un viaggio fra le stelle a tutta velocità. Brano fortemente intriso di passione romantica teutonica, grazie anche al timbro vocale votato all’estasi di un viaggiatore alla Goethe che nell’Ottocento si ritrova catapultato dalla carrozza alla navicella spaziale sparata negli spazi siderali. Intermission è un breve intermezzo a base di bip elettronici. News appare come un collage costruito su spezzoni di notiziari della radiotelevisione tedesca e frequenze elettroniche di diversa intensità e timbrica. The Voice of Energy: su un fascio di frequenze che rimandano a immagini di schermi catodici con onde in movimento una voce filtrata che pare provenire da un ultramondo fantascientifico retrofuturista declamato da un oracolo. Con Antenna i Kraftwerk mandano il funky alle stelle. Aldilà della ballabilità del brano questo è un capolavoro di avanguardia. Pennate di bip elettronici da immaginario di schermi nel buio che proiettano nervose onde di energia che si sublimato in una ritmica robotica spaziale.
Lo spazio scende sulla terra e assume l’aspetto di un alieno che cammina ramingo sullo sfondo di una suburbia metropolitana di notte, e pare un’ombra scura che si staglia fra le luci della città armato di pistole laser che sparano raggi azzurri nell’oscurità. Il tutto condito da quell’afflato melodico teutonico che trasporta l’aura di una sinfonia, di un quartetto beethoveniano o un’ouverture wagneriana fra i ritmi funky dei ghetti afroamericani e crea le basi dell’electro. Questo pezzo ha prefigurato il futuro prossimo della musica: i capolavori electro dei Kraftwerk a venire; l’energy moroderiana; la techno di Detroit, parecchia new wave. Onde radio in un perpetuum mobile e coppia di voci in Radio Stars, la prima sussurrata che scandisce sillabe e la seconda filtrata: l’insieme crea un impasto di mistero proveniente da un pianeta lontano. Uranium è un muro di elettronica a guisa di coro angelico e una voce distorta dai filtri che pare il sussurro di chi trasmette da una base spaziale o un satellite. Transistor è uno scampolo di elettronica minimale alla Stockhausen che con il suo andamento dondolante crea una sorta di diamante che brilla fra le stelle. Ohm Sweet Ohm, Il gran finale. La voce della macchina che reitera il titolo del brano e introduce un poema sinfonico elettronico di rara intensità. Il brano è dedicato allo scienziato Georg Simon Ohm, creatore della legge di Ohm sulle grandezze elettriche. È un’elegia di pura poesia, sorretta dalla solenne tessitura melodica creata dai sintetizzatori, uno di quei pezzi dai quali trapela l’afflato romantico dei tedeschi. Soavemente melodiosa e sognante è la degna chiusura di un grande disco.

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