King Gizzard & The Lizard Wizard: “Infest the Rats’ Nest” (2019) – di Alessandro Gasparini

Scrivere di una band che negli anni 2010 si è autonominata Re Ventriglio e il Mago Lucertola si presenta già di per sé come un’impresa degna di nota. Aggiungiamo il fatto che questa gente nell’arco di dieci anni ha dato alle stampe diciannove album, registrati in studio e dal vivo, e il rompicapo assume una forma più definita. I King Gizzard & The Lizard Wizard nascono nel 2010 in quel di Melbourne in Australia, per mano di Stu Mackenzie (voce, chitarra, flauto, tastiere), Ambrose Kenny-Smith (voce, armonica, tastiere), Cook Craig (voce, chitarra), Joey Walker (voce, chitarra), Lucas Skinner (basso elettrico) e il duo di batteria e percussioni composto da Michael Canavagh e Eric Moore (anche in veste di manager). Arduo trattare le gesta di un gruppo che, comunemente etichettato con lo stampino del rock psichedelico, ha suonato nel suddetto arco temporale rock progressivo, acid rock, jazz rock, garage, punk e musiche da film western. Basti pensare che in un solo anno, il 2017, hanno pubblicato la bellezza di cinque dischi uno diverso dall’altro. Per l’estrema varietà e l’incessante fantasia, ciascuno di questi capitoli meriterebbe una recensione approfondita. Il capitolo che mi appresto ad illustrare è uno dei più recenti, datato 2019.
Il 26 aprile esce l’album
Fishing for Fishies, preceduto da quattro singoli che avevano fatto intuire una virata in direzione boogie rock con venature moderniste. Inoltre, il solare country allucinato dello stesso brano di apertura, Fishing For Fishies, aveva lasciato di stucco per l’ennesima volta i fan. Ma l’autentico supporter dei Gizzard non si lascia mai sorprendere più di tanto, a maggior ragione se poco prima dell’uscita del disco appena menzionato era stato diffuso il videoclip di una certa Planet B. Il mancato inserimento di un pezzo trash metal come quest’ultimo all’interno della tracklist aveva già fatto presagire un ulteriore e imminente cambio di pelle. Cambio che puntualmente arriva il 16 agosto con “Infest the Rats’ Nest” (2019), con la dentatura del roditore a farla da padrone in copertina.
Il quindicesimo album dei Nostri è caratterizzato da un suono duro e cupo, prefigurando un futuro distopico nel quale i propositi ecologisti hanno fallito miseramente. Tra insetti contagiosi, pianeti per ricchi e porte dell’Inferno le tematiche care al metal vengono rigorosamente rispettate. Grande novità che stupisce è la formazione che vede come compositori i soli Mackenzie, Walker e Canavagh, mentre i restanti quattro partecipano in modo alterno alla registrazione dei diversi brani. Musicalmente si tratta di un esperimento ardito, che vede le atmosfere psichedeliche e il sound garage tingersi della violenza quintessenziale del trash metal. Si contano le citazioni di band che hanno reso celebre questo genere quali Metallica, Slayer e Exodus, ma anche qualche strizzata d’occhio allo stoner e al doom metal.
La
prima facciata vede l’inizio al fulmicotone di Planet B, cavalcata memore dei primi Metallica, quando le ritmiche erano ancora strettamente imparentate con l’hardcore punk losangelesino. Il deserto si inizia a intravedere in Mars For The Rich, hard blues tiratissimo a metà strada tra No Class dei Motorhead, Fairies Wear Boots dei Black Sabbath e Thumb dei Kyuss. Martellante e casinista invece Organ Farmer, dove sembra di sentire i Napalm Death sotto LSD. Chiude il lato A Superbug, ed è un immersione nella profondità delle sabbie doom. Tra un riff à la Tony Iommi e un assolo in stile Billy Gibbons, l’atmosfera è degna di quella solitamente creata da un altro mago popolare in ambienti stoner (Electric Wizard). Il lato B non concede invece pause di riflessione, forte di cinque tracce sparate a mille dove la batteria di Canavagh si fa sentire onnipresente, tra triplette e doppio pedale, mentre basso e chitarra picchiano come solo in poche performance dei Nostri si era già sentito.
Le
Venusian I e II sono entrambe all’insegna della tradizione speed metal e degli storici precursori del metalcore, sia d’oltremanica (Discharge e Exploited) che d’oltreoceano (Bad Brains e Suicidal Tendencies). C’è tempo anche di rievocare i Judas Priest nella catastrofica Perihelion. In chiusura due proiettili implacabili, dove Mackenzie è protagonista con le sue urla e schitarrate che sembrano uscire direttamente dalla metà degli anni ottanta. Self-Immolate (contenente nel testo la parola Auto-Cremate avrebbe dovuto dare il nome all’album) e Hell fanno da battistrada in questo singolare episodio della carriera del Re Ventriglio. Un concept fanta-ecologista che preannuncia migrazioni dalla Terra verso altri pianeti, con conseguente contrapposizione tra ricchi, poveri e ribelli. Un album che lascia l’interrogativo sulle future strade che prenderanno i Nostri, dopo aver esplorato egregiamente un’altra branca della musica rock, ma che allo stesso tempo fa stare tranquilli sul fatto che difficilmente diverrano stancanti o prevedibili. Nel corso del 2020 i King Gizzard pubblicheranno quattro album live composti da materiale registrato durante il tour del 2019. Mentre il 25 Agosto arriverà la notizia dell’abbandono da parte di Eric Moore, il quale si concentrerà esclusivamente sulla sua casa discografica Flightless.

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