Katatonia: “City Burials” (2020) – di Warden

Nome che promette buio e depressione, grandi capacità evocative con note sempre misurate e atmosferiche, senza dimenticare il talento di creare brani mai banali nonostante le somiglianze evidenti tra i pezzi. Gli svedesi Katatonia hanno il merito di aver consegnato il doom metal al grande pubblico e questo “City Burials”, in uscita il 24 aprile 2020 per l’etichetta Peaceville Records, è l’undicesima prova del loro talento. Fondata nel 1991 a Stoccolma dagli unici membri originali tutt’ora presenti in formazione, Jonas Renkse (voce e chitarra) e Anders Nyström (chitarra), la band ha costruito il suo percorso verso le luci della ribalta album dopo album. Esordiscono nel 1993 con “Dance of December Souls”, un primo lavoro di metal estremo, incrocio tra death e doom, connubio di cantato sporcato e atmosfere pesanti e opprimenti. Problemi alle corde vocali di Jonas Renkse portano, per il successivo “Brave Murder Day” (1996), alla collaborazione con un sostituto temporaneo di tutto rispetto: Mikael Åkerfeldt, cantante, chitarrista e frontman della band svedese Opeth, di cui si è raccontato il “discone” che fu “Blackwater Park” (2001). Generi poco distanti quelli di Opeth e Katatonia, almeno negli anni 90.
La svolta per la band di Renkse e Nyström arriva con il terzo disco: “Discouraged Ones” (1998). Abbandonata la componente death degli esordi, Jonas Renkse assume stabilmente il ruolo di vocalist principale. Addio al canto sporcato e a pezzi dalla durata imponente, scelte stilistiche che permettono ai Katatonia di prendere finalmente una strada personale e distinguersi dal termine di paragone perenne per il death metal melodico, i connazionali Opeth. Seguono nove dischi tra il 1999 e il 2020. Un’opera dopo l’altra i Katatonia acquistano fama e successo, la qualità del materiale si mantiene sempre su livelli altissimi specie, strano a dirsi, con gli ultimi dischi. Subito viene in mente la metafora del vino che migliora invecchiando, forse dozzinale ma azzeccata in questo caso. La band rallenta il flusso creativo dal 2010 in poi e gli ultimi tre dischi escono a quattro anni di distanza l’uno dall’altro: “Dead End Kings” (2012), “The Fall of Hearts” (2016) e oggi questo “City Burials”. Due le riflessioni immediate. La prima: vale la pena aspettare ben quattro anni tra un disco e l’altro? Assolutamente sì, vista la qualità del risultato finale. La seconda: dopo ben ventisette anni di attività dove si è dimostrato tutto il dimostrabile è davvero necessario produrre ancora musica? Ancora sì, perché i Katatonia riescono con esperienza e mestiere a cambiare e introdurre leggere innovazioni, pur restando sempre fedeli a sé stessi. Il penultimo “The Fall of Hearts” osava parecchio per gli standard della band: durata dei brani spinta fino a sette minuti e mezzo, strutture logiche della forma-canzone volutamente stravolte con brani mai immediati.
Con “City Burials” i Katatonia pensano più in piccolo e retrocedono su un terreno più loro congeniale, lontano dalle sperimentazioni ambiziose del precedente lavoro. “City Burials” è un grande richiamo a sé stessi con qualche spiraglio di novità. Il brano d’apertura, Heart Set to Divide, funge da collegamento con l’album precedente e traghetta gradualmente l’ascoltatore ancora abituato a “The Fall of Hearts”, lo accompagna con la sua struttura cangiante tra cambi e reprise al secondo brano, Behind the Blood. Momento di metal più tradizionale, illuminato da un approccio diverso agli strumenti, con l’intera formazione che questa volta prende ispirazione dall’heavy metal del passato. Il risultato è un curioso episodio a metà tra la grinta e la depressione che cattura l’orecchio con piacere. Deciso cambio di atmosfera con Lacquer, primo singolo dell’album. Scelta strana: Lacquer è una ballad triste e soffusa che ci porta a camminare sconsolati per i corridoi di una casa vuota, buia e abbandonata. Diversa e decisamente soft, ornata da lievi ricami elettronici ed effetti vocali e coronata dalla prestazione vocale di Jonas Renkse, il vocalist osa e si spinge con successo fuori dal limitato registro vocale che più gli è comodo.
Rein riprende le sonorità più pesanti che aprivano il disco e le lima con la cupezza di un cielo plumbeo, tutto in forte contrasto con il brano precedente, mossa che mantiene alto l’interesse. Se il portentoso finale di Rein promette una tempesta di neve, The Winter of Our Passing è il momento in cui il cielo si schiude e i fiocchi turbinano. Pezzo breve, ritmato e godibile, diversi i tratti in linea con lo stile di Behind the Blood. Breve momento di svago prima di Vanishers, insieme desolante e confortante, come l’abbraccio del fantasma di una persona amata. La cantante Anni Bernhard, eterea come uno spettro, rincorre la voce di Jonas Renkse nei cadenti ritornelli: “We’re dead now, affinity has been found below the ground”. Introspettiva e sospesa la lunga City Glaciers, meno immediata e fredda come una stalattite. Micidiali Flicker e Neon Epitaph, con ritornelli che forniscono ottimi spunti melodici in bilico tra tristezza e cantabilità. La brevissima Lachesis funge da intermezzo tra questi due brani, meno di due minuti di soli pianoforte e voce, altro esperimento nuovo il cui unico difetto è la breve durata. Untrodden conclude il disco su una nota atmosferica reminiscente di “Night is the New Day” (2009) che, allo stesso tempo, lancia la band verso il futuro con un bell’assolo di chitarra. “City Burials” è marchio di fabbrica e allo stesso tempo piccola innovazione, è fare dell’arte un mestiere esprimendo il meglio di sé stessi in una discografia in costante evoluzione. Disco costellato di momenti e situazioni soft in cui il pianoforte non è una semplice comparsa. Se i risultati sono gemme come Lacquer e Vanishers, c’è quasi da augurarsi che i Katatonia decidano di intraprendere questa strada nel prossimo futuro. Nel frattempo, “City Burials” allieterà l’attesa.

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