Kasai Allstars: “Black Ants Always Fly Together, One Bangle Makes No Sounds” (2021) – di Ignazio Gulotta

Il collettivo congolese Kasai Allstars giunge al quarto album in tredici anni di vita; la band, una quindicina i suoi membri, riunisce musicisti provenienti dalle cinque etnie presenti nella vastissima regione del Kasai, da sempre fra loro antagoniste. Il successo dell’iniziativa ha quindi anche un profondo significato politico e culturale nel dimostrare la possibilità di convivere e collaborare pacificamente in un Paese come la Repubblica Democratica del Congo da sempre afflitta da conflitti etnici. Un appello all’unità e alla pacificazione che si respira nelle tracce di quest’ultimo lavoro, come evidenziato fin dal proverbio scelto come titolo dell’album. Il gruppo fa parte di quel movimento chiamato congotronics che ha rivoluzionato la musica congolese nell’ultimo ventennio, e che ha visto come protagonisti band come Konono n°1, Mbongwana Stars, Kokoko!. La loro musica nasce innanzitutto dalla grande varietà di ritmi tradizionali a cui si ispira, dall’unire strumenti tradizionali a chitarre elettriche, bassi, pianoforte e soprattutto dall’inserimento dell’elettronica. Altro tratto comune è l’attitudine lo-fi sia per sopperire alla povertà di mezzi sia come come consapevole scelta artistica.
Rispetto ai dischi precedenti questo “Black Ants Always Fly Together, One Bangle Makes No Sounds” (Crammed Disc 2021) risulta meno aggressivo e rabbioso e con una maggior attenzione alla forma canzone, il clima è più festoso e sereno, si celebra il senso della comunità e del vivere la musica come momento centrale dello stare insieme ballando e condividendo sentimenti di pace e amore, ma anche le problematiche della società congolese. Le canzoni spesso ispirate a proverbi, miti, consuetudini trattano del bisogno di unirsi aldilà delle differenze (Kasai Munene), di collaborare fra lavoratori (Hunters and Farmers Need the Blacksmth) e si evoca l’usanza di un villaggio nel quale per risolvere i conflitti si fanno delle danze di guerra per pacificare le tensioni (Olooh, a War Dance for Peace), celebrano la gioia di far musica (The Ecstasy of Singing), evocano miti tradizionali (Musungu Elongo, The Large Bird, The Woman and the Baby), parlano di problemi sociali come gli orfani abbandonati o l’emigrazione (Like a Dry Leaf on a Tree, Baba Bende). Il brano conclusivo, Allstars All Around, è dedicato all’orgoglio e alla felicità di essere partiti dai sobborghi di Kinshasa per poi esibirsi sui palchi di tutto il mondo.
L’intreccio dei vari ritmi, con in primo piano i travolgenti tamburi percossi a mano, le distorsioni non solo delle chitarre, ma anche degli strumenti tradizionali come il likembe, il sobrio, ma efficace uso dei synth, la varietà delle voci maschili e femminili che, oltre al tradizionale botta e risposta fra solista e coro, si intersecano e zigzagano fra loro, rendono molto godibile l’album anche per chi ha poca dimestichezza con la musica africana e confermano i Kasai Allstars come una delle realtà più interessanti della musica contemporanea, per la capacità di conciliare tradizione e sperimentazione in una prospettiva retrofuturista. Il disco prodotto per la prima volta da Mopero Mupemba, autore anche di buona parte dei brani e voce, chitarra e programming, è stato mixato in Belgio da Grag Bauchau, che aveva prodotto i precedenti dischi, e Vincent Kenis, ed esce per la belga Crammed Disc.

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