Johnny Copeland: “Bringin’ It All Back Home” (1985) – di Maurizio Celloni

Il richiamo delle terre natie è un mantra dei più sensibili musicisti blues. Molti sono gli esempi di tale nostalgia, da Eric Bibb con il suo “Global Griot” registrato nel 2018, al sardo Francesco Piu che ha riportato con il suo “Crossing” del 2019 il blues di Robert Johnson nel bacino del Mediterraneo. Johnny Copeland non si sottrae a questa forte attrazione e nel 1985 realizza uno dei suoi album più interessanti: “Bringin’ It All Back Home” (Rounder Records). Non usa giri di parole, già dal titolo rende evidente l’intenzione di suonare il blues riportandolo a casa, costruendo gli arrangiamenti con i musicisti e gli strumenti africani. La musica, sorretta dal suono percussivo delle ancestrali tonalità del Senegambia e del Magreb, assume la freschezza di una allegra miscellanea di esperienze vissute dalla varia umanità delle due sponde atlantiche. John Clyde Copeland, nato il 27 marzo 1937 in Louisiana, tra il pugilato e la chitarra scelse quest’ultima, iniziando a suonare influenzato da T-Bone Walker. Nel 1956 debuttò in sala di registrazione alla Duke Records, un’etichetta texana, con il suo primo gruppo, The Dukes Of Rhythm. Nel corso della sua breve vita, è morto sessantenne a New York il 3 luglio 1997, si è rivelato un ottimo cantante, ed è stato apprezzato in questa veste forse più che in quella di chitarrista. Non va comunque sottovalutata la sua capacità nell’utilizzo della sei corde elettrica, riconosciutagli da campioni della chitarra quali Albert Collins e Robert Cray, con i quali ha pubblicato l’album “Showdown” (Alligator Records) sempre nel 1985, a conferma di altre prestigiose collaborazioni con il “guitar hero Steve Ray Vaughan e il celebrato sassofonista jazz Archie Shepp, nel precedente lavoro “Texas Twister” (Demon Records).
Nel 1982 Johnny Copeland intraprende un lungo tour in Burkina Faso, Camerun, Guinea, Costa D’Avorio, Liberia, Senegal, Sierra Leone, Congo e Zaire, nell’ambito delle politiche di apertura verso il continente nero promosse dall’Agenzia per l’informazione statunitense, in collaborazione con sponsor locali africani. L’accoglienza riservata al musicista texano fu entusiastica, arrivando a trasformarsi in una interessante collaborazione con musicisti africani. Tornato in patria, Copeland sentì forte il richiamo di quelle note delle terre d’origine del blues, di quell’area geografica dalla quale furono strappati i giovani africani con la tratta degli schiavi, i padri delle generazioni di neri nate come lui in America. Decise, quindi, di tornare in Costa D’Avorio per realizzare il primo disco blues registrato in Africa, dando seguito al ricongiungimento tra blues e musica africana, avvalendosi di grandi musicisti quali Djeli Mousa, suonatore di kora, Jean Claude Kungnon e Souliman Moamed alle percussioni, Kotti Assalé al sassofono contralto. I risultati sono sorprendenti per freschezza di suono, dalle linee melodiche fortemente ritmate in levare. Le percussioni africane non assumono solo il ruolo di portatrici di ritmo, ma rappresentano nei loro complessi intrecci poliritmici le storie di villaggi, di riti propiziatori, di richiami alle religioni antichissime delle quali gli sciamani fungono da messaggeri, mediatori del volere trascendentale della deità, ed i Griot assurgono al ruolo di cantori e conservatori della tradizione orale degli avi. C’è tanta ricchezza e ispirazione nel vinile di Copeland, e la gioia dell’incontro con le origini.
Ascoltate con attenzione il brano Djeli, Djeli Blues, composto da Djeli Mousa e suonato magistralmente alla kora, una sorta di chitarra costituita da una mezza zucca da cui parte un manico in legno che sorregge 21 corde. Il brano chiude sfumando la facciata A del vinile e riprende all’inizio del lato B, evidenziando la genuina continuità della musica africana con il blues, sviluppatosi nel sud degli Stati Uniti, dove avvenne la magia della trasformazione, attraverso l’utilizzo della scala pentatonica sulle note africane, della musica indigena nelle “note blue”. Il disco inizia con il brano, Kasavubu, scritto da Copeland, nel quale si apprezzano immediatamente i toni gioiosi delle percussioni in levare. L’istintiva capacità dei percussionisti africani di narrare attraverso i ritmi complessi e armonici si coglie fin dal primo ascolto. Johnny Copeland sembra proprio a suo agio cantando con voce potente ed assertiva. Con il suo secondo pezzo, The Jungle, si torna a sonorità più vicine al blues canonico tuttavia la chitarra ritmica gioca con una coloritura che raramente si trova in brani simili. Ngote, è la terza traccia, scritta da T.P. Polyrhythmo. I musicisti si lasciano andare a straordinari ricami di note sul solido terreno poliritmico delle percussioni. Si colgono profumi intensi di spezie, echi di jazz e balli rituali. La prima facciata si chiude con l’intenso Djeli, Djeli Blues, che ritroviamo in apertura del lato B.
Abidjan, Abidjam è l’urlo che apre il secondo omonimo brano del lato B scatenando una gioiosa miscellanea di note la cui conduzione passa dalla chitarra di Copeland alle percussioni di varia natura presenti nel pezzo. Più tradizionale il blues del seguente Bozalimalamu, scritto da Copeland, un medio tempo ritmato con assolo d’ordinanza ben confezionato. Brilla costantemente la potente voce del leader che declina le stanze blues con un bel piglio. Il successivo brano Same Thing, sempre composto da Copeland, ha sonorità funky blues ma condite dal percussionismo africano in sottofondo che dà alla composizione un aspetto aperto, del tutto particolare. Il bel lavoro si chiude con il brano Conakry, una ballata al ritmo in levare tipico del sapere percussivo africano. L’andamento del pezzo affascina l’ascoltatore per la serenità che infonde, caratteristica che spesso è presente nella musica del grande Continente. Serenità che deriva dalla consapevolezza che nulla è totalmente nelle nostre mani, così come nel sentire collettivo dei popoli africani dove il tempo scorre indipendentemente dagli affanni e il clima ed i raccolti dipendono più dal fato e dalla benevolenza degli spiriti degli antenati che dalle volontà dell’uomo. “Bringin’ It All Back Home” è un disco da riscoprire e riassaporare, lascia un piacevole retrogusto di pace e serenità.

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