John Mayall: “The First Generation 1965-1974” (2021) – di Maurizio Pupi Bracali

Con una delle sue tipiche boutade ironiche, il grande Frank Zappa amava dire: “Non sono un musicista, né un chitarrista, né un compositore, neanche un arrangiatore e nemmeno un autore di canzoni, sono solo uno scopritore di talenti. Se John Mayall, ancora in attività oggi ottantasettenne, avesse avuto lo stesso spirito sarcastico, avrebbe ben potuto dire la stessa cosa, se si valuta il fatto che, tra le fila di colui che risulta certamente il primo a far conoscere il blues bianco di stampo britannico alle grandi masse e il secondo, ma solo cronologicamente, dopo Alexis Korner, a praticare in maniera eccelsa il British Blues, sono passati nomi dal valore straordinario a cominciare dai chitarristi, Eric Clapton, Mick Taylor, Harvey Mandel, Peter Green, Freddy Robinson, ai bassisti Jack Bruce, Larry Taylor, John McVie, i batteristi Keef Hartley e Ainsley Dunbar, i fiatisti Ernie Watts, Blue Mitchell e Johnny Almond, tutti grandi strumentisti che poi fecero carriera formando loro stessi ottime band di British Blues o militando al fianco di altri grandi musicisti come, appunto, Watts e Dunbar che approdarono proprio alla corte del Frank Zappa da cui siamo partiti.
Chi segue il multiforme universo rock, di John Mayall, polistrumentista di vaglia, (chitarra, armonica, organo, pianoforte, basso e batteria) sa ovviamente quasi tutto: fondatore di una band rock blues epocale e seminale come i Bluesbreakers, per poi intraprendere una luminosa e lunghissima carriera solista, non ha mai abbandonato il verbo del blues spalmandolo su una settantina di album in carriera, tra quelli in studio, i live e le raccolte, senza contare i numerosi bootlegs e le edizioni limitate, prodotti inizialmente nel paese di origine per poi trasferirsi definitivamente nella più assolata California (“Blues From Laurel Canyon” del 1968) e firmando album notevoli che nonostante l’imprescindibile blues di base si differenziano in particolarità come “The Blues Alone” (1967), registrato in solitaria con il solo ausilio di Keef Hartley alla batteria in alcuni brani, “The Turning Point(1969) un live con Jon Mark e Johnny Almond dove invece la batteria non è presente (e non se ne sente la mancanza, visto il “tiro” comunque altamente ritmico della band), o il mitico “Jazz Blues Fusion” (1972), altro live che, come enunciato dal titolo, si muove meravigliosamente tra i due mondi musicali evocati in copertina.
L’occasione per parlare ancora una volta del grande e vecchio Maestro del blues, è data dall’uscita di una nuova e recente pubblicazione che non crediamo, purtroppo, sia economicamente alla portata di tutti, vista la mole eccezionale dell’opera. Di quegli oltre settanta album in carriera, infatti, questo monumentale John Mayall First Generation-Box Set 1965 – 1974(2021) assemblato anche dallo stesso Mayall, ne propone ben trentacinque, ovviamente rimasterizzati, cioè, tutti quelli ufficiali pubblicati dalla Decca e dalla Polydor lungo il quasi decennio citato, comprendenti tutti i capolavori di Mayall e Co., ai quali si aggiungono ben altri otto CD di registrazioni inedite con Clapton, Mick Taylor e Peter Green e interi concerti live mai pubblicati – Windsor (1967), Gothenburg (1968), Berlino (1969) e San Francisco (1979) – oltre a posters, un paio di libri, stampe fotografiche e quant’altro. L’occasione per i fan del grande Bluesman è certamente ghiotta, ma un cofanetto di quarantatré dischi e memorabilia varie, che sfiora il prezzo di cinquecento euro non sarà proprio acquistabile da tutti. Al di là di questo, qui sono comunque presenti i fondamentali e anche di più, per conoscere appieno l’importanza di uno degli autentici padri del blues e uno dei punti di partenza imprescindibili della galassia rock.

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