John Fahey: “Blind Joe Death” (1959) – di Roberto Menabò

La Martin’s Esso Station a Langley Park era tra le più grandi del Maryland. Durante la notte chi serviva i pochi clienti che chiedevano un pieno era un giovanotto, grande appassionato di blues e rampante chitarrista appena uscito dalla Hyattsville Northwestern Highscool di Washington. Tutta la notte da solo era lunga da passare, ma spesso venivano a trovarlo dei suoi amici e così nei momenti morti parlavano di musica, fumavano e suonavano interminabili e improvvisate sessions. John Fahey però aveva l’ambizione di incidere un LP di sola chitarra acustica, non si era ma sentito nulla di simile! Per giunta voleva spacciarlo, almeno una facciata, come se fosse stato suonato da un ipotetico vecchio blues singer capitato per caso in città, ma che nome dargli? Di questo parlava con il suo amico Greg Eldridge durante una di quelle notti. Avevano deciso che doveva essere per forza cieco come Blind Lemon Jefferson, Blind Blake, Blind Joe Taggart e via dicendo e parlando e riprovando una lunga sequela di nomi trovarono quello giusto: “Blind Joe Death“. Era il 1958 e una sorta di maschera beffarda, lucida e sarcastica prendeva forma, pronta a sconvolgere mettere a nudo la musica americana per lunghi anni a venire.
Fahey aveva già registrato nel garage del suo amico JosephE. Bussard, che con enfasi chiamava la Fonotone Records, dei 78 giri spacciandosi con lo pseudonimo Bill Thomas, facendo credere di essere un blues singer d’annata. Erano blues tradizionali, suonati alla buona, gracchianti e con poca ricercatezza. Fahey però aveva in mente qualcosa di diverso, voleva incidere un 33 giri di sola chitarra acustica, ma a quei tempi a nessuna casa discografica interessava il suo progetto. Così, spinto anche dalle esortazioni dal parroco della parrocchia che era solito frequentare e che gli imprestò i trecento dollari per le spese, si lanciò nella realizzazione. “Aiutati che Dio ti aiuta gli aveva detto il pastore e lui ubbidì”. E così, con l’aiuto di Pat Sullivan che stava al registratore noleggiato per lo scopo e con un contratto stipulato con la RCA per la realizzazione di cento copie (cinque andarono distrutte durante il trasporto) vide la luce uno dei dischi più sconosciuti ma essenziali della discografia americana. Lineare e spartano, l’album riproduceva sulla copertina, da un lato il nome di John Fahey e sull’altro Blind Joe Death poi un piccolo logo della casa discografica Takoma sempre inventata da Fahey per l’occasione che diventerà negli anni Sessanta un marchio che segnò un’epoca.
In un colpo solo John aveva: 1) inciso il primo LP di composizioni per chitarra acustica che poi lui stesso chiamerà American Primitive Guitar. 2) aveva preparato la strada alle produzioni indipendenti e alle autoproduzioni. 3) si era permesso di scherzare e prendere in giro la critica ufficiale che vedeva la negritudine come elemento essenziale del blues. Non male per un ragazzo di provincia di vent’anni. Fahey registrò “Blind Joe Death” tre volte, tenendo la stessa scaletta, a parte una leggera variazione. La session migliore è indubbiamente quella del 1967 per la tecnica ormai matura, sicura e pulita nell’esecuzione di brani dalla melodia fluida e penetrante. Il primo brano dell’album, On Doing An Evil Deed Blues, è un’elegante e poderosa citazione dei blues in LA di Robert Johnson che hanno segnato un’epoca con i bassi decisi e con le settime in prima fila. Ancora blues con il classico di William Handy, St Louis Blues, interpretato con una scioltezza da far invidia, vista anche la struttura del brano con i passaggi in minore. Ancora blues canonico con Poor Boy A Long Ways From Home in accordatura di Re suonato con un impeccabili bassi sincopati. Ma dopo questo inizio così palesemente blues il disco comincia a cambiare pelle.
Due brani ancora ai confini con la tradizione e poi la prima facciata termina con In Christ There Is No East Or West, uno dei brani più famosi in assoluto di Fahey. Dopo la guerra civile anche i neri potevano accedere alle scuole più elevate. La Fisk University di Memphis, una facoltà per gli studenti di colore, aveva bisogno di denaro, per cui decise di mandare a cantare il suo coro, i Fisk Jubilee Singer appunto, nei teatri del Sud e del Midwest per raccogliere fondi. Nel libro delle loro canzoni c’era anche questo brano che Fahey aveva ascoltato da piccolo in chiesa. Il suo arrangiamento per chitarra è di una bellezza emozionante che integra lo stile classico con i bassi sincopati forti e popolari. La seconda facciata si apre con The Trascendental Waterfall, un’escursione libera e ardita che preannuncia la chitarra orchestrale ampia e sinfonica degli album successivi. Si continua con Desperate Man Blues ma qui del blues canonico non c’è più traccia, solo il titolo. Il brano suonato con un’accordatura particolare Sol, Sol, Re, Sol, Si, Re, riesce a coniugare John Hardy nella versione della Carter Family assieme a citazioni della Sinfonia n. 7 in Do maggiore Op. 105 di Sibelius, diventato un unicum di una luminosità trasparente e di una libertà elegiaca senza fronzoli inutili.
Avanti ancora con la sei corde sempre più calda e avvolgente che, partendo da uno standard del blues, Sun Gonna Shine In My Back Door Someday, si inventa un brano dissonante e dissacrante, tra modulazioni armoniche inusuali, ritmi elaborati da Béla Bartók e posizioni nuove sul manico. L’album si chiude con un altro inno religioso, inserito questo solo nella versione del 1967: I’m Gonna Do All I Can For My Lord, imparato da Frank Hovington, un chitarrista nero incontrato nei suoi viaggi alla ricerca di 78 giri. Un album unico, appassionante e intrigante un viatico per la grande avventura della chitarra acustica.

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