John Coltrane: “Coltrane Plays The Blues” (1962) – di Maurizio Celloni

Ho tanti dischi, più di quelli che riesco a ricordare. Talvolta fatico ad individuare esattamente il musicista o il gruppo che rispecchino il mio stato d’animo del momento. Non posso accontentarmi di scelte di ripiego per mancanza di memoria visiva spazio-temporale. Non sarebbe la stessa cosa, voglio che le casse acustiche dello stereo mi inondino di quelle note, mi accompagnino nell’esatto istante in cui esplode l’emozione. Anche lo stretto ordine alfabetico non è un granchè d’aiuto, soprattutto quando l’anima è presa da un turbinio di sensazioni da accompagnare con quel vinile speciale, giusto, perfetto nell’incastrarsi tra le pieghe della mia nemesi emozionale, o solo della voglia intensa di ascolto. La parte razionale non aiuta: come si chiama quella Band? E quella pubblicazione che possiede un particolare suono? Eppure ce l’ho chiara la copertina, il tono del colore della prima facciata ed anche il profilo dell’autore… eppure non trovo ciò che cerco. Sale dentro un senso di sconsolata impotenza, di rabbia per la scarsa memoria sulla logistica degli scaffali o sul titolo del disco. Eppure mi guarda lui, il vinile, muto nel mettermi alla prova, considerandosi essenziale in quel preciso istante e, per questa ragione, inderogabilmente necessario, unico e desiderato.
Altre volte capita di scorrere velocemente i titoli, spesso di difficile lettura nei dorsi delle copertine dal cartone un po’ consunto, dai colori delle scritte minute che si confondono con la patina inesorabile del tempo. Ma ciò che accade talvolta è una magia, nella quale cuore e sentimento guidano la mano, come nei juke box degli anni 70, fermandosi nel punto della discoteca dove, come d’incanto, esce il disco giusto per quel preciso momento. E spesso si tratta di un titolo che non ascolto da tempo. Appoggio delicatamente il vinile sul piatto e al contatto della puntina con il solco nero ancora mi stupisco dell’armonia perfetta della composizione musicale che inonda la stanza. John Coltrane soffia la sua vita nell’ancia del sassofono soprano mentre scorrono i solchi di “Coltrane Plays The Blues” (1962), doma le pericolose deviazioni che spesso lo rendono strumento inconsapevolmente disarmonico, scappando sui toni alti verso un gracchiare indistinto, quasi l’urlo di un satiro impenitente che ti spaventa prendendoti in giro.
Ma Coltrane conosce ogni minima spigolatura di quell’ottone assomigliante ad un clarinetto dorato, non si fa mettere in difficoltà dalle sue fughe irrazionali oltre i margini del rigo e da ogni bemolle o diesis fuori controllo. Accanto a sé in sala d’incisione ha chiamato i suoi amici più fidati: McCoy Tyner suona il suo pianoforte con intense e calde tonalità blues, creando con Elvin Jones alla batteria, dal tocco di spazzola delicato ma ricchissimo di controtempi, e Steve Davis al contrabbasso, abile a dare spessore al tessuto sonoro dei brani: un tappeto di suoni essenziale alla spiritualità profonda che tu, Coltrane, sai far sprigionare dal tuo saxello. Il suono è perfetto, il blues penetra ogni piega del cervello, come se fosse un viaggio lisergico, la musica amplifica la percezione dell’assoluto che in ognuno di noi alberga. E allora soffia forte quel tuo sassofono complicato John, aiutala questa umanità dolente, con le meravigliose note che le hai donato, aiutala a ritrovare l’essenza del vivere che anche tu ricercavi per colmare i dolori esistenziali dell’essere umano sensibile, delicato e fragile quale eri. Ti voglio bene John

John Coltrane: sassofono soprano & tenore;
McCoy Tyner: pianoforte; Steve Davis: contrabbasso;
Elvin Jones: batteria.
Lato A: 1) Blues To Elvin (Elvin Jones); 2) Blues To Bechet (John Coltrane);
3)
Blues To You (John Coltrane).
Lato B: 1) Mr. Day (John Coltrane); 2) Mr. Syms (John Coltrane);
3)
Mr. Knight (John Coltrane).

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