Jimi Hendrix: “Rainbow Bridge” (1971) – di Maurizio Pupi Bracali

Album interlocutorio per diversi motivi “Rainbow Bridge” (Reprise Records) è il secondo disco in studio di Jimi Hendrix, pubblicato nel 1971 dopo la sua morte. Tra i motivi dell’interlocuzione vi è sicuramente la componente da colonna sonora del film omonimo che rende l’opera poco unitaria e frammentaria. Pellicola, tra l’altro, che avrebbe dovuto testimoniare una sorta di raduno hippie incentrato sulla spiritualità e su pratiche più o meno yoga svoltosi all’isola di Maui nelle Hawaii alla presenza di Hendrix, protagonista di un concerto gratuito di sostegno all’evento, ma che infine si rivelò più un documentario sul chitarrista di Seattle che la testimonianza dell’avvenimento. Altro motivo di poca unitarietà è il recupero di brani sparsi registrati da Hendrix nel corso degli anni e inseriti nell’album a discapito del live concert hawaiiano del quale, paradossalmente, non è presente nessun brano. Ecco così che il ponte arcobalenico si rivela uno strano disco di brevi canzonette poco ficcanti e, in alcuni casi, trascurabili. È il caso eclatante dell’inno nazionale americano The Star-Spangled Banner che, al contrario dei furori antimilitaristi hendrixiani sul palco di Woodstock espressi in forma divenuta storica e memorabile, è qui ridotto a una marcetta smandolinata piuttosto fastidiosa per sola chitarra elettrica, sovraincisa più volte con pessimi risultati.
E canzonette, seppur piacevoli, sono Dolly Dagger dall’impronta soul e con coretti femminili poco hendrixiani (The Ronettes in qualità di ospiti), Look Over Yonder e Earth Blues che, anch’esse, non lasciano trasparire la vera anima del chitarrista che spesso ricorre a eccessive sovraincisioni del suo strumento con risultati poco apprezzabili come nella strumentale e inconcludente Pali Gap. Anche la pur bella Room Full of Mirrors, dove pare che lo stesso Jimi suoni le parti di basso al posto di Billy Cox (il batterista è Mitch Mitchell), con le sue chitarre sovraincise e il tiro più veloce non vale un decimo della splendida versione live di undici minuti che si può ascoltare su Experience”, anche questa opera postuma del 1971 ma interamente live pur nella sua brevità.
A risollevare le sorti di quest’album, come già detto piuttosto inconsistente, ecco però che arrivano due pezzi da novanta: la magnifica ballata Hey Baby che chiude ottimamente il disco con la sua doppia introduzione, l’andamento lento e un bellissimo assolo di chitarra, e, a ribadire una volta di più il valore di Hendrix nelle esibizioni live, la straordinaria versione dal vivo registrata a Berkeley nel 1970 di Hear My Train A Comin’, forse la migliore trasposizione di quel magnifico bluesaccio delle decine (e tutte super valide) ascoltate nei molti live del “chitarrista mancino“. Luci e ombre, quindi, in un album di transizione che, se in parte, con le sue ombre, non certifica il vero valore e la genialità dell’Hendrix più sulfureo e stratosferico degli album capolavoro, un paio di lampi di luce che da soli valgono il prezzo del biglietto (oops, del disco…) restituiscono la grandezza di quello che fu il più grande chitarrista rock di tutti i tempi.

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