Jefferson Airplane: “White Rabbit” (1967) – di Benedetta Servilii

Annaliese guardava un orizzonte indefinito dalla sua finestra, così come le capitava di fare quasi ogni notte, quando pensieri e insonnia tornavano a trovarla. Si era rassegnata a quella condanna, proprio come chi aveva ispirato il suo nome, una giovane donna tedesca vittima di possessioni demoniache o, semplicemente, di quell’ignoranza che non l’avrebbe mai guarita. In fondo – pensava – dover gestire inquietudini e qualche notte insonne non era poi una così spiacevole prigionia. Si sentiva sollevata all’idea che l’eredità di quel nome non avesse portato con sé anche la sfrenata ossessione di doverla guarire, o semplicemente cambiare. Fu sull’onda di quel pensiero che tirò un sospiro di sollievo senza accorgersi che lo stava accompagnando anche un sorriso compiaciuto, di quelli che si stampano sul viso quando finalmente la realtà dà ragione a quello che si è a lungo immaginato. Si versò un bicchiere di vino rosso come se fosse una tazza di latte e biscotti, un rituale a cui non sapeva rinunciare durante quelle notti in cui non riusciva a capire se aveva più bisogno di una carezza o di stordirsi.
Al primo sorso sentì che nulla le parlava di tenerezza e tornò a concentrarsi sui dettagli che la quiete notturna regala: un’ombra riflessa sulla parete dell’appartamento di fronte, qualcuno che legge seduto in poltrona; la luce intermittente del lampione, domani forse sarà una notte buia in strada; un uomo con il cane e una grande busta nera da gettare; due ragazzi in macchina nell’evidente difficoltà di salutarsi. Tornò a versarsi un altro bicchiere di vino e improvvisamente tutto intorno divenne quiete e silenzio. Poi un rumore sordo e ovattato, qualcosa si muoveva tra gli alberi. Seguì quella strana ombra tra i cespugli, incapace di darle una forma. Poi le foglie smisero di muoversi e dai rami venne fuori qualcuno che Annaliese non avrebbe mai immaginato: un coniglio che la fissava senza batter ciglio. “Devo essere ubriaca“, si disse. Annaliese non aveva mai creduto alle favole e ritrovarsi come Alice – pensò – poteva essere soltanto uno scherzo della mente, una ridicola allucinazione.
Mentre cercava di risolvere il gran paradosso di razionalizzare un’allucinazione, il coniglio si fece sempre più vicino. Sembrava invitarla a seguirlo. Dal pensiero di essere ubriaca, Annaliese passò alla certezza di essere del tutto impazzita. A quel punto, scelse l’alternativa inaspettata di assecondare quella follia, certa che quelle quattro mura limitavano uno spazio ormai troppo stretto. Il bicchiere di vino cadde rovinosamente a terra colorando il pavimento fino al giradischi che smise di suonare. Annaliese era rapita dalla fretta e dal timore di non trovare più quel coniglio una volta percorsa la tortuosa rampa di scale che la separava dalla strada. Il coniglio era ancora lì al suo arrivo e prese a zompettare in direzione opposta appena vide la ragazza riprendere fiato. Annaliese lo seguì senza farsi troppe domande e si inoltrò nel parco senza la prudenza con cui l’avrebbe attraversato in qualsiasi altra notte. Il coniglio correva come se dovesse raggiungere la vetta del mondo, poi all’improvviso si fermò, guardò Annaliese negli occhi e, con il musetto all’insù, le indicò di guardare aldilà del buio. Si trovò più volte catapultata in mondi lontani o forse paralleli. In fondo, si sa, ognuno di noi ha in sé infinite dimensioni, di altri tempi e di altri spazi.
Annaliese vide sua madre, così giovane come l’aveva vista di nascosto aprendo quel baule pieno di vecchie foto a cui aveva il divieto di avvicinarsi. La donna danzava, vestita con un lungo abito bianco, il viso incorniciato da lunghi capelli ricci adornati da una coroncina di margherite, le guance erano solcate dalle lacrime eppure continuava a danzare come se quella musica in lontananza alleviasse il suo dolore. Teneva la mano sul ventre rotondo, sua madre, a protezione di quell’unica futura speranza. Vide il suo più caro amico seduto alla sua scrivania, intento a seguire un fiume di parole che riportava su fogli gialli senza mai alzare lo sguardo; Annaliese si chiese se stesse scrivendo finalmente l’ultimo capitolo del suo libro, rimasto incompiuto da anni o stesse scrivendo a lei, che da mesi non aveva dato più sue notizie, poi tornò a correre. Vide la piccola Annaliese rincorrere un palloncino che vagabondava in aria in quell’immenso prato verde che circondava casa dei nonni e fu invasa da una sensazione di spensieratezza e leggerezza che, probabilmente, non provava da allora. Vide una donna seduta in poltrona, la vedeva di spalle ma aveva riconosciuto quelle mani, quegli anelli e quel piede con una rosa rossa tatuata sul lato. Qualcuno le porgeva un bicchiere di vino e, quando chiuse gli occhi per sentirne l’odore, cadde in un cono vertiginoso come se stesse per essere risucchiata al centro della terra. Una caduta caotica che si concluse con un grande tonfo, al buio, ma indolore. Annaliese si sentiva stropicciata, rassicurata dall’essere ancora tutta intera ma impiegò del tempo prima di trovare il coraggio di aprire gli occhi. Si decise solo quando sentì la puntina del giradischi adagiarsi sul piatto e una musica arrivare da lontano.
One pill makes you larger, and one pill makes you small
And the ones that mother gives you, don’t do anything at all
Go ask Alice, when she’s ten feet tall
And if you go chasing rabbits, and you know you’re going to fall
Tell ‘em a hookah-smoking caterpillar has given you the call
He called Alice, when she was just small
When the men on the chessboard get up and tell you where to go
And you’ve just had some kind of mushroom, and your mind is moving low
Go ask Alice, I think she’ll know
When logic and proportion have fallen sloppy dead
And the White Knight is talking backwards
And the Red Queen’s off with her head
Remember what the Dormouse said
Feed your head, feed your head.
Non aveva chiesto nulla ad Alice, eppure Alice era arrivata in suo aiuto. Annaliese aprí gli occhi, rassicurata da quelle quattro mura dalle quali era ormai sicura di voler e dover uscire. Il vino era ancora su tutto il pavimento e il coniglio bianco ancora tra le sue braccia in quell’unica foto che custodiva vicino al letto per ricordarle ogni mattina che “per sempre… a volte, è solo un secondo“. Quella notte ne era stata la conferma, Annaliese non l’avrebbe più dimenticato.

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