Janko Nilovic: “Soul Impressions” (1975) di Alessandro Gasparini

La library è probabilmente il genere musicale che più di ogni altro accompagna la vita di una persona comune. Al di là del curioso nome anglosassone che fa pensare ad una biblioteca, si parla semplicemente di musica per sonorizzazioni, ovvero dei temi strumentali utilizzati per accompagnare programmi TV, spot pubblicitari e documentari. Per loro natura, quelli che possiamo definire i jingle accostati al lancio di prodotti, servizi e programmi spaziano verso tutti gli stili possibili e immaginabili. In tale campo l’Italia può vantare una forte tradizione, specialmente a cavallo tra glia anni sessanta e ottanta. Tanto nomi altisonanti come Ennio Morricone, Piero Umiliani e Alessandro Alessandroni, quanto altri meno famosi quali Sandro Brugnolini, Giuliano Sorgini e William Antonini, hanno dato alle stampe grandi e piccoli capolavori oggi ricercatissimi dai collezionisti. Definito easy listening, proprio perché fruibile e orecchiabile al più ampio numero di utenti auspicabile, questo ampio mondo musicale ha annoverato musicisti formidabili dediti al jazz, al rhythm’n blues, alla bossa nova e più avanti al progressive e all’elettronica. Capitava spesso che i turnisti componenti le band, a sostegno del compositore principale, non fossero neanche accreditati sulle copertine dei dischi.
Un esempio di pari livello a quelli nostrani già menzionati è sicuramente il
polistrumentista e arrangiatore francese Janko Nilovic. Principalmente pianista e compositore, nasce in Turchia con origini greche e montenegrine nel 1941 per poi trasferirsi in Francia nel 1960. È il 1967 quando avviene il fortunato incontro con il il cantante Davy Jones, per il quale produrrà singoli che arriveranno all’attenzione di André Farry fondatore dell’etichetta Montparnasse 2000. Entrato in questa scuderia, Nilovic pubblicherà una prolifica serie di album “Impressions” focalizzati sulla diverse sfaccettature della musica contemporanea. Tale collana godrà di un certo successo commerciale e i brani verranno inseriti all’interno di vari programmi TV. Nel frattempo si dedicherà anche a progetti paralleli con altre case discografiche, utilizzando pseudonimi come Andy Loore e Johnny Montevideo. L’anno 1975 segna l’uscita di un disco che nel tempo è divenuto di culto, ovvero “Soul Impressions”. Opera fondamentale e rappresentativa del genere in oggetto, poiché solido e monolitico nonostante il variopinto caleidoscopio regalato da ciascuna delle dodici tracce presenti. Dalle sirene prog di Hyppocampus, Crazy Enterprise e Man Of Genius all’ossessiva ritmica quasi hard rock di Black Swan Lake e Push Push, si assapora immediatamente il gusto inequivocabile degli anni settanta.
Si tratta di un’autentica goduria per chi ha passato anni a consumare i suoni di quella decade, scavando nei meandri dell’underground e anche del mainstream più virtuoso. Le sonorità, pur mantenendo costantemente timbriche poderose, si fanno più dolci in brani come Open Country, Lettre De Mer e Lady Day, i quali calzano a pennello su ideali scene d’amore, vita familiare o tempo libero del francese medio immortalato dalla TV nel 1975. Ma è tempo di dare senso al titolo dell’opera, e dunque non possono mancare momenti propriamente soul e funk. Soul Impressions e la gemma Drug Song sono un tripudio di fuzz, wah-wah, bassi pastosi, batteria secca e fiati incalzanti che portano subito alla mente eroi black dell’epoca come Isaac Hayes, The Temptations e Funkadelic. La chiusura vuole essere conciliante, e viene dunque affidata a due pezzi in salsa jazz di facile ascolto. La breve e rilassata To and Fro cede il passo all’allegra Family Tree, che pone il sigillo in coda alla tracklist. “Soul Impressions è un album da ascoltare per chiunque volesse avvicinarsi alla library, e da riascoltare più volte qualora i propri timpani abbiamo fatto il callo ad essa. Ad ogni ascolto si potranno apprezzare i dettagli che determinano il genio di Janko Nilovic e la preparazione di chi ha suonato e inciso con lui. Nilovic avrebbe abbandonato la Montparnasse 2000 a fine anni settanta, per poi produrre la sua musica con un approccio più indipendente.
Con la riscoperta della
library negli anni duemila e duemiladieci il suo nome tornerà in auge, riscontrando anche l’endorsement in ambito hip-hop grazie ai campionamenti da parte di Dr. Dre, Dannyl e Jay-Z. Anche oggi la library resta un universo musicale che incessantemente fa parte delle nostre vite, pur essendo cambiati i gusti delle masse e i supporti con i quali la musica viene suonata e fruita. Negli anni venti del terzo millennio, un ruolo importante nella diffusione delle tendenze lo giocano i DJ, tecnologie applicate grazie all’uso del computer e ovviamente internet. E se da un lato resiste la fiamma dei musicisti jazz, soul e pop, d’altra parte va tenuto conto che gli eredi della tradizione library sono oggi individuabili anche in generi come lounge, chillout e ambient. Innegabile infatti, che tale sottofondo possa oggi scandire qualunque momento passato guardando la TV o utilizzando delle app, girando in un supermarket, seduti nella sala d’attesa di uno studio medico o, perché no, sorseggiando un cocktail a bordo piscina.

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