Jamie Saft, Steve Swallow, Bobby Previte: “You Don’t Know the Life” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Non finisce mai di stupire Jamie Saft, tastierista, polistrumentista e compositore americano legato al mondo del Jazz ma non solo. Dopo un terzetto di album straordinari pubblicati in poco più di un anno, estremamente diversi tra loro quali: “Serenity Knolls” (RareNoise Records 2017), dove abbandona le tastiere per imbracciare la chitarra in duo con Bill Brovold acclamato chitarrista newyorchese, il live per solo pianoforte registrato a Genova, “Solo a Genova” (RareNoise Records 2018) e “Blue Dream” (RareNoise Records 2018), dove rispolvera la formula del classico quartetto Jazz, ecco che questo 2019 appena iniziato vede il barbutissimo tastierista nel recupero dell’organo (soprattutto Hammond) in versione Jazz come da tradizione mai troppo seguita da altri tastieristi. Affiancato da due autentici giganti dell’avant Jazz quali il bassita Steve Swallow e il batterista Bobby Previte, Jamie Saft si produce in una sequenza di brani apparentemente semplici e senza scivolare nelle osticità sperimentali e avanguardistiche di altri momenti della sua carriera. Equamente divise tra cinque brani originali composti da Saft e i suoi sodali e altrettanti standards (Bill Evans, Roswell Rudd, Tom Moore, Burt Bacharach e Suessdorf & Blackburn), le dieci tracce dell’album scorrono veloci e gioiose senza grandi impennate, tra cascate di note iridescenti e momenti un po’ più pacati che vedono srotolarsi situazioni apertamente Jazz, atmosfere Soul, sofisticati romanticismi da Dance Hall, improvvisazioni inaspettate e persino piccole scintille psichedeliche. Se le linee del basso elettrico di Swallow si fanno notare particolarmente in Alfie, il drumming di Bobby Previte costella tutto il disco come presenza indispensabile nell’economia del trio. (ricordiamo che questi “tres caballeros” hanno già pubblicato insieme due precedenti album benché notevolmente diversi da questo). Album piacevolissimo, elegante e raffinato al quale manca forse il graffio geniale a cui Saft ci ha abituato in altre occasioni, ma che non manca di estrema gradevolezza e di momenti di alto valore musicale. Una curiosità: il brano che titola il disco, benché attribuito in copertina a tale Tom Moore (errore o pseudonimo?) come anche noi abbiamo scritto sopra, è in realtà una composizione di Billy Gibbons (Moving Sidewalks e i più conosciuti ZZ Top), a riprova dell’eccezionale apertura mentale di Saft che non disdegna certo collaborazioni con altri mondi musicali tra i più disparati tra i quali il rock, come in questo caso.

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