Indaco: dal Prog alla musica etnica e ritorno – Di Fabrizio Medori

Indaco è stato un progetto musicale importante, vitale e innovativo ma, come spesso accade in Italia, ampiamente sottovalutato dal mercato. Probabilmente non hanno avuto la fortuna che meritavano, sicuramente non hanno avuto l’esposizione mediatica necessaria per raggiungere tutto il pubblico che avrebbe potuto apprezzarli. Il gruppo, nato da un’idea del pluristrumentista Mario Pio Mancini, si concretizzò in occasione di un disco solista del musicista romano, intitolato proprio “Indaco”, alla realizzazione del quale prese parte Rodolfo Maltese, chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso. Si unì al primo nucleo Arnaldo Vacca, bravissimo e fantasioso percussionista, talento estremamente versatile, capace di spaziare dalla tradizione folcloristica mediterranea fino alla sperimentazione elettronica. Ai tre si aggiungono poi Pierluigi Calderoni (anche lui proveniente dal Banco) alla batteria; Carlo Mezzanotti, alle tastiere e Luca Barberini, al basso. Gli Indaco sono per molti aspetti un “gruppo satellite” del Banco, da cui prendono il chitarrista, il batterista storico e due ospiti molto prestigiosi; ma affrontano l’argomento “progressive” da un angolazione completamente differente. Fin dal primo disco, “Vento Del Deserto”, pubblicato nel 1997, il gruppo si distingue per il felice intreccio di varie culture musicali, dalla musica rock al jazz, dalla musica etnica alla canzone d’autore. La parte del leone la fanno melodie ed atmosfere mediterranee, dipinte da un organico capace di fondere alla perfezione suoni acustici, elettrici ed elettronici. Al primo progetto del gruppo (che già può contare su un talento straordinario e su una tavolozza timbrica molto estesa) si aggiunge un nutrito cast di ospiti, capitanato da Mauro Pagani (al violino in tre brani) e comprendente il cantante Enzo Gragnaniello, voce nell’iniziale Su Nuraghe e nella seguente Set the Controls For the Heart Of the Sun (cover del brano più conosciuto del secondo Lp dei Pink Floyd); il cantante del Banco, Francesco Di Giacomo, nella conclusiva Tharros; il fisarmonicista Antonello Salis; i percussionisti Toni Esposito e Massimo Carrano e il bassista Rino Zurzolo. Il disco ci mostra come, in Italia, sia possibile realizzare pubblicazioni al passo coi tempi, fresco e godibile, pur essendo un prodotto nel quale si avverte perfettamente la grande perizia tecnica di tutti i musicisti partecipanti. Nel disco seguente, “Amorgòs”, del 1999, la formazione si avvale di vecchi e nuovi ospiti. Confermati Mauro Pagani, Francesco Di Giacomo (che canta Nel Tempo) e Enzo Gragnaniello (voce in Andalusiana), si aggiungono Andrea Parodi (voce dei Tazenda) nella splendida e poetica Soneanima; Vittorio Nocenzi al pianoforte; Mario Rivera degli Agricantus e, l’ospite d’onore… il gigante del jazz Lester Bowie (grandissimo trombettista americano, e fondatore dei Art Ensemble of Chicago) che suona nel brano da cui tutto il lavoro prende il nome. Nel capitolo successivo, “Spezie”, del 2000, gli Indaco pubblicano la rilettura dal vivo di alcuni dei brani migliori del loro repertorio, tratti dai lavori precedenti, più tre inediti e il remix di Amorgòs, omaggio a Lester Bowie, scomparso nel frattempo. Il disco, che apparentemente non aggiunge molto alla storia e allo stile del gruppo, segna in realtà un punto di passaggio, perché sembra che qualcosa si stia muovendo intorno al gruppo e alla possibilità di una meritata crescita nella popolarità, ma l’entusiasmo si trasforma velocemente in delusione. Verrà a mancare quella spinta esterna necessaria a trasformare un gruppo di culto in un nome di richiamo nel panorama nazionale. Nell’ultimo lavoro degli Indaco, “Terra Maris” del 2002, entra a far parte del gruppo Gabriella Aiello, bravissima cantante già da tempo presente in tutti i concerti della Band. Tra gli ospiti tornano Mauro Pagani, Andrea Parodi e Massimo Carrano; ai quali si aggiungono, questa volta, Eugenio Bennato, Paolo Fresu e Daniele Sepe. Un po’ alla volta, dopo aver assorbito la delusione di una mancata partecipazione al festival di Sanremo, in compagnia di Andrea Parodi, gli Indaco iniziano a perdere pezzi. I primi ad abbandonare il progetto saranno Carlo Mezzanotti ed Arnaldo Vacca, poi andrà via Mario Pio Mancini, uno dei due fondatori. Gli altri resteranno fino allo stop definitivo ad una esperienza collettiva che avrebbe sicuramente meritato maggiore visibilità e che andrebbe riscoperta e rivalutata.

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