In memoria (corta) di Cesare Romiti – di Francesco Picca

La “marcia dei quarantamila”, ovvero dei quarantamila impiegati e quadri Fiat sfilata a Torino il 14 ottobre 1980, ancora oggi viene qualificata da molti come una manifestazione antisindacale. Significativo lo striscione che campeggiava in testa al corteo, “Vogliamo la trattativa / non la morte della Fiat”, un drammatico epitaffio per l’unità sindacale e per le tutele dei salariati in “tuta blu”, urlato a gran voce da quella categoria, i “colletti bianchi”, sino ad allora rimasta nell’ombra. L’iniziativa estrema degli impiegati e dei quadri della FIAT trovava giustificazione nei picchettaggi che per 35 giorni avevano impedito l’ingresso in fabbrica e puntava senza mezzi termini a chiudere la vertenza. Il pacchetto risolutivo, però, era pesantemente sbilanciato a favore dell’azienda. Le tensioni erano cominciate nei primi giorni di maggio con la richiesta di messa in cassa integrazione per quasi ottantamila operai. Lo scontro si fece durissimo a fine luglio quando Umberto Agnelli lasciò Cesare Romiti da solo al comando dell’azienda. Romiti aveva calato la maschera già un anno prima firmando il licenziamento immotivato di circa sessanta operai accusati di contiguità al terrorismo. Nel settembre del 1980 l’amministratore delegato tornò alla carica con le richieste di cassa integrazione e, questa volta, anche di licenziamento per quasi quindicimila dipendenti. Il consiglio di fabbrica, in risposta alla decisione aziendale, proclamò lo sciopero con decorrenza immediata, cui fece seguito il blocco dei cancelli e il picchettaggio degli accessi.
Il Partito Comunista, per voce del segretario Enrico Berlinguer, assicurò il sostegno alla lotta, ma il quadro politico nazionale doveva fare i conti con la caduta del secondo governo Cossiga. La crisi politica rappresentava la matrice istituzionale di una crisi molto più ampia e profonda, oggettiva, di carattere soprattutto economico, che non risparmiava di certo il carrozzone torinese e i suoi cronici ritardi rispetto alle nuove esigenze del mercato. In questo clima di profonda incertezza, con il sindacato concentrato unicamente su una tenuta di posizione ideologica, la Fiat ottenne la cassa integrazione per quasi venticinquemila dipendenti e una procedura di prepensionamento per quelli più anziani. Tuttavia la tensione rimase alta e sfociò nella marcia del 14 ottobre. La posizione del quotidiano “L’Unità” fu lapidaria nel definire la manifestazione come “antisindacale”, provando anche a ridimensionare la portata reale delle adesioni, peraltro quantificate dalla questura in poco più di dodicimila, ma dovendosi infine arrendere, al pari dell’intera opinione pubblica, alla laconica e affrettata dichiarazione di Luciano Lama, segretario della CGIL, che parlò di “quarantamila contromanifestanti”.
La marcia ottenne come risultato immediato la sospensione dei licenziamenti, perorati da Romiti come unica via di salvezza contro il fallimento dell’azienda. Gli sviluppi gestionali degli anni a seguire, con Romiti saldamente a capo della Fiat, videro il massiccio ricorso al credito bancario e l’inevitabile ingerenza dei finanziatori, in primis Mediobanca, sia nelle politiche occupazionali sia nell’assetto societario. Lo stesso Romiti, nei commenti a margine degli esiti della lunga trattativa, si arrogò il merito di aver dato dignità a concetti come profitto e produttività, elevandoli a veri e propri valori figli della tenacia e del polso fermo, suo e dell’azienda Fiat. La marcia del 1980 inaugurò un lungo periodo di sostanziale torpore, privo di sussulti, orfano di significative occasioni di scontro. Soltanto nel 1994, sotto la minaccia di migliaia di licenziamenti, molti dei quali riguardanti proprio gli impiegati protagonisti della manifestazione del 1980, il fronte sindacale tornò in strada in maniera massiccia, avendo perso tuttavia lo smalto di un tempo, appiattito su posizioni negoziali e molto spesso arrendevoli, concentrato sulla cantilena rivendicativa della tutela della “scala mobile”, sempre più clamorosamente cieco e sordo rispetto all’evoluzione dei sistemi di lavoro e alle conseguenti nuove esigenze degli addetti alle linee di produzione.
Tornando a Cesare Romiti, antesignano dei moderni tagliatori di teste, maestro indiscusso del management duro e spregiudicato, lanterna di certa scuola direzionale molto yankee che ha visto nel girocollo blu e nelle acquisizioni su scala globale esprimersi al meglio l’allievo filosofo Sergio Marchionne, echeggiano i ricordi di chi ha vissuto quei giorni del 1980 asserragliato sul lato opposto della barricata. Secche e inappellabili, ad esempio, le parole dell’allora sindaco della città, Diego Novelli, investito in quei mesi del non facile compito di salvaguardare la tenuta sociale della comunità torinese, impietoso nell’attribuire a Romiti un debordante spirito di contrapposizione di classe e un marcato autoritarismo che offuscò persino la proprietà, relegando Gianni Agnelli al ruolo indecoroso di spettatore inconsapevole. Novelli, sostenuto dall’analisi lucida e obiettiva di pochi altri, richiama all’ordine anche sul declino inesorabile che la Fiat ha registrato sotto la guida di Romiti, indicando con precisione le numerose criticità:
l’estromissione maldestra dell’ingegnere Vittorio Ghidella, genio indiscusso della linea produttiva e artefice dei più grandi successi del gruppo come la mitica Uno; una pianificazione strategica errata, con un taglio polisettoriale in luogo della specificità produttiva, scommettendo su attività diseconomiche estranee alla tradizione dell’azienda; i successivi pesanti ridimensionamenti occupazionali; non ultima, una sorta di interminabile melina sui temi sviluppo e ricerca, con il gruppo industriale costantemente in affanno nell’inseguire la concorrenza e tenuto in vita esclusivamente grazie agli aiuti economici di Stato, richiesti e rinnovati più volte in forza di una indiscussa capacità politica trasversale espressa dallo stesso Romiti che, senza alcun timore reverenziale, accusò persino Craxi e De Mita di essere due anticapitalisti, salvo poi attingere a piene mani dal salvifico pozzo statale. La testimonianza di Novelli, così come quella di chi visse da precario quei giorni di lotta lacerante, rappresentano una ventata di freschezza e di ritrovata verità rispetto allo stucchevole spellar di mani in memoria del “grande capo Cesare, venuto a mancare proprio in questi giorni. In ogni anfratto concesso dalla comunicazione politica si registra una sorta di gara revisionista portata avanti in modo schizofrenico anche da chi, in quegli anni, militava ai massimi vertici del sindacato.
Un mix di memoria corta e di opportunismo politico postumo, serviti a cuor leggero in salsa stucchevolmente agiografica. Migliaia di millimetri colonna dedicati alle gesta del “piccolo Cesare” figlio di un impiegato delle poste e studente modello; Cesare, pupillo di Enrico Cuccia, il re muto di Mediobanca che, facendo tintinnare le cambiali, a più riprese dettò la linea della Fiat; Cesare, uomo-azienda sino al midollo, senza orari e senza remore, tanto da dover dichiarare “Ho lavorato tanto ma non ho mai conosciuto i miei figli e i miei nipoti”. Trovo tutto questo surreale e perfido, a tratti sommessamente triste. Come triste è stata una delle sue ultime dichiarazioni in pubblico quando, al cospetto dell’utile Ferruccio de Bortoli, ha rivendicato con forza l’essere stato “un potere forte” e ha ricordato di averlo dimostrato al funerale di Gianni Agnelli rimanendo in piedi per tutta la durata della cerimonia.
Per testimoniare il proprio piglio autoritario, sintomatico di un evidente deficit di autorevolezza, l’anziano e ormai poco lucido Romiti avrebbe potuto attingere a ben altri aneddoti; ad esempio di quando era a capo del gruppo editoriale RCS e, per impedire a Ciriaco De Mita di imporre una nomina politica alla direzione del quotidiano Il Mattino, vendette la testata prima del tramonto. In pochi, nella girandola soporifera dei commiati, hanno avuto la sensibilità di ricordare anche le vicissitudini giudiziarie del buon Romiti (il gruppo Fiat fu protagonista assoluto della tangentopoli milanese, spesse volte a braccetto dei miglioristi del P.C.I.… tra le prime si evidenziarono le tangenti per il passante ferroviario di Milano) che, fermo restando il ruolo naturale di parafulmine intrinseco al mandato di ogni amministratore delegato che si rispetti, fanno segnare un’accusa per finanziamento illecito ai partiti (revocata in Appello) e un procedimento per violazione dello Statuto dei lavoratori (amnistiato) oltre che l’avvio dedicato alla depenalizzazione del reato di falso in bilancio. Coltivando la presunzione di descrivere la complessità della vita in fabbrica di quegli anni così come quella dei nostri giorni attraverso le cifre e le statistiche, potrei appellarmi a due ordini numerici, distinti e profondamente diversi: quelli maneggiati dal capo e quelli sgranati dall’operaio. L’uno, il capo, abitualmente si destreggia tra le migliaia; l’altro, l’operaio, quotidianamente si affanna tra le decine, comprese le poche decine di secondi che talvolta gli vengono persino negati per poter lasciare la propria postazione e recarsi semplicemente a pisciare. Pace all’anima di Cesare Romiti e di tutti i lavoratori sfruttati.

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