Can: “Monster Movie” (1969) – di elcordobés

Alla fine degli anni 60, dentro un bellissimo castello nei pressi di Colonia, nel profondo dell’Europa tedesca ancora ferita e divisa dai suoi muri reali e psichici, si riunirono due allievi del grandissimo compositore Karlheinz Stockhausen, uno dei più eclettici e visionari del XX secolo. Un personaggio straordinario per il suo lavoro sulla musica elettronica, sull’alea nella composizione seriale e sulla spazializzazione dei suoni. Un vero e proprio mostro sacro e Gran Sacerdote dello Sperimentalismo. Senza di lui iprogressive rock di matrice tedesca forse non esisterebbe… ma torniamo al racconto. I due allievi del compositore allestirono nel castello uno studio di registrazione per sviluppare un progetto che chiamarono “Inner Space” (che poi uscirà in forma di album nel 1987). I compositori Holger Czukay e Irmin Schmidt (rispettivamente bassista e tastierista) coinvolsero poi il batterista Jaki Liebezeit (appassionato della “musique concrète” con un passato free jazz) il giovane chitarrista autodidatta Michael Karoli e, dalla stupefacente “brodaglia caotica” di Stockhausen nacquero i Can.
Si aggregò infine al gruppo un poeta cantante afroamericano mezzo pazzo, tale Malcolm Mooney. La Band così formata aveva solo due tracce di spartito e con quelle cominciò subito a provare. Lontani dall’avanguardia sofisticata di Canterbury stile Soft Machine, i Can si rivelarono piuttosto aperti a una certa ruvida psichedelia americana e a una venacosmico-faustiana” di stampo germanico (così come altre band dell’epoca: Amon DüülPopol VuhAsh Ra TempelFaust ecc). Quel che rimane dell’originario Inner Space project prende quindi una duplice direzione. Da una parte un hard rock esplicitamente hendrixiano compresso ma sfrenato (impreziosito dall’umoralità di Mooney e coerente a Delay); dall’altra, invece, peculiari “invenzioni etnologiche” (rotte da stralci, ritmi nudi, pallidi onirismi semiacustici come in “Unlimited Edition“, compilation album realizzato a più riprese tra 1968 e il 1976). Le due strade percorse sono e rimangono in ogni caso ancora bozzetti di un certo esotismo surreale ma è solo il preludio del loro album d’esordio. Registrato ed inciso in Norvegia nel 1969, esce “Monster Movie“.
Nella musica dei Can, tutto deve essere (per definizione) “casuale“. L’arrangiamento di un singolo brano deve fondersi per concetto all’ubriachezza del momento sonoro passionale, con la volontà inconscia che la musica non abbia inizio né termine, sgorgando di continuo da un punto definito verso l’infinito, in una distorsione del tema dalle mille dimensioni, dove nascono invenzioni e ulteriori strati di riverberi. Sono echi della stessa trama musicale trasfigurati e sublimati. In questo modo, lo stile metafisico e concettuale dei Can sembra superare le barriere del tempo… e la batteria non tiene più il suo di tempo, poiché, giocoforza, deve determinarne lo spazio. Con questa premessa entriamo dentro a questo disco, passaggio importante della storia della Musica. La line up è dunque così schierata: Holger Czukay al basso, Irmin Schmidt alle tastiere, Michael Karoli alla chitarra, Jaki Liebezeit alla batteria e Malcolm Mooney al canto.
Attaccano con Father cannot yell, dal suono abbastanza definito. Basso corposo e vorticoso, chitarra aspra, secca, acuta e acida. Un rumore organistico monotono, batteria metronoma, con qualche squarcio di psichedelia lisergica americana più scura. Qui Mooney fa capire subito di non essere un cantante convenzionale. Si attesta come una “voce nera che racconta e declama, astenendosi da virtuosismi e facili melodismi anzi, levita dallo spartito alla ricerca di un contatto mistico qualsiasi che avverte nell’aria, nella infantile voglia di integrarsi al ritmo stesso ma in altro luogo. Un canto gutturale che si pone di fatto come strumento ritmico aggiunto. Col secondo brano la Band tira subito il freno a mano, ma in maniera sublime. Mary, Mary so contrary è una ballata d’amoresballata, nel tentativo di stare almeno un poco dentro i più classici schemi di genere. La voce di Mooney si fa tenera, evocativa e appassionata. Karoli alla chitarra porta avanti un assolo semplice ma devastante. La ritmica perde la centralità sonora e resta un po’ in disparte lasciando che l’eccezionale intensità si concentri tutta nel binomio chitarra-voce. È un crescendo al limite del “piantosoul ed esplode nella perfetta “solitudine” della chitarra di Karoli
Outside my door torna ai ritmi frenetici iniziali con un attacco garage rock da dove prendono il largo organo e violino. Chitarra e basso iniziano invece a ruotare furiosi e insistenti, mentre Mooney si cala in un urlo talmente rabbioso e sincero da restare rauco a fine brano. Il successivo You doo right è il primo esperimento radicale proiettato verso la Kosmische Musik. Sinfonie e melodie alla Stockhausen aprono a squarci minimalisti, poggiandosi sul battito essenziale e discreto della batteria, unica a dare la sostanza reale, ricavando lo spazio fisico per un brano ossessivo, al limite del puro e semplice suono. Mooney si manifesta a seconda delle prospettive con un rantolo che sale via via d’intensità, ectoplasma lisergico e allucinato o profeta metafisico. Ad un tratto la voce resta sola nel silenzio, accompagnata appena da un battito di bacchette. Poi tornano a recuperare qualche forma di scala blues, in modalità anomala e distorta. Il ritmo si fa ancora più ipnotico tra pause e ripartenze impetuose. Il pezzo si spegne quasi senza motivo decrescendo di volume, come a porre termine d’imperio a una composizione che sembra voler arrancare all’infinito in una circolarità spaziale (in)definitiva.
Ogni brano di “Monster Movie” è dunque pervaso da questo minimalismo sonoro che rasenta un’inquietudine sull’orlo della deflagrazione. Ci si aspetta un fragore che però non arriva quasi mai. La tensione viene sempre fusa dentro trame ritmiche metodiche e quasi tribali. Qualcuno sostiene che “Monster Movie” rappresenta la risposta Europea al tumore benigno del rock diffuso dai Velvet Underground dall’America: quel che è certo sta nello stile inconfondibile di questa Band, che ha saputo trarre humus dalla migliore tradizione culturale e musicale d’avanguardia del dopoguerra. Per chiudere, un breve accenno alla copertina dell’album che dovrebbe invece ottenere lo spazio di un intero articolo. Osservandola durante l’ascolto ci si rende conto che oggettivamente rappresenta un archetipo, simbolo della cultura ludica dei decenni successivi e della giovinezza di molti di noi. Il mostro meccanico in stile manga. Si erge (già nel 1969) e appare imponente su uno sfondo tipico del fumetto orientale; le sue fattezze però, incarnano un prototipo europeo profondamente teutonico, da “Dio Nordico“. Col suo volto fuso nel cielo dello sfondo, il meccano impersona lo stereotipo del potere, la sua mimesi, coi simboli dominanti tra le mani, come presenza imperitura

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