Steppenwolf: “Rock Me” (1968) – di Andreas Finottis

C’era un bar-pizzeria frequentato da rockettari, in una frazione di un paese, era un bel locale, con una vasta tettoia sul davanti, interni ampi con muri in pietra e uno schermo su cui venivano proiettati in continuazione video o concerti rock. Era in un posto strano, sembrava di stare negli Stati Uniti, in quanto situato su un vialone enorme a quattro corsie più una pista ciclabile con marciapiede su entrambi i lati e con degli alberi a lato; era praticamente largo come un’autostrada, iniziava di fianco allo stadio nei primi 500 metri con delle case, poi c’era il Bar Rock dove finiva il centro abitato e il vialone proseguiva solitario tra la campagna, finendo dopo poco più di un chilometro, interrotto improvvisamente da alcuni segnali e un guard rail. L’avevano fatto per collegare due frazioni vicine e in prospettiva di un incremento demografico ed edilizio, ma tanta gente abbandonò la campagna per trasferirsi in centri più popolati, nonché avendo esagerato in larghezza e mania di grandezza erano finiti anche i soldi, per cui era stato interrotto il viale; nel tratto non utilizzato dopo il bar veniva di notte usato per sfide di accelerazione e per soffermarsi a far sesso anche di gruppo o a drogarsi con varie sostanze.
In quel Bar Rock si ritrovavano tutti gli sballati e i fuoriditesta dei dintorni, erano in maggior parte fanatici rockettari che conoscevano per nome i componenti dei vari gruppi: invece di parlare e litigare di calcio lo si faceva con la musica, a esempio, per i Roxy Music si presero a pugni, c’era chi sosteneva fosse musica da rincoglioniti e chi diceva che li aveva visti in concerto ed erano bravissimi, il miglior concerto a cui avesse assistito: “Ma tu non capisci un cazzo“… “No, sei tu che non sai una sega, chi non è un esibizionista e non fa un assolo di due minuti con la chitarra è scarso per te, sei un imbecille“. Perciò spintoni, schiaffi, scambio di pugni, occhi neri. Il fatto più particolare era che venivi considerato se assomigliavi a qualche mito del rock, perciò era popolato da sosia dei vari musicisti: c’era quello vestito e pettinato identico a Bruce Springsteen ma che pesava più di un quintale e con la pappagorgia; quello identico a Ray Manzarek, tastierista dei Doors che fumava continuamente sigarette nazionali e bestemmiava ogni due parole che diceva; quello identico a John Lennon ma ignorante come un caprone; quello che assomigliava a Jim Morrison ma era rimasto in pelata, per cui girava sempre con un ampio cappello in testa e quando gli dicevano che Jim Morrison non lo avevano mai visto col cappello si incazzava, sostenendo che anche Jim aveva un cappello simile, l’aveva visto, ma l’aveva visto solo lui.
C’era un tossico che assomigliava a Mick Jagger, succhiava cazzi e lo pigliava nel retro per prendersi una dose, fin lì veniva accettato, ma poi si mise a infrangere i vetri e fregare le autoradio nel posteggio. Si sa che a un rockettaro fregargli l’autoradio è peggio che violentargli la madre, pertanto una sera da un enorme dark sosia di Robert Smith dei Cure si prese una scarica di botte pazzesca, che gli spaccò un polso, le labbra da Jagger e quattro denti: da allora non si vide più. Poi c’era Al Capone, un tipo sui 30 anni alto un metro e mezzo con una gigantesca Volvo bianca in debito, lo chiamavamo tutti Al Capone in quanto si atteggiava a duro e aveva sempre un fare sospetto, sembrava che stesse organizzando il crimine del secolo e invece scoprivi che aveva da vendere una caccolina o due di fumo da 5 carte con cui venivano a malapena 2 cannine, oppure lavorava in fabbrica e veniva a casa con la tuta camminando come un robot, ed era perché sotto la tuta si era legato attorno alle gambe col nastro isolante dei pezzi di cavi in rame che rubava durante il lavoro e poi li vendeva al ferrivecchi: naturalmente con quel fare sospetto e il macchinone dava nell’occhio, come non bastasse se incrociava la macchina di qualche tipo di forza dell’ordine diceva a quelli che erano su con lui di abbassarsi per passare inosservati e anche lui si abbassava sul sedile, finché non si vedeva neanche la testa.
Guardava la strada attraverso i buchi nel volante, così gli sbirri vedevano sfrecciare una macchina senza nessuno a bordo per non dare nell’occhio; risultato: lo pedinavano continuamente e quasi ogni mese lo portavano in caserma o lo denunciavano per delle stronzate, un Al Capone dei poveri. C’era pure il cantante degli America, “quello biondo con gli occhiali” si diceva, poiché nessuno conosceva il nome di quel cantante. Quello che gli somigliava era Gianluca, detto Gianluca Caga Acqua, perché talmente perfettino da cagare acqua pura. Era un ragazzo sempre elegante dalla faccia pulita che pareva fuori posto nell’ambiente, era un ventenne che soffriva di depressione, non lavorava e viveva con sua madre vedova, abitava nella casa accanto ad Al Capone che si fingeva amico e lo prendeva sul Volvo quando gli serviva una faccia pulita per i suoi traffici: di solito lo mandava in farmacia a prendere delle pasticche con qualche ricetta falsa recuperata non si sa dove. Una volta avuto le pasticche le rivendeva ai tossici, oppure lo mandava a scambiare qualche assegno losco; una volta Al doveva dividere un centomila lire di fumo in una ventina di pezzettini da 5mila ma non aveva stagnola, allora chiese al vicino Gianluca se in casa aveva stagnola, Gianluca non ne aveva, guardarono in garage se c’era qualcosa e trovarono solo delle vecchie copie delle Famiglia Cristiana che leggeva la madre di Gianluca Caga Acqua, molto religiosa. Al si fece dare una copia e incartò il fumo con quella.
Così un compratore si è trovato il fumo incartato con la foto del Papa, un altro con San Francesco: tutti ridevano della cosa e si era sparsa la voce, così finì che lo appurarono le forze dell’ordine e portarono dentro per spaccio Al e pure Gianluca Caga Acqua, anche se era solo un povero ingenuo che non c’entrava niente. C’erano pure gli sballati del 126, dei tipi con brutte facce che venivano fuori da non si sa dove e spesso erano accompagnati da ragazze sempre grasse. Sulla vecchia minuscola Fiat 126 avevano fatto un impianto stereo che costava più della macchina e spaccava i timpani da fuori dall’auto, giravano come forsennati in macchina fumando continuamente canne ed ascoltando jazzrock a tutto volume, musica buona: Colosseum, Tangerine Dream, Weather Report, Area, Perigeo, Billy Cobham, ecc; così se vedevi la macchina d’inverno da fuori era sempre piena dentro di nebbia da canne. Si raccontava che una volta d’estate erano in un bar in spiaggia, si era fermata al bar anche una corriera di handicappati mentali di un istituto con gli assistenti sociali: quando dovevano andarsene i pazienti hanno cominciato a piangere e a rifiutarsi, creando caos poiché si stavano divertendo e non volevano tornare, allora li hanno caricati a forza sulla corriera caricando anche gli sballati del 126 e un paio di tipe sovrappeso che erano con loro… con quelle facce stravolte credevano fossero dei pazienti dell’istituto.
C’erano anche i sosia di Nel Young e Sid Vicious, due junkie figli di papà sempre stravolti oltre ogni limite, ingurgitavano intere confezioni di psicofarmaci e si facevano di tutto fino a svenire in giro, così alla notte, quando chiudeva il bar, se si vedevano coricati in qualche posto lungo il viale, li si metteva nel baule di qualche station come morti e li si depositava nei rispettivi giardini. Il somigliante a Sid aveva il padre che era un insegnante fascista cattivo come una merda, al mattino se lo ritrovava in quelle condizioni lo prendeva a calci e cinghiate; in seguito, visto che si faceva sempre di più e peggio, lo portò in comunità e non lo rivedemmo più. Una sera il sosia di Neil Young, rimasto solo, era strafatto e stava abbracciato a un cane randagio incrocio di pastore tedesco, seduti sul marciapiede che guardava verso il tramonto, dove il vialone finiva. Cominciò a dire al cane che gli sembrava d’essere sulla spiaggia in California al galoppo su un cavallo bianco. Arrivò dal parcheggio un manovale edile tarchiato somigliante a Brian Johnson, cantante degli Ac/Dc, vide la scena e si mise a rimproverare, urlando: “Sta attento che ti attacca le pulci!” Ma lo diceva rivolto al cane, così quelli davanti al bar ridevano, invece lo strafatto similYoung neanche se ne rendeva conto, talmente stava fuori. Quando era fatto tirava sempre fuori la storia del cavallo bianco sulla spiaggia della California, e ci finì su quella spiaggia e su quel cavallo, perché se ne andò con la testa: ci sorrideva sempre da oltre i confini della realtà, pure quando col tempo perse i denti e gli venne la faccia di un ottantenne anche se ne aveva neanche la metà di anni. Con un ciclomotore girava sorridendo e mostrava le gengive incastonate nella faccia incartapecorita, abbigliato come un ragazzino con uno zainetto variopinto sulle spalle.
Da lontano sembrava un quindicenne, ma quando ci si avvicinava vedevi un vecchio con il sorriso gengivale, eternamente felice nella sua California dell’immaginazione tossica, raggiunta per sempre, grazie allo spappolamento cerebrale. Una sera uno dei più rispettati del locale, un muratore sosia di Robert Plant dei Led Zeppelin che girava con la camicia aperta anche d’inverno si avvicinò a me: avevo finito di ballare con un paio di ragazze e stavo bevendo una birra e, vedendo che non imitavo nessuno, mi disse: “Sai a chi assomigli?” … “No“, risposi. “A John Kay degli Steppenwolf, ti muovi identico, stesso fisico e stesso taglio di capelli“. Un paio di suoi amici gli diedero ragione, pure una ragazza che era con me disse che gli assomigliavo molto, anche se in realtà non sapeva chi fosse. Vista la mia titubanza chiese al proprietario del locale di mettere su un filmato degli Steppenwolf che suonavano Rock Me: dopo un po’ lo mandò e io andai a sedermi al bancone vicino allo schermo, così mi studiai il cantante degli Steppenwolf: effettivamente si muoveva in modo simile al mio, aveva i capelli con un taglio somigliante al mio in quel momento, anche la corporatura era tipo la mia. Però mi accorsi alla fine della serata che il sosia di Plant se ne era andato con il suo amico sosia di David Gilmour dei Pink Floyd assieme alle due ragazze che erano con me, mentre io ero rimasto a parlare degli Steppenwolf con il barista; così tornai a casa da solo pensando a quanto assomigliavo a John Kay e a quanto stronze fossero quelle due, e anche il similPlant e pure il similGilmour

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Un pensiero su “Steppenwolf: “Rock Me” (1968) – di Andreas Finottis

  • Gennaio 5, 2015 in 10:41 am
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    ahahahaha bello bello bellooooooooo e poi sai: personaggi così ci sono stati anche qui, dove abito io. Sarà l’effetto provincia? Ci fu un tossico che una notte vomitò tutti i mobili che aveva in una strada trafficata della città; lo stesso scendeva nudo, coperto solo da un cappotto sbottonato, per andare a fare la spesa. Morì soffocato nel suo alloggio incendiato da lui stesso

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