Idles: “Ultra Mono” (2020) – di Francesco Picca

Nel 1854 il quartiere londinese di Soho fu interessato da una epidemia di colera. Il medico John Snow fece una indagine epidemiologica ricostruendo la mappa degli indirizzi delle persone infette. Scoprì che la maggior parte degli ammalati era solita attingere l’acqua da una pompa all’incrocio tra Broad Street (oggi Broadwick Street) e Cambridge Street (oggi Lexington Street). Le analisi confermarono una contaminazione da liquami. Secondo alcuni storici il nome Soho deriva da “Soho! There goes the fox!“, il grido utilizzato dai Tudor durante le battute di caccia. Oggi Soho è un quartiere elegante del West End, un crogiolo multiculturale ricco di occasioni di intrattenimento e di scambio. A partire dagli anni 60 numerosi locali e pub hanno animato le notti di questo spicchio di vita londinese. Al civico 22/c di Great Windmill Street è attiva Soho Radio, una web radio con annesso studio di produzione musicale che da alcuni anni ospita delle fantastiche “vinyl session” in cui il cantante o la band ospite incide “a crudo” il suo mini-live. Nel 2018 dagli studi sono transitati anche gli Idles, reduci dall’album “Joy as an Act of Resistance” (Partisan 2018) con cui hanno bissato il grande successo del lavoro d’esordio “Brutalism” (Balley 2017).
Le colonne portanti di questo gruppo impegnato in una proficua opera di revisione del post-punk sono il cantante Joe Talbot e il bassista Adam Devonshire; amici sin dai tempi del college, nella città di Bristol i due gestiscono il The Batcave, vero e proprio tempio del gothic rock che, a partire dal 1982, ha ospitato sul proprio palco artisti del calibro di Robert Smith, Siouxie Sioux e Alien Sex Fiend. A settembre di quest’anno è uscita la loro ultima fatica, l’album “Ultra Mono” (Partisan 2020), realizzato con Mark Bowen e Lee Kiernan alle chitarre e con Jon Beavis alla batteria. In questo lavoro si fa ancora più densa la già consistente massa di temi trattati abitualmente dalla band. Alla musicalità energica e cruda che li caratterizza da sempre fanno da contraltare testi decisi e netti nella denuncia di quelle derive sociali che scorrono sotto gli occhi di tutti e che, senza confini politici o culturali, allargano sempre più la forbice delle disuguaglianze e delle discriminazioni sullo sfondo di uno scenario globalizzato estremo ed estremista.
L’attenzione di Joe Talbot per l’attualità politica è alta e i suoi giudizi sono caustici. In tema di Brexit è stato da subito scettico e, commentando le prospettive economiche congiunturali del suo paese, ha persino regalato una battuta: “La Gran Bretagna è fottuta, ma l’Italia è messa peggio”. La voce di Talbot, simile a quella di un hooligan a fine partita, spinge con forza su ogni singola sillaba supportata da feroci schitarrate, ma è anche in grado di modularsi quando i contenuti richiedono maggiore sensibilità. Tutte le dodici tracce ruotano attorno alla ricerca personale e, nello specifico, all’acquisizione di maggiore consapevolezza e all’accettazione di sé stessi. Passaggio obbligato di questo cammino è l’accettazione del passato e dei suoi retaggi dolorosi. Joe Talbot non ha mai nascosto il suo difficile percorso di smarcamento dal dolore provocato prima dalla scomparsa della madre (ritratta nella copertina di “Brutalism”) e poi dalla tragedia della sua bambina nata morta, citando anche alcune letture che hanno fluidificato questo impegno gravoso, come i saggi di Eckart Tolle sul “corpo di dolore” e quelli di Carl Jung sui tipi psicologici.
In questo paziente pellegrinaggio la musica diventa un sostegno e, poi, un elemento artistico liberatorio, uno strumento per dare voce, uno stimolo al cambiamento. Le parole più affilate sono riservate al conservatorismo dei Tories e al sonnolento immobilismo, all’omologazione culturale e al bigottismo della provincia britannica raffigurati nel testo di Model Village; tuttavia non mancano parentesi riflessive più soft e di apprezzabile valenza letteraria attorno ai temi della fratellanza e dell’accoglienza in contrapposizione al razzismo dilagante. L’appello alla giustizia, intesa come valore e strumento di pacificazione, si materializza nella scarica sonora e vocale del brano War. Ognuna delle restanti tracce offre una miriade di spunti validissimi, tutti molto attuali, messi a disposizione di chi ha seriamente voglia di afferrare il toro per le corna; perché, come scandisce Talbot in Mr Motivator, “You can do it / You can do it / Yes you can” (Si può fare / Si può fare / Sì, è possibile).

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