Ian Carr’s Nucleus: una Storia ineguagliabile – di Maurizio Garatti

Se argomentando di musica ti viene in mente di porre la domanda: “Chi è stato il primo artista fusion?“, sicuramente riceverai decine di risposte differenti, e inizierai un dibattito molto acceso. Molti ritengono che Miles Davis e le sue registrazioni seminali, tra cui “In a Silent Way” (1969) e soprattutto “Bitches Brew” (1970), siano i primi capitoli di un genere particolare di Jazz che alla fine ha generato gruppi tra cui i Return to Forever di Chick Corea, Wayne Shorter, Joe Zawinul con Miroslav Vitous e i Weather Report e, naturalmente, l’incendiaria Mahavishnu Orchestra, guidata dalla leggenda della chitarra John McLaughlin. La realtà è che, come succede per ogni cambiamento, anche nella musica, ciò proviene da più direzioni contemporaneamente. Un artista specifico può concepire l’opera che definisce un genere, ma la verità è che per ogni registrazione storica ce ne sono dozzine di altre che minano lo stesso territorio ma non ricevono mai il dovuto. Nell’ambito della fusione jazz/rock, possiamo dire che il pianista Mike Nock e i Fourth Way furono i primi progenitori, con album come “The Sun and the Moon Have Come Together” (1969) e “Werewolf” (1970), che il vibrafonista Mike Manieri si è dilettato con suoni e ritmi rock in “Journey Through an Electric Tube” (1968), senza dimenticare il brillante esempio della Big Band, “White Elephant” (1969), ma tutti questi sforzi riflettevano un approccio più americano alla fusione di ritmi e trame rock con tonalità jazz ma, questo genere e le sue derivazioni, non sono necessariamente made in USA. Nell’ Inghilterra del periodo operavano un certo numero di gruppi che mescolavano sonorità rock con un approccio improvvisato più sciolto, con improvvisazioni e costruzioni musicali tipicamente jazz. I Soft Machine pubblicarono uno dei loro album più importanti, “Third“, negli anni 70, un album che è considerato allo stesso modo di “Bitches Brew” per la sua audacia e il suo approccio lungimirante. E the “Dave Stewart’s Egg“, pur dovendo molto alla tradizione classica, era il presagio di cose più jazz che sarebbero arrivate con band come Hatfield and the North e National Health.
Nel mezzo di tutto questo turbinio di attività nacque una band che, nonostante il continuo susseguirsi di musicisti nel corso degli anni, rappresentò la visione di un artista: Ian Carr che, a lungo, con la band Don Rendell / Ian Carr negli anni 60, ricercò modi per fondere il suo background tradizionale da autodidatta jazz improvvisato con i ritmi e le sonorità più taglienti del rock e arrivò a un risultato tanto clamoroso quanto forse inaspettato: i Nucleus, una band seminale, che ha di fatto introdotto un nuovo linguaggio nel rock, acclamata dalla critica a suo tempo e quasi dimenticata negli anni successivi. Quando Carr riunì il tastierista / oboista Karl Jenkins, il sassofonista / flautista Brian Smith, il chitarrista Chris Spedding, il contrabassista Jeff Clyne e il batterista John Marshall, tutti musicisti affermati, per registrare il primo disco dei Nucleus, “Elastic Rock” (1970), nessuno poteva immaginare l’impatto che l’album avrebbe avuto, non solo sulla scena britannica, ma anche sulla scena internazionale. Pochi mesi dopo aver registrato il loro primo disco, vinsero il primo premio al Montreux Jazz Festival e si ritrovarono a suonare al Village Gate di New York, davanti a un pubblico totalmente stupito, che si chiedeva esattamente cosa stesse ascoltando e, se non fosse stato per la stupida avidità di un manager, “Elastic Rock” sarebbe uscito anche negli States e la storia della fusion avrebbe potuto essere diversa. Purtroppo ciò non accadde e i Nucleus, dopo una iniziale frenesia sulla scena nordamericana, tornarono in Inghilterra dove si costruirono una carriera di successo comune a tutto il continente europeo per i successivi dieci anni.
Dall’ epocale inizio di, 1916 di Jenkins, con la sua linea di corno supportata dalla frenesia di Marshall, è chiaro che qualcosa di nuovo sta nascendo: “Elastic Rock” nel suo insieme, pur incorporando alcuni ritmi rock, risulta più rilassato di quello che sarebbe venuto in seguito. Se è necessario fare un confronto, diciamo che “In a Silent Way” di Miles è un precedente, anche se Carr afferma di non averlo sentito al momento della registrazione, e questo rafforza il concetto che i progressi nella musica provengono da molte fonti e generalmente nello stesso tempo. Come “In a Silent Way“, Carr scelse di costruire suite di musica continue su ogni lato del disco, affidandosi meno al groove ipnotico e più a melodie composte principalmente dalla penna di Jenkins, che avrebbe scritto la maggior parte dei primi due dischi dei Nucleus. E se ci sono alcune somiglianze tra il groove di Torrid Zone e Shhh / Peaceful di Miles, ci sono anche notevoli differenze: mentre Shhh / Peaceful si basa su una certa atmosfera per un intero lato, Torrid Zone porta a Stonescape, una ballata più convenzionale, suonata con una certa elasticità da Marshall. Seguendo, in Earth Mother, Jenkins offre un assolo di oboe su un’improvvisazione di gruppo che, per quanto decisamente rocciosa, è ancora relativamente sommessa rispetto al loro seguente album, “We’ll Talk About It Later“, registrato otto mesi dopo, nel settembre del 1970. “Elastic Rock” è l’inizio perfetto e il seguito è tutto da scoprire.

Quando uscì “We’ll Talk About It Later“, i Nucleus avevano già suonato a Montreux e negli States, e avevano iniziato a incorporare nel loro sound un lato decisamente più hard. Dalla fanfara di apertura di Song for the Bearded Lady di Jenkins, una melodia che avrebbe poi saccheggiato e trasformato nell’epico Hazard Profile quando si unì ai Soft Machine, il cambiamento è chiaro. La chitarra di Spedding è più aggressiva: usando distorsione, wah-wah, sfasamento e altre affettazioni elettroniche, il suono è diverso. Anche Marshall suona più duro, controtempo, e la musica, ancora una volta scritta principalmente da Jenkins, ruota attorno a riff ripetitivi su cui i temi lunghi sono sviluppati dalla sezione dei fiati. L’approccio è più sciolto, più simile a una jam session, e anche se i Nucleus non sono così al limite come Miles: ci sono paralleli definiti tra brani come Sun Child e parte della musica che compare alla fine delle “Complete Jack Johnson Sessions” (1970). Tuttavia, c’è ancora una sorta di devozione per la forma della canzone, più di quella che Miles stava perseguendo: Lullaby for a Lonely Child, una ballata che ha il suo senso del dramma, presenta toni lunghi di Carr su bouzouki e chitarra elettrica tremolo di Spedding. Joe Pimp potrebbe essere un’allusione a Willie the Pimp di Frank Zappa ma non ha niente di spiritoso, mentre Easter 1916, un rimaneggiamento di 1916 (Battle of Boogaloo) da “Elastic Rock“, è un tentativo di pura psichedelia ma, a parte queste due tracce è chiaro che il gruppo proviene comunque da un background jazz.
Solar Plexus“, terzo album della band registrato solo tre mesi dopo, ha una differenza significativa. Questa volta Carr fa tutto da solo in fase di scrittura, con una suite derivante da una borsa di studio dell’Arts Council per doppio quintetto. Con una formazione ampliata che include i trombettisti Kenny Wheeler e Harry Beckett, il sassofonista Tony Roberts, il bassista Ron Matthewson, il percussionista Chris Karan e Keith Winter al sintetizzatore VCS3, il suono di “Solar Plexus” è più completo e vivace e, mentre brani come Snakehips ‘Dream si basano su un riff fisso su cui Smith e Carr contribuiscono entrambi con forti assoli, la struttura generale dell’album appare più complessa, e Ian arriva al traguardo evitando la classica costruzione tema-solista-tema della classica forma jazz tradizionale. La suite si basa su due brevi temi dichiarati all’inizio del disco ed esplorati a lungo. Dal duetto arco basso e oboe che da inizio a Bedrock Deadlock all’assolo di flicorno libero di Beckett in Spirit Level, le trame sono più ampie, con la sezione dei fiati ampliata e una maggiore opportunità per lo sviluppo di temi contrapposti e, i diversi suoni e stili dei tre trombettisti, Carr, Beckett e Wheeler, creano un contrasto e una ricchezza armonica che non si rintraccia nei primi due album. Per quanto siano organizzate le linee delle trombe, e per quanto vi sia una struttura generale che pervade il procedimento, Carr è però più interessato a usare queste idee come base di partenza per esplorazioni più lunghe. Le regolari esibizioni al Ronnie Scott’s di Londra, oltre al viaggio negli Stati Uniti quello stesso anno, hanno dato al gruppo la possibilità di affinare ulteriormente il proprio sound tuttavia, mentre i Nucleus stavano ottenendo un successo di critica in tutto il mondo, tale plauso non si traduceva in guadagno finanziario e, dopo un anno vorticoso, tre dischi eccezionali e notevoli esibizioni dal vivo, il gruppo se ne andò in pezzi.

Carr è in gravi difficoltà finanziarie, Karl Jenkins e John Marshall se ne vanno per unirsi a Mike Ratledge e Hugh Hopper nei Soft Machine, Chris Spedding sceglie di intraprendere una carriera nel rock e Jeff Clyne intraprende una carriera di successo come musicista in studio e membro di Gilgamesh e Isotope. Una catena di eventi così disastrosa sarebbe scoraggiante per chiunque e Carr era a un punto morto, con problemi di salute che aggravano ulteriormente le difficoltà finanziarie nelle quali si dibatteva per cercare di mantenere a galla la band. Tuttavia, assieme al superstite Brian Smith, Carr si chiude in studio con il batterista del Colosseum, Jon Hiseman registrando un album che rappresenta il momento clou della sua carriera. “Belladonna” (1972), registrato diciotto mesi dopo “Solar Plexus“, è stato pubblicato come un album di Ian Carr ma è in verità, una nuova versione dei Nucleus, questa volta con Carr leader indiscusso. Se il trombettista aveva sempre considerato la band originale come un collettivo, di fronte alla mancanza di impegno degli altri, divenne chiaro che questo era il gruppo di Carr, incentrato su Carr, Smith, Dave MacRae su Fender Rhodes, Roy Babbington al basso (che avrebbe seguito Jenkins e Marshall già con i Soft Machine un paio d’anni dopo), il batterista Clive Thacker e un giovane Alan Holdsworth alla chitarra. Gli assoli di Holdsworth, con il naturale abbandono in tandem di Carr e Smith nella versione estesa della title track, sono già di per se notevoli, ma è in Remadione e in Hector’s House, dove si nota che un nuovo chitarrista con una “vocediversa è arrivato. Certo, il suono e la concezione di Holdsworth sono grezzi e non completamente formati, ma il fraseggio legato e le linee veloci alleggerite, ispirate a John Coltrane, sono già in piena evidenza mentre l’aspetto di Holdsworth è così vivido e avvincente: la verità è che “Belladonna” è la migliore rappresentazione della visione di Carr sino ad ora, e mostra quanto sia diventato ampio il concetto musicale dell’Artista. Anche se non c’è dubbio che questo sia uno splendido esempio di fusion, appare meno forzato, meno considerato, con i ritmi rock più naturali e con brani estesi come la title track.
Smith e Carr hanno, per la prima volta, il pieno controllo del suono e possono mostrare i loro talenti inestimabili. Con MacRae che fornisce uno sfondo lussureggiante e Gordon Beck che aggiunge un secondo piano elettrico su tre tracce, le composizioni di “Belladonna“, pur mantenendo un senso di struttura, sono più sciolte, più aperte di qualsiasi altra cosa registrata prima e se c’è qualche dubbio sulle capacità di Smith come improvvisatore, basta ascoltare il suo lavoro in Hector’s House, dove il suo soprano è magnificamente costruito in grado di fornire un eccitante inizio per lo straordinario assolo di Holdsworth. Con il successo di “Belladonna“, appare ormai evidente che Carr può continuare con i Nucleus come un vero e proprio work in progress. Mentre Holdsworth lascia il gruppo, Carr continua con Smith, MacRae, Babbington e Thacker e di nuovo, come con “Solar Plexus“, allarga l’organico, questa volta con il trombettista Kenny Wheeler, la cantante Norma Winstone, il clarinettista Tony Coe, il batterista Tony Levin, il percussionista Trevor Tomkins e il sintetista Paddy Kingsland, per formare l’ensemble che registra “Labyrinth” (1973), il progetto più ambizioso di del trombettista. Registrato nove mesi dopo “Belladonna“, “Labyrinth” può contare su una formazione stabile e permette a Ian di esplorare nuovamente, come in “Solar Plexus“, una tavolozza sonora più ampia: Norma Winstone canta la leggera e ariosa Ariadne che, con il flauto mellifluo di Smith, occupa parte dello spazio che Chick Corea avrebbe in seguito esplorato con Flora Purim nella sua nascente band Return to Forever. Tuttavia, il suo contributo più significativo al disco, e quello che continuerà a definire la sua carriera negli anni a venire con artisti come John Taylor e Kenny Wheeler, sono le sue impareggiabili improvvisazioni senza parole delle composizioni.

Labyrinth” presenta anche alcune delle esecuzioni più libere che si possono trovare in qualsiasi registrazione dei Nucleus. Combinando abilmente un approccio rock con una sensibilità più esteriore: è la prima registrazione dei Nucleus a non avere un chitarrista, ed è senza dubbio il disco più esplorativo del gruppo, con improvvisazioni collettive dell’intero ensemble e dei vari sottoinsiemi che si formano definendo una chiara direzione per l’intera suite. Per il nuovo album tuttavia, Carr riduce di nuovo le cose: restano Smith, MacRae e Thacker, ai quali si aggiungono Jocelyn Pitchen alla chitarra, il bassista Roger Sutton, il percussionista Aureo de Souza e, nella splendida Images, la moglie di MacRae, Joy Yates alla voce. Sebbene sia accreditato come Ian Carr’s Nucleus, “Roots” (1973) è chiaramente più uno sforzo di collaborazione: Carr scrive tre brani, Smith ne fornisce altri tre e MacRae compone Southern Roots and Celebration con un pizzico di gospel e blues. Mentre la title track è un condensato nato da una traccia più lunga scritta per la Lambeth New Music Society, e Caliban è parte di un pezzo più ampio chiamato Ban, Ban, Caliban, commissionato dal Globe Playhouse Trust, “Roots” rappresenta un allontanamento dalla visione musicale più ampia mostrata in precedenza, con una decisa virata verso le singole composizioni. Lo spirito dei Return to Forever di Chick Corea incombe su Whapatiti di Smith, un samba mid tempo, mentre la title track, che ruota attorno a una linea funk che appare sporca e in costante costruzione, presenta comunque più assoli collettivi che Carr aveva voluto fin dall’inizio. Le composizioni di Smith sono meno incentrate sul groove di quelle di Carr: Capricorn è una bellissima ballata con linee divergenti ascendenti e discendenti che creano un intrigante senso di tensione.
Roots” può mancare un po’ dell’immediatezza dei suoi predecessori, ma rimane un album accattivante con una scrittura raffinata, una riproduzione complessivamente forte e un suono corale che, ancora una volta, inizia ad emergere in virtù di una certa coerenza nella formazione. Attraverso sei registrazioni con un assetto decisamente variabile, l’unico partner costante di Carr era il suonatore di fiati Brian Smith, un neozelandese stabile in Inghilterra dal 1964, che ha suonato con una varietà di altri artisti tra cui Alexis Korner, Mike Westbrook e Graham Collier, ma che ha sempre inteso i Nucleus una priorità, almeno fino al 1974, quando parte per un lungo tour a livello internazionale con la big band di Maynard Ferguson. Alla fine sarebbe tornato per “In Flagranti Delicto” del 1977, ma la fortuna di Carr è stata nel frattempo quella di trovare un sostituto in Bob Bertles. La partenza di Smith non è l’unico cambiamento: ancora una volta il gruppo si trasforma completamente. Mentre il bassista Roger Sutton è rimasto, Dave MacRae se n’è andato, sostituito da Geoff Castle: come nel caso di “Belladonna” e “Labyrinth“, Gordon Beck ha contribuito con il piano elettrico al nuovo disco. “Under the Sun” esce nel 1974, con Clive Thacker sostituito da Bryan Spring e Jocelyn Pitchen sostituito a metà della registrazione da Ken Shaw. Il disco risultante è una registrazione solida, anche se meno avventurosa della quella precedente, e mette in mostra alcune composizioni interessanti, in particolare la suite Sarsaparilla, che spazia dal brano di apertura A Taste of Sarsaparilla e Theme 1 Sarsaparilla al funk più oscuro di Theme 2 Feast Alfresco e all’apertura ambient di Theme 3 Rites of Man, che alla fine si risolve in un cupo groove funk che chiude il disco. A questo punto Carr ha stabilito una serie di convenzioni: brani basati sui riff su cui vengono sviluppati lunghi temi simili a serpenti prima di entrare in territorio solista, ballate aperte che, sebbene tenere, mantengono una certa oscurità, e brani più brevi, come il brano di apertura In Procession. A questo punto, I Nucleus – è fatale – stanno diventando leggermente prevedibili, e tuttavia la qualità dell’esecuzione, mantenuta in una certa misura fresca dall’infusione di “nuovo sangue“, e uno stile di scrittura avvincente, rendono “Under the Sun” pervaso da uno stile ormai accessibile  e dall’ascolto accattivante.

Snakehips Etcetera” (1975), “Alleycat” (1975), “Direct Hits” (1976), “In Flagranti Delicto” (1977), “Out of the Long Dark” (1979), “The Pretty Redhead” (BBC recordings 1971/1982), “Live in Bremen” (recorded 1971) compongono il resto della discografia di Ian Carr e dei suoi Nucleus, senza nulla aggiungere o togliere alla storia fin qui narrata, ai quali si seguono poi altre registrazioni uscite nel corso degli anni. Ian Carr è morto all’età di 75 anni il 25 febbraio 2009, dopo aver sofferto di Alzheimer. Il mese successivo si è tenuta una cerimonia commemorativa al Golders Green Crematorium di Londra. Oltre al collega membro dei Nucleus Geoff Castle, i relatori dell’evento includevano l’artista Gerald Laing, l’autore, critico e conduttore televisivo Alyn Shipton, Mike Dibb (con il quale Carr ha collaborato a due film su Miles Davis e Keith Jarrett) e gli studenti di Carr Julian Joseph, Sara Dillon e Nikki Yeoh. Con lui si spegne una parte importante della voglia di sperimentare, di andare oltre, tipica di quegli anni. I dischi dei Nucleus sono li, a testimoniare un recente passato che risulta affascinante e impossibile da dimenticare. Ascoltare l’entrata della tromba in Torrid Zone è ancora qualcosa di ineguagliabile…

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