Hunka Munka: “Foreste Interstellari” (2021) – di Alessandro Freschi

Nella mia mente contorta mi creo uno spazio credibile e tra i mille alveoli del mio cervello si scatenano milioni di scintille”. Nel ragguardevole casellario che custodisce gli originali soggetti delle copertine anni settanta, per qualche motivo riconducibili al movimento pop o progressivo che dir si voglia, trova inevitabilmente posto il giallo copri-water apribile del gatefold di “Dedicato a Giovanna G.”. È l’opera prima di Roberto Carlotto, in arte Hunka Munka, pubblicata dalla Dischi Ricordi nel 1972. Detentore di un vero e proprio ‘arsenale di strumenti’ composto da Mellotron, Hammond modificati, Leslie e primordiali batterie elettroniche, supportato nella stesura delle liriche dal ‘tandem radiofonicoHerbert Pagani e Annalena Limentani, il tastierista poco più che ventenne, aveva coinvolto Gianfranco Lombardi, bassista dei Ribelli di Celentano, il batterista Nunzio ‘Cucciolo’ Favia (Osage Tribe) ed un ‘ancora sconosciuto Ivan Graziani (Anonima Sound) per dare corpo ad un lavoro interessante, nel quale mischiava emozionali vibrati folk con melodie sinfoniche dal grande respiro. In seguito, nel 1974, dopo alcune apparizioni al fianco di Alberto Radius e la Formula 3, Carlotto era entrato (con Favia) in pianta stabile nella line-up dei Dik Dik, portando al successo brani come Help Me, Piccola Mia e Volando, rivisitazione curata da Alessandro Colombini di Sailing di Rod Stewart.
Sostituito da Joe Vescovi dei The Trip, nel 1980 abbandonava il gruppo che ‘sognava la California’ per dedicarsi ad un’altra grande passione trasmessagli dal padre, il collezionismo di auto d’epoca. Adesso, a circa mezzo secolo dal debut-act, riappropriatosi del moniker Hunka Munka, Roberto Carlotto, sotto l’egida della Black Widow Records, torna sulla scena discografica con l’inedito “Foreste Interstellari” (2021) avvalendosi della complicità di Joey Mauro, tastierista calabrese con il quale, sotto le enigmatiche spoglie di Karl Otto e Sir J., in passato ha finalizzato progetti di matrice elettro. Ineluttabilmente, viste le particolari inclinazioni del tandem in gioco, sono le tastiere, in tutte le loro digressioni possibili, a fare ‘la parte del leone’ in una scaletta dove emergono vigorose velleità hard-rock ed un misurato ammiccamento a certe atmosfere seventies. Incastonati tra le trame si elevano intermezzi strumentali dalla suggestiva impronta cinematografica; la rarefatta incursione cosmica de La Solitudine delle Stelle e i fischianti ricordi de L’Uomo dei Trenini, piuttosto che la cavalcata hammond de I Cancelli di Andromeda ed il frammentario puzzle sonoro de La Stanza dei Bottoni ben si amalgamano con la ruvida timbrica e l’intonazione arcanamente tremolante dell’artista varesino.
Il brano che regala il titolo al lavoro appare tra i più efficaci anche se non passano sotto traccia neppure l’intro La Dama della Foresta e Amanti Come Noi, coinvolgente deja-vu in salsa Aphrodite’s Child o forse più genuinamente Dik Dik. Se in gioventù Roberto, era considerato dagli amici un vero e proprio ‘uomo polpo’ per la maestria nel sapersi destreggiare tra i tasti bianchi e neri dei fedeli (ed innumerevoli) strumenti, questo gradito ritorno attesta che, nonostante lo scorrere del tempo, i suoi tentacoli non si sono affatto irrigiditi e che, grazie al sostegno del fedele scudiero Joey, può indubbiamente permettersi di girovagare ancora serenamente “tra nebulose blu e corpi celestiali, orge di comete e stelle da ammirare“. Un consiglio: per chi se lo fosse perso, l’invito è quello di recuperare anche il provocatorio disco con la tavoletta da wc gialla in copertina. Si narra che al suo interno siano presenti fiori variopinti. Ed un Hunka Munka in bianco e nero, di spalle, intento a fare pipì.

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