Hugues de Courson e Pierre Akendengué: “Lambarena – Bach to Africa” (1993) – di Francesco Chiari

La teoria dello “scontro di civiltà” ci perseguita da trent’anni, grazie al libro di questo titolo uscito nel 1991 a firma di Samuel Huntington – politologo e docente a Harvard, ricordiamolo – ma come sempre le sue origini sono molto lontane, ad esempio nell’impero britannico, sebbene una delle opere simbolo di quest’atteggiamento è stata decisamente fraintesa; nel 1889 Rudyard Kipling pubblica The Ballad of East and West, il cui primo verso è diventato proverbiale, ossia: “L’Est è l’Est, e l’Ovest è l’Ovest, e mai i due si incontreranno”, ma gli altri tre versi che completano la prima stanza raccontano tutt’altra storia, perché dicono “finché la Terra e il Cielo si presenteranno al grande Trono del Giudizio divino / Ma non esiste né Est né Ovest, né Confine, né Etnia, né Nascita / Quando due uomini forti stanno faccia a faccia, anche se vengono dagli estremi confini della Terra”. In altre parole, quando due persone – e a maggior ragione due culture – si confrontano senza blandi irenismi, ciascuna sicura della propria storia ma anche aperta all’altra, possono avvenire incontri sorprendenti che arricchiscono ambedue le parti.
A volte però una sola persona può davvero riassumere in sé due o più culture, come nel caso di Albert Schweitzer (18751965), personalità davvero poliedrica – medico e filantropo, musicista e musicologo, teologo, filosofo, biblista, pastore e missionario – che già nell’infanzia impara la convivenza culturale pacifica: suo padre Ludwig era pastore luterano in Alsazia, nel paesino di Gunsbach, che ancora oggi conta appena 988 abitanti, ma la sua chiesa, oltre a servire un altro paesino come Griesbach-Au-Val, di 765 abitanti, funzionava come luogo di culto comune alla religione cattolica e a quella luterana (ancora oggi le celebrazioni si suddividono in riti in francese, riti in tedesco e riti bilingui). Il piccolo Albert osserva come due diverse confessioni possono vivere in pace sotto lo stesso tetto, e questo quando l’ecumenismo era poco più di un concetto. Nella chiesa dove predicava il padre si svolsero anche le registrazioni che Schweitzer fece dell’amato Bach – cui dedicò testi che rimasero fondamentali fino alla revisione critica del musicista iniziata nel 1962 – prodotte per la Columbia da Goddard Lieberson, in seguito presidente della stessa casa discografica. Questo ci porta a “LambarenaBach to Africa“, registrato nel maggio 1993 per la piccola etichetta francese Celluloid ma in seguito ristampato dalla Sony Classical che lo diffuse in tutto il mondo – perfino in Turchia! – nel quale appunto la musica bachiana e quella africana si incontrano nel modo che si vedrà.
Il progetto si deve ad un’intuizione di Mariella Bértheas, un’imprenditrice di successo ma non una musicista né una musicologa, la quale sul retro del disco afferma: “Tramite l’esaltazione, la regia ritrova il ritmo. Tramite l’esaltazione, il ritmo ritrova la regia. A Lambarene, Albert Schweitzer ha realizzato l’incontro dell’Europa e dell’Africa tramite la musica”.
Chiariamo subito il senso di questo “incontro”: per limitarci all’area francese, la musica di Johann Sebastian Bach aveva già visto approcci peculiari, che vanno dalla trascrizione corale degli Swingle Singers – la loro versione della “Aria sulla quarta corda” è nota in Italia come sigla di Quark – al miscuglio indigesto del “Play Bach” (1989) presentato dal pianista Jacques Loussier, che Giorgio Gaslini definì a me il modo perfetto in cui non si devono unire jazz e classico (una curiosità prima di procedere: in entrambi gli organici fu più volte ospite il grande batterista Daniel Humair, il quale dopo un seminario in cui gli feci da interprete mi disse ridendo che comunque erano begli ingaggi a livello economico). In questi contesti i due mondi, l’Est e l’Ovest per citare ancora Kipling, non trovano un punto di contatto perché una cultura si impone sull’altra a livello conscio o inconscio, ossia in poche parole la tratta da colonizzatore a colonizzato, e alla fine della fiera ognun per sé.
In “LambarenaBach to Africa” troviamo invece una precisa volontà di reperire gli elementi comuni alle due culture, volontà come visto assente negli altri tentativi, e possiamo individuarne subito uno nel senso del ritmo.
Prima ancora che da noi si diffondesse il jazz – visto da studiosi europei quali Piero Buscaroli e Paolo Isotta quasi alla stregua di una malattia tropicale – troviamo esempi riferiti al ritmo proprio in Bach: lo studioso Johann Nikolaus Forkel, nella sua biografia bachiana pubblicata a Dresda nel 1802, riferisce che “perfino nelle sue fughe, per quanto complesse fossero, creava una qualità ritmica sorprendente lieve, come se fossero minuetti”, col che non si capisce da dove salti fuori l’accusa di aridità rivolta al compositore. Anche il rettore della Scuola di San Tommaso, Mathias Gessner, definiva Bachomnibus membris rhythmicus”, ossia come diremmo noi “uno col ritmo nel sangue”. Del resto anche un fior di romantico qual era Hans Von Bűlow scrisse “In principio era il ritmo”, e guarda caso il ritmo governa la nostra vita fin dal concepimento. Ray Charles fu rimproverato perché lo scambio vocale fra lui e le Raelettes nella celeberrima What’d I Say ricordava troppo il suono del rapporto sessuale, al che lui si mise a ridere e commentò “Diamine, veniamo tutti da lì!”, e possiamo agganciarci a questa argutissima battuta per rimarcare che infatti veniamo tutti dall’Africa, come ormai non dubita più nessuno.
I quattordici pezzi di “LambarenaBach to Africa” nascono da un lungo lavoro dei due arrangiatori, Hughes de Courson e Pierre Akendengué, che si dedicarono al progetto per molti mesi proprio allo scopo di evitare quanto già dichiarato a proposito dei primi tentativi, e a tale proposito utilizzarono musicisti eurocolti, dieci gruppi vocali e strumentali dal Gabon e vari musicisti sudamericani – nel quarto brano, Herr. Unzer Herrscher, troviamo come ospite nientedimeno che Nanà Vasconcelos -i quali tutti rivelano anche ad un ascolto distratto la profonda unità di intenti da parte di ogni musicista, quasi a voler rendere palpabile il senso di condividere la volontà di unire le due culture, proprio come Schweitzer fu in grado di unire Europa e Africa nella sua vita e nel suo operato. Un’analisi punto per punto sarebbe quantomeno oziosa perché la bellezza di questo disco sta proprio nel senso di scoperta progressiva, di viaggio al centro della terra per citare Jules Verne, con sempre nuove rivelazioni ad ogni passo: Per citare solo qualche esempio, è stupefacente come nel secondo brano, SanKanda un canto tradizionale del Gabon trascolori senza strappi in Lasset Uns Den Nicht Zerteilen dalla “Passione Secondo San Giovanni” (BWV 245), con una comune affermazione della vita, oppure nel sesto brano, Bomb, troviamo la fusione realmente mozzafiato fra un rituale africano con tanto di battito di mani il coro Ruh! Wohl, Ihr Heilige Gebeine dalla Passione già citata, o ancora nel settimo brano, il canto del Gabon and the Pepa Nzac Gnon Ma si apre ad un episodio una volta di più stupefacente quando il Preludio dalla Terza Partita per violino solo si libra senza peso su un accompagnamento di balafon.
Avevamo parlato di un viaggio, e infatti non a caso troviamo una sorta di stazione di partenza e di stazione di arrivo. LambarenaBach to Africa si apre con un corale dalla Cantata numero 147, quello che magari conoscete col titolo inglese di “Jesus, Joy Of Man’s Desiring” cantato a voce sola “dal piccolo Aurélien”, come dicono le note, e si chiude con lo stesso corale ma eseguito da un coro che entra dopo un brano corale africano, e nel quale si inserisce la celeberrima frase organistica in terzine – la stessa cui si ispirò Sergio Endrigo per il suo classico del repertorio per ragazzi La marcia dei fiori (1969) – ma suonata su un organo elettrico, non su un organo a canne, dettaglio in apparenza secondario ma che invece possiamo considerare un tocco elegante di “modernizzazione” qui perfettamente inserito nel contesto. Davvero questo prezioso LambarenaBach to Africa è un monumento alla volontà di cooperazione, possibile solo quando le due culture conservano la loro peculiarità ma sanno anche aprirsi a quanto di bello si trova nell’altra, esattamente come avvenne per il dedicatario del lavoro. Schweitzer morì quando ero bambino, ma io lo sentivo sempre definire da tante persone, mia madre in testa, come “il santo luterano”, frase che adesso dopo il nostro discorso ha un senso del tutto peculiare, in quanto lui ha portato in sé le componenti peculiari delle due confessioni religiose ospitate nella chiesa dov’era pastore suo padre. Lasciamolo dire proprio a lui: Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione […] Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio”, e certo gli sarebbe piaciuto l’incontro di quattro anni fa fra Papa Francesco e i luterani, ne siamo pressoché sicuri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: