Hero: “Hero” (1974) – di Piero Ranalli

Un gruppo italiano degli anni 70, poco conosciuto. Massimo Pravato (chitarra e basso) originario della provincia di Venezia, già dagli anni 60 aveva suonato con diverse band della zona di Padova (The Bart’s Group e I Delfini). Nel 1970 suonò per un paio d’anni con un gruppo di Udine, gli Upupa, nei quali militava anche il tastierista inglese Robert Deller. Quando i due se ne andarono dagli Upupa formarono con il batterista padovano Umberto Maschio un trio, con il quale si trasferirono in Germania. Lì ebbero modo di suonare in un locale di Monaco e di registrare un album nel 1972 a firma Hero che, di conseguenza, li portò a firmare un contratto con la Poliband, proprietaria dell’etichetta PAN. Nel 1973 accadde un evento tragico, Massimo Pravato morì in un incidente d’auto e l’omonimo album venne stampato un anno dopo, aggiungendo ulteriore peso allo strano stato d’animo dell’incisione. Questo li penalizzò nella promozione perché fu ignorato da molti. Attualmente il loro vinile originale è diventato un oggetto molto ambito dai collezionisti. Musicalmente “Hero” (PAN 1974) potrebbe essere classificato, da un punto di vista superficiale, come rock sinfonico italiano invece, quello che secondo me emerge come filo conduttore dei brani, è un umore oscuro e cupo che viene orchestrato così bene dalla band da lasciare, in alcuni passaggi, addirittura estasiati.
Più lo ascolti e maggiore diviene la consapevolezza di trovarsi al cospetto di un grande disco, un suono originale, scarno, essenziale, sperimentale e psichedelico, con riff di chitarra poderosi, suoni di organo sognanti ed una sezione ritmica decisa. I testi delle canzoni sono in inglese, veramente ben interpretati da Deller (l’organista) che con il suo stile ricorda il grande Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator, consolidando l’alone plumbeo che avvolge l’intero album. Un prog vigoroso con arrangiamenti piacevoli e scambi tra organo e chitarra che li eleva ad un’espressione non riconducibile a quella di altre band italiane dell’epoca. Inoltre, il loro trapianto in Germania probabilmente contribuì a fornire alla loro musica una natura abbastanza eclettica e sperimentale. L’album inizia con Merry go round: mentre il batterista rulla delicatamente sui piatti e le pennellate di chitarra scivolano dietro il cantato, Massimo Pravato diventa il protagonista indiscusso di questo spettacolo con i suoi riff pesanti di chitarra, mantenendo un buon equilibrio tra morbido e pesante, contrasti tipici presenti in tutto il disco.
Forse la sua morte prematura nel 1973 non fa che aumentare la mistica del suo modo di suonare, ma la sua tecnica è piuttosto singolare e insolita. Crumbs of a day si apre con batteria, basso, chitarra e organo fluttuante, una jam influenzata dal free-jazz che alla fine si trasforma in una canzone dai toni dark, dove il cantato di Deller è davvero notevole. Sunday best, aprendo con uno xilofono, mostra più varietà rispetto ai primi due brani: un gioiello che con il suo intro pacato ricorda molto il suono di Canterbury, solo molto, molto più oscuro. La canzone richiede un po’ di tempo per raggiungere il suo apice, il crescendo è enorme e gli ultimi minuti sono una potente realizzazione d’insieme che finisce bruscamente. Seminar è una traccia abbastanza aggressiva, con organo e chitarra prominenti, con le voci alla Hammill che vanno e vengono. Children’s game in alcuni momenti è crudo e aggressivo, una combinazione di art rock e progressive. Knock si apre con musica e voce che gridano in stile molto avant-garde ma, nel giro di poco tempo, la canzone cambia umore e termina con dinamiche intense della voce e un panorama sonoro più melodico.
Clapping and smiling è una traccia eccezionale, con un bel pianoforte e una chitarra acustica che caratterizzano l’umore iniziale, poi le cose tornano ad essere potenti con la voce dura, la batteria in stile Bill Ward e la chitarra che chiede di essere suonata ad alto volume. L’ultima parte della canzone rallenta di nuovo e diventa psichedelica, con un cantato vagamente Barrettiano, per poi articolarsi attraverso una chitarra fantastica, mostrando momenti interessanti e una solida interazione tra i musicisti. Dew drops esordisce sperimentale e psichedelico: quando l’organo si unisce alla batteria, inizia a suonare tenebroso e minaccioso con la chitarra complice in questa aggressione sonora, poi torna la calma che lentamente reintroduce l’organo e segue la chitarra che porta a conclusione il brano. L’album si chiude con l’acustica Buzzard, completa di una cupa sezione di parole narrate. Qui il testo si fa sconcertante, simile a una poesia oscura. Degno epilogo di questo disco stupendo, indirizzato a smussare le spigolosità sonore esternate nei brani precedenti.

Robert Deller (tastiere, voce). 
Massimo Pravato (chitarra, basso).
Umberto Maschio (batteria).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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