Hawkwind: “Hawkwind” (1970) – di Pietro Previti

Allucinati, caotici, eccentrici ma anche fortemente determinati e originali. Così dovettero apparire quei fricchettoni fumati agli occhi di John Peel, invitato ad assistere sul finire del 1969 a un’esibizione di nuove proposte alla All Saints Hall di Nothing Hill, Londra. Si trattava pur sempre di una rassegna minore di band sconosciute, sotterranee o poco più che amatoriali, destinate a sciogliersi l’indomani seguente. Quell’accozzaglia di sballati sembrava possedere però una marcia in più, anche se difficile da intravedere. Si erano intrufolati alla manifestazione così impreparati che, al momento di salire sul palco, non avendo dato un nome al complesso vennero annunciati con il fantomatico appellativo di Group X; non avendo un proprio repertorio, pensarono di aggredire e stravolgere la classica Eight Miles High dei The Byrds, tramutandola in una lunghissima jam acida. Tanto bastò a Peel, già affermato disc jokey per BBC Radio One, per suggerire a Douglas Smith, l’organizzatore dell’evento, di non perdere di vista quei ragazzi. Cosa che Douglas fece, tanto da assicurare alla formazione, nel frattempo denominatasi Hawkwind Zoo, un contratto con la statunitense Liberty Records. Ad appena pochi mesi da quell’esibizione la band era già tra le più attive e richieste del circuito degli eventi alternativi e gratuiti con concerti interminabili e sfibranti, ad alto tasso lisergico.
Del resto Dave Brock (voce solista, chitarra acustica, armonica, percussioni) e Mick Slattery (chitarra elettrica) erano parte integrante del movimento underground inglese di fine Sessanta. Provenivano entrambi da un’oscura band di blues elettrico, i Famous Cure, sparita senza lasciare alcuna traccia discografica, e abitavano in una comune proprio nel distretto di Notting Hill. Sembravano i cugini poveri dei Grateful Dead, quelli del periodo psichedelico che avevano fatto di Haight-Ashbury a San Francisco l’epicentro della Summer of Love americana. Il progetto prevedeva una band aperta, disposta ad ospitare tutti coloro che erano sintonizzati sulla stessa linea d’onda, mentre le esibizioni, arricchite da luci stroboscopiche ed effetti elettronici, potevano durare anche diverse ore grazie all’assunzione di LSD e avevano termine solo con lo sfinimento dei musicisti. Tra i primi ad aggregarsi in pianta stabile vi fu il bassista John H. Harrison, l’unico a non fare ricorso a droghe ma fortemente interessato alla musica elettronica, tanto da imprimere, almeno agli inizi, l’orientamento musicale della band.
A ruota arrivò uno sconosciuto batterista diciassettenne, Terry Ollis, che aveva risposto ad un annuncio distribuito a un seminario musicale. Per ultimi, a completare la formazione, vennero arruolati Michael Dik Mik Davies (tastiere) e Nicholas Nik Turner (sassofoni), promossi sul campo dopo aver fatto per un paio di anni da roadies proprio ai Famous Cure. Nel frattempo il nome era stato accorciato in Hawkwind. A riguardo lo stesso Brock non ha mai chiarito l’origine della denominazione della band. Sulla base delle tematiche Sci-Fi presenti nelle canzoni, molti ritenevano che l’appellativo del gruppo fosse stato estrapolato da uno dei racconti di fantascienza dello scrittore inglese Michael Moorcock, ipotesi avvalorata dal suo coinvolgimento in alcuni lavori successivi. Altri attribuiscono invece una resa onomatopeica alla parola Hawkwind, imputandola agli scostumati modi di Turner di stare in pubblico. Dick Taylor, chitarrista di provata esperienza e membro degli iconici The Pretty Things, in quei primi mesi del 1970, libero da impegni con la sua band, aveva cominciato a frequentare Brock e gli altri ragazzi suonando come ospite in qualche loro concerto. Quando nel mese di marzo gli Hawkwind entrarono in sala di registrazione ai Trident Studios decisero di coinvolgere proprio Dick per il ruolo di produttore.
Il compito si rivelò decisamente più arduo del previsto per l’insofferenza della band di Brock a sottostare a suggerimenti e indicazioni dello stesso Taylor e di Barry Ainsworth, ingegnere del suono. Questi, con i giorni che passavano velocemente e la crescente difficoltà a trovare un sound originale alla band, per ricavare qualcosa di decente da quelle sedute decisero di registrare in presa diretta come se si trattasse di un’incisione dal vivo. Un’altra grana si era inaspettatamente verificata appena pochi giorni prima di entrare in studio: Mick Slattery aveva deciso di mollare il gruppo sentendosi inadeguato a intraprendere una carriera professionistica. In sua sostituzione arrivò una vecchia conoscenza di Brock, un certo Huw Lloyd Langton; a quanto pare questi gli vendeva le corde per chitarra quando era ancora un busker, e tanto gli bastò per entrare nella formazione. È il caso di ritenere che entrambi gli inconvenienti si rivelassero in realtà circostanze assai propizie all’omonima opera prima degli Hawkwind, che venne pubblicata il 14 agosto 1970, anticipata dal singolo Hurry On Sundown / Mirror Of Illusion uscito il 31 luglio di quello stesso anno.
Il long-playing si apre proprio con Hurry On Sundown, brano di Brock risalente al periodo in cui si manteneva facendo il musicista di strada. Il raffinato arpeggio chitarristico iniziale si tramuta in un’invocazione tardo hippie dal sostenuto fraseggio blues con convincente assolo di armonica. Segue la strumentale The Reason Is? dall’andamento space-psichedelico che apre al primo capolavoro dell’album, Be Yourself. L’incedere ossessivo e tribale della sezione ritmica sostiene gli assoli di Turner ai sassofoni e i riff metallici di Lloyd Langton alla chitarra elettrica, interrotti dagli squarci elettronici di Dik Mik. Ci troviamo immersi in atmosfere già lontanissime rispetto all’ingenua canzone d’apertura, rese ulteriormente più cupe dalle vertigini claustrofobiche e terrorifiche delle successive Paranoia Part 1 & 2 poste a cavallo dei due lati del trentatré giri. La notevole Seeing It as You Really Are è un delirio free-form di undici minuti che compendia in una suite ipersonica suoni, emozioni e sconvolgimenti freak-spaziali. La valida Mirror of Illusion, in versione estesa rispetto al singolo, è il capitolo finale di questo lavoro di debutto e ne chiude il cerchio, riportando il mood generale agli iniziali lidi di partenza.
Indovinata è anche la colorata copertina dell’album firmata da Arthur Rhodes, in cui alcuni dragoni antropomorfi appaiono fuoriuscire da cespugli di foglie; alcune di queste, librandosi in cielo, compongono il nome del gruppo. Con il passaggio alla United Artists e l’arrivo di Robert Calvert, di Lemmy The Lurch Kilmister e della sensuale ballerina Stacia Blake seguiranno altri seminali album che rispondono ai nomi di “In Search of Space” (1971), “Doremi Fasol Latido” (1972) e il doppio dal vivo “Space Ritual” (1973). La saga galattica comincia però con questo disco, umile ed eroico al tempo stesso, apparentemente trascurato se non da intere legioni di metallari e punkettari che lo porteranno sempre nei loro cuori. Del carrozzone Hawkwind Dave Brock resta il principale compositore ed animatore, oltre che l’unico componente in pianta stabile, ancora oggi che di anni ne ha compiuto settantanove (il 20 agosto 2020).

1. Hurry On Sundown 4:50. 2. The Reason Is? 3:30. 3. Be Yourself 8:09. 4. Paranoia Part 1 1:04.
5. Paranoia Part 2 4:11. 6. Seeing It as You Really Are 10:43. 7. Mirror of Illusion 7:08.

Tutti i brani sono di Dave Brock & Hawkwind.
Dave Brock: voce solista, chitarra Acustica a sei e dodici corde, armonica, percussioni.
Huw Lloyd-Langton: chitarra elettrica. Nik Turner: sax alto, voce, percussioni.
John A. Harrison: basso elettrico. Terry Ollis: batteria.

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