Gustav Mahler: “Sinfonia n. 1 “Il Titano” – di Marco Fanciulli

Gustav Mahler ovvero la poetica del primitivismo. Esiste un trait d’union tra Mahler e Igor Stravinskij: cotesto punto in comune è la rappresentazione del mondo primitivo nella poetica musicale con conseguente devozione verso una primordialità incorrotta dell’uomo. Per il resto l’approccio dei due compositori è differente. In Stravinskij il mondo primitivo è il ritorno all’apotropaismo della Russia pagana e ai suoi miti animisti. Tutto parte dall’uomo, dalle sue credenze. La visione prospettica è incentrata sull’anima primitiva del popolo russo, quindi sull’essere umano in quanto tale; mentre la natura è lo sfondo entro il quale l’uomo si inserisce come protagonista e non come spettatore. In Mahler accade il contrario: è la Natura a fare da protagonista è non l’uomo. L’uomo partecipa al grande evento fenomenologico del Creato inizialmente come spettatore; in seguito alla ricerca del suo posto nel mondo. È il tema principale della prima delle nove sinfonie di Mahler, “Sinfonia n. 1 in Re maggiore” anche conosciuta come “Il Titano“, nello schema classico di quattro movimenti, eseguita per la prima volta nel 1889 dopo vari rimaneggiamenti. Inquadrare un’opera come il Titano non è facile, perché ci troviamo di fronte a un passaggio fra due culture musicali: un Ottocento non ancora completamente alle spalle e gli umori di un Novecento alle porte e già prefigurato. L’opera ebbe una gestazione lunga e difficile che richiese numerose revisioni e riadattamenti, oltre alla soppressione di un quinto movimento. Non staremo a dilungarmi sulla gestazione del componimento perché saremmo soltanto prolissi. Quello che ci interessa è comprendere il significato dell’Opera.
Il titolo innanzitutto: “Il Titano” è un’opera letteraria dello scrittore tedesco Jean Paul Richter (Der Titan), romanzo-novella di grande caratterizzazione romantica dove, in mezzo alle vicende umane, traspare il risveglio della natura in primavera come metafisica dell’anima della nazione germanica. La composizione si può definire non tanto una sinfonia classica quanto un “racconto sinfonico” in quattro capitoli-movimenti. Il primo movimento è tutto incentrato sul risveglio del bosco in primavera dopo il letargo invernale ed è un esempio di alta poesia sinfonica. Non tanto per la novità del tema, perché abbiamo già dei precedenti (la “Pastorale” (Sinfonia n. 6 in Fa maggiore) di Ludwig van Beethoven per esempio) quanto per l’elemento aulico e descrittivo degli eventi ad opera del Suono e del suo ruolo. Si perché il Suono – e qui sta la novità già novecentesca – diventa l’architetto della rappresentazione fenomenica; l’intensità del Creato, che si risveglia con i canti degli uccelli, gli alberi in fiore, viene descritto con l’intelaiatura del Suono che qui diventa creazione musicale in nome della Natura; ovvero un suono aulico e solenne che si fa esso stesso impalcatura musicale dei fenomeni naturali. Oseremmo dire che siamo di fronte a un linguaggio musicale intrinsecamente espressionista, nel vero senso del termine: e cioè che “esprimeil Creato, e lo fa costruendo la scena del bosco e dei suoi eventi. Ed è una visione totalizzante e a lungo spettro spaziale. Perché qui il bosco è il tempio pagano ove gli eventi si manifestano all’uomo, un tempio di una profonda spazialità; i suoni si susseguono come inseriti in uno spazio ignoto e misterioso – il mistero delle selve – all’orizzonte ampio e indefinito.
Dove sta la modernità di Mahler? Nello stupore davanti al Creato? No. Perché altrimenti saremmo ancora fermi a Beethoven e allo “Sturm und Drang” dei romantici. La modernità di Mahler risiede nella rappresentazione espressionista del mistero della Natura intesa non più come un corpus unitario sacro, bensì come un tempio dominato dall’ignoto e popolato di voci misteriose, tra echi di fanfare e suoni persi nel silenzio. L’uomo è terrorizzato da questo mistero di cui egli non è in grado di conoscerne fino in fondo la scaturigine. Con il secondo movimento entra in gioco l’uomo è tutto si svolge a ritmo di danza. Qui si affacciano le infatuazioni di Mahler per le danze contadine della Boemia cui assistette da giovane e, per tanti, il rimando a una cultura ancestrale contadina. Ed è qui che troviamo il punto più vicino a Stravinskij: la nostalgia per un passato incorrotto che non ritornerà mai più. Però in Mahler è sempre la componente espressionista dominante, ricerca formale per esprimere un quid emotivo; elemento che allontana sia dal patriottismo primitivista stravinskyano, sia dal romanticismo bucolico beethoveniano, sia dal classicismo mozartiano. Con il terzo movimento si volta pagina. Dopo la spensieratezza apparente del secondo tempo espressa in chiave di Scherzo subentra la Marcia Funebre del cacciatore, scortato da un corteo degli animali del bosco.
I riferimenti musicali risiedono sempre nel bagaglio folclorico del patrimonio contadino e fiabesco mitteleuropeo e – cosa singolare – c’è pure una ripresa del celebre motivo popolare “Fra Martino campanaro“, a guisa di canto funebre. Ma sopra il tutto aleggia un’atmosfera triste che va oltre al dolore funereo: è la crisi che deriva dalla debolezza dell’uomo. Anche qui una prefigurazione del Novecento: il dramma psicologico (Friedrich Nietzsche aveva già messo in crisi gli ideali borghesi e positivisti del XIX secolo). Il quarto movimento chiude l’opera in pompa magna trionfale. È qui ci avviciniamo alla poiesis wagneriana. Tutta la costruzione del finale è imperniata sulla lotta fra l’uomo e la soverchieria delle forze naturali e sul trionfo dopo la lotta: ed è qui che troviamo ancora una certa sensibilità romantica, mai del tutto sopita in Mahler. La lotta è eterna e Il trionfo è solo apparente. In realtà tutto è perennemente compromesso e non ci sono certezze; ogni volta che ci si illude davanti a un falsa certezza ecco che incombe qualcosa a rimettere tutto in discussione e a ripartire daccapo. Per l’uomo c’è solo una speranza nella redenzione. Ecco perché il finale è intitolato “Dall’inferno al paradiso“. La sinfonia “Il Titano” di Mahler non è soltanto la devozione alla primordialità del mondo, ma è anche una profezia degli umori del Novecento: la precarietà umana e la crisi dell’uomo contemporaneo. Se dovessimo associare quest’Opera a un capolavoro della pittura sceglieremmo “La Tempesta” di Giorgione; scelta motivata non dalle implicazioni teologiche e teosofiche del dipinto ma per il messaggio evocativo che promana circa la forza misteriosa della natura.

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