Gruppo Autonomo Suonatori: “Omnia Sunt Communia” (2021) – di Alessandro Freschi

Omnia Sunt Communia. Adesso è solo pace, nel segno della croce. Omnia Sunt Communia. Rimane un’utopia, così nei secoli sarà”. Appese su una parete color ocra, locandine snervate riecheggiano palinsesti di festival rock oramai dissolti. In loro prossimità la visione di un portone ad arco incoscientemente sembra volerci ricordare che ‘tutti siamo nati liberi’ mentre un graffito di bomboletta spray inneggia “Omnia Sunt Communia”, tutto è di tutti. È quanto mai allegorico l’artwork di copertina – realizzato da Pino Pintabona (Black Widow Records Staff) – con il quale il Gruppo Autonomo Suonatori tiene ufficialmente a battesimo il sospirato debut-act discografico dopo oltre un ventennio di onorata attività sul palco. Nato da un’idea di Claudio Barone al tramonto del millennio scorso, il progetto G.A.S. ha rivelato, da subito, un’istintiva attrazione per le sonorità tipiche del grande rock italiano degli anni settanta, rivisitando in più riprese i repertori delle band storiche del periodo.
Fisiologicamente esposto, nel corso degli anni, ad avvicendamenti in line-up, il combo spezzino ha mantenuta inalterata la sostanziale prerogativa artistica di ricercare assiduamente esperienze e collaborazioni anche al di fuori del nucleo base, confrontandosi di volta in volta con veri ‘maestri’ nel genere come Tony Pagliuca (Le Orme), Lino Vairetti (Osanna), Nunzio ‘Cucciolo’ Favia (Hunka Munka, Osage Tribe), Martin Grice ed Ettore Vigo dei Delirium. Attualmente oltre al carismatico vocalist-bassista Barone, impegnato anche al bouzouki e al mandolino nonché autore di quasi tutte le liriche del disco, in formazione sono presenti Antonio Imparato (sax e flauto traverso), Simone Galleni (chitarra, basso), Valter Bono (batteria e percussioni), Thomas Cozzani (synth, programmazione) e Andrea Foce (piano e flauto irlandese). Registrato presso gli HoleStudio di Follo Alto (SP) in Omnia Sunt Communia (Black Widow Records 2021) confluiscono naturalmente riverberi del variegato background di cui il sestetto è depositario.
Leggiadre ballad folk dal retrogusto medievale si alternano suggestivamente a solenni aperture di rock sinfonico, lasciando qua e là spazio ad intermezzi jazzistici. L’interpretazione di Barone ben si incastona negli orditi narrativi di un album che scorre via senza particolare inciampi e che imprigiona nella seconda parte la sua essenza più luminosa in virtù di passaggi come
Il Richiamo della Sirena, Il Sacco di Bisanzio e dei solenni nove minuti del brano che dà il titolo all’opera. Distribuito, oltre che nei tradizionali formati, in edizione limitata (tiratura di sole 66 copie) su vinileyellow marbled“Omnia Sunt Communia” si rivela il bramato start-point artistico di una ispirata compagine, degna di accomodarsi alla tavola del camaleontico palinsesto new prog di casa nostra. Giocherellando con l’acronimo potremmo affermare di aver assistito, dopo una estenuante attesa, ad una partenza a tutto G.A.S..

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