“Grande Torino”: l’epopea degli “invincibili” – di Luigi Minerva

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola… a snocciolare i nomi della formazione del “Grande Torino” sembra quasi di ripetere qualcosa di immortale. Qualcosa che ricorda un testo sacro. Nomi scolpiti nel marmo di una leggenda irripetibile che con gli anni, invece di perdere memoria, hanno acquisito una sorta di sacralità parossissitica e ineguagliabile. Generazioni di tifosi attaccati non solo al senso di appartenenza, ma a quell’inequivocabile ruggito del “quarto d’ora granata”, nato nel 1946, con la scintilla che scoccava in campo al suono dei tre squilli di tromba di tale Oreste Bolmida, ferroviere di professione e tifoso granata nel tempo libero, che dalla tribuna di legno del Filadelfia dava il via con la simbolica e magica carica del suo strumento al cambio di passo della squadra che in campo si trasformava e faceva degli avversari un sol boccone.
Tra leggenda, mito e realtà, conti alla mano, solo nel 1946­-47 il Torino, tromba o non tromba, segnò ben 104 reti. Ma aldilà delle leggende e dell’immortalità cosa si intende per “Grande Torino“? Proviamo a passare una lente d’ingrandimento su quegli anni del mito granata. Con il termine “Grande Torino” si include tutta l’epopea della squadra granata di quel periodo, che va dal 1939 fino al maledetto giorno della tragedia di Superga, il 4 maggio 1949. La nascita del “Grande Torino” è attribuita e datata nell’estate del 1939, quando Ferruccio Novo assunse la presidenza della società succedendo all’ing. Giovanni Battista Cuniberti. Di lungimiranti vedute il neo-presidente portò una gestione d’ispirazione molto più modello club inglesi, all’avanguardia in quel periodo. Intanto il primo grande acquisto fu Franco Ossola dal Varese. L’anno successivo arrivarono Ferraris, Menti, Bodoira, Borel e Gabetto.
Il Torino adottò un sistema di gioco più moderno, preso d’ispirazione al suo creatore, l’inglese Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal fine anni 30 e chiamato “sistema” o WM. Un organizzazione di gioco meno difensivistica e più speculativa in attacco. Dopo qualche discreto piazzamento il Torino diventa “grande”. Nell’estate del 1942, in pieno conflitto mondiale, arrivano Mazzola, Loik e Grezar, tutti e tre già nel giro della Nazionale di Pozzo bicampione del mondo. È l’anno del double. Arrivano lo scudetto, il secondo della storia granata e il primo dell’epoca Novo, e la Coppa Italia. Ma è la guerra a fermare subito l’inarrestabile ascesa granata. Tra l’armistizio dell’8 settembre 1943, il paese diviso in due e massacrato dai bombardamenti alleati e i rastrellamenti nazi-fascisti, è impossibile portare a termine il campionato. E con molti calciatori finiti al fronte (i piu fortunati – tra cui tutto il “Toro” – vanno nelle fabbriche a produrre materiale bellico) quello che resta del campionato 1944 se lo aggiudicano i vigili del fuoco di La Spezia.
Evidentemente schemi saltati. Finita la guerra riparte il campionato e con esso il potere granata. Scudetto 1945-46, scudetto 1946-47, scudetto 1947-48, scudetto 1948-49. Potere assoluto, e si compiono record su record. Come il 10-0 nel derby con l’Alessandria (migliore vittoria di sempre in serie A tuttora ineguagliata), i 125 gol segnati nella stagione 1947-48 o i 10 giocatori granata presenti nella formazione di partenza di una Italia-Ungheria l’11 maggio 1947 a Torino. La Nazionale era praticamente il Torino. Oramai i giocatori del “Toro” sono vere e proprie star e vengono spesso chiamati per esibizioni amichevoli e tournée. Come nel 1948 in Sudamerica, quando con lo scudetto già in tasca vanno ad esibirsi con Corinthians, Portuguesa, Palmeiras e Sao Paulo. E la stessa cosa capita nel maggio 1949, quando è il Benfica a chiamare il Torino.
Il tutto nasce dall’amicizia tra Valentino Mazzola e il capitano del Benfica Francisco Ferreira. Il giocatore lusitano chiese la presenza del Torino a Lisbona per un incontro amichevole. C’è chi dice per difficoltà economiche, chi invece per dare lustro alla società con un’amichevole internazionale (le coppe europee non esistevano ancora). Fatto sta che il 3 maggio 1949 Torino e Benfica scendono in campo allo Stadio Nazionale di Lisbona davanti a 40.000 spettatori. In palio c’è la Coppa Olivetti, simbolico trofeo messo a disposizione dagli stabilimenti SIDA-Olivetti presenti in Portogallo. Per la cronaca, in un cornice festosa, la partita finisce 4-3 per il Benfica. Il ritorno è previsto il 4 maggio 1949. Squadra e staff ripartono con il trimotore FIAT G.212 che li aveva accompagnati anche nel viaggio di andata. Partenza ore 9:40 dal Portogallo, scalo intermedio a Barcellona alle 13 e arrivo in Italia previsto nel tardo pomeriggio. Ma in Piemonte quel giorno il tempo è pessimo, con forte pioggia e fitta nebbia. Verso le 17 l’areo si schianta sulla collina di Superga. Non ci sono superstiti, muoiono tutte le 31 persone a bordo.
Della squadra, di quella magnifica squadra, si salvano solo Toumà, infortunato al menisco e il portiere di riserva Gandolfi (gli fu preferito il terzo Ballarin) che non presero parte a quella trasferta. È la tragedia. Un profondo sentimento di lutto investe tutto il paese, i funerali del 6 maggio al Duomo di Torino si svolgono davanti a oltre 600.000 persone e l’evento è trasmesso in radiocronaca diretta. Praticamente funerali di stato. È la fine del mito e l’inizio di una leggenda. Ma fermiamoci un attimo, mettendo da parte per un momento il lato umano, e guardando il tutto solo da un punto di vista sportivo. Quanto ha perso il Torino in quegli anni? Perché se da un lato per fermare gli “invincibili” ci è voluta solo la fatalità e la tragedia di Superga, è vero anche che l’interruzione della guerra ha tolto altri titoli a quella squadra e quindi indirettamente anche alla società di oggi.
Quanti scudetti conta il Torino oggi? Sette. Se proviamo ad aggiungere i campionati 43-44 e 44-45 che probabilmente avrebbe vinto e se di fantasia provassimo a cancellare la tragedia di Superga (può sembrare un’azione speculativa ma per un attimo, per un mero conto matematico facciamolo) quanti campionati potrebbe contare oggi il Torino? E ci vogliamo aggiungere pure lo scudetto revocato 27-28? Beh, mi sa che una stella, la tanto ambita stella simbolo di 10 campionati vinti, l’avrebbe cucita sulle maglie a mani basse. Ma forse il Torino, il “Grande Torino” si ama proprio per questo. Perché la leggenda va oltre il risultato sportivo. Quella leggenda che si tramanda da generazione in generazione. Con la tromba di Oreste Bolmida che suona ancora nei cuori e nell’animo granata.

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