Graham Bond: “Holy Magick” (1970) – di Pietro Previti

8 Maggio 1974. Aveva deciso di andarsene così. Ad appena trentasei anni aveva scelto una fine orribile. Straziato e reso irriconoscibile da un treno della metropolitana di Londra in transito alla Finsbury Park Station. Appena pochi giorni prima l’annuncio di John Hunt, suo manager, alla Stampa. Graham stava per rientrare nel circuito del “Grande Circo“. Si era disintossicato, aveva messo la testa a posto. Era pronto a recuperare le posizioni perdute. Pronto a dimostrare le sue capacità di compositore, di talent scout e di esecutore fuori dall’ordinario. Semplicemente, sarebbe ritornato ad occupare la posizione che gli competeva. Ritornare ad essere il “Numero Uno“. Primato che certo, non fossero arrivati i Beatles e gli Stones con quella “musica bastarda“, non avrebbe perduto. Quel genere musicale, il Beat, che ad essere sinceri proprio lui aveva contribuito a creare. Appena qualche anno prima, nel 1961, la Graham Bond Organisation è il combo del momento. Bond viene consacrato nuova stella emergente del Jazz in Gran Bretagna. Nel complesso suonano Ginger Baker alla batteria, Jack Bruce al basso e John McLaughlin alla chitarra, quest’ultimo successivamente sostituito da Dick Heckstall-Smith ai sassofoni. In quei giorni Bond è il Re dell’Hammond, ma anche tra i primi a sperimentare con il Mellotron nel tentativo di arricchire e rinnovare con nuovi suoni e colori la propria musica. Sul più bello il gruppo si sfalda per le sempre più crescenti ambizioni personali dei vari membri. Da questo scioglimento si formano prima i Cream, poi i Colosseum.
Bond vede i musicisti della Organisation, i suoi ex comprimari, divenire stelle mentre lui resta fermo al palo, scivolando in un prematuro oblio. Proprio in quegli anni lo stato psichico e fisico di Bond comincia a peggiorare. Graham soffre di depressione che alterna a frequenti fasi maniacali. Soffre di gravi disturbi psicotici, insomma, aggravati da un crescente ricorso a sostanze stupefacenti. Sono anni difficili, anche economicamente. Nell’ambiente iniziano a circolare voci che Bond non ferma, anzi alimenta. La situazione diventa imbarazzante, difficilmente sostenibile, quando comincia ad affermare di essere figlio di Aleister Crowley. Sul finire degli anni Sessanta Bond è tutto preso da Magia, Occulto ed Esoterismo. Nel frattempo, nell’ambiente musicale quasi tutti cominciano a girargli le spalle. Tra i pochi a dargli una mano il vecchio amico Ginger Baker che lo vuole nel progetto Air Force. Il nuovo ingaggio dà fiducia a Bond, che ritrova ispirazione e creatività alle tastiere, ma anche al sassofono alto, strumento che spesso preferisce al primo. La ritrovata credibilità gli permette di strappare un contratto discografico per due album con la Vertigo, la label che la Philips Records ha da poco fondato per il pubblico giovane, appassionato di musica Rock e Underground. L’intenzione di Graham è di avviare con “Holy Magick“, questo il titolo del primo long playing che appare già nel 1970, un percorso durevole con i suoi ascoltatori. Il disco dovrebbe costituire il primo tassello di una serie di pubblicazioni rivolte alla magia cerimoniale ed all’occulto.
L’obiettivo di Bond è quello di trasfigurare il sé stesso musicista in una sorta di stregone, capace di interpretare la Cabala e leggere i Tarocchi. Affidandosi a lui l’ascoltatore verrebbe iniziato ad una realtà onirica e metatemporale, finalizzata alla ricerca della Luce e della Pietra Filosofale. Questo fine viene rimarcato da subito, a cominciare dal primo lato dell’album. Prima di intraprenderne l’ascolto, gli aspiranti adepti sono invitati a creare un’ambientazione propizia al rito, con l’accensione di candele, di incenso o, in mancanza, di carbone. L’obiettivo è arrivare ad una predisposizione di rilassamento spirituale idonea a recepire la Conoscenza del Supremo, il temibile Thee, e la Verità dei Misteri. Solo una volta creata questa catarsi iniziatica è possibile abbassare la puntina sui primi ventuno minuti di musica, suddivisi in tredici ininterrotti brani, alcuni dei quali di durata inferiore al minuto. I titoli sono esplicativi di per se. MeditationAumgn, The Qabalistic Cross, Invocation To The Light, Hymn Of Praise, The Holy WordsIao Sabao. Il rito magico di Bond viene esposto in forma di suite compiuta, sebbene gli stilemi non si discostino dal genere che lo ha reso famoso. Una commistione di Jazz e di Blues, annaffiata da eleganti e convincenti aperture Prog affidate ad un manipolo di accompagnatori abili ed esperti, sebbene non conosciutissimi. Tra questi figura anzitutto la giovane moglie afroamericana Diane Stewart, alla quale in quel frangente si devono le ritrovate condizioni di salute fisica e mentale del marito. Diane figura tra le vocalist del disco, ma compone anche alcuni brani.
Della partita fa parte anche un’altra coppia, quella formata da Annette e Victor Brox, una delle voci più calde del Blues d’Oltremanica e, proprio in quei giorni, sta vivendo il suo momento di maggiore notorietà grazie alla partecipazione al cast di “Jesus Christ Superstar” nel ruolo di Caifa. A completare la formazione, tra gli altri, il bassista francese Rick Grech (già membro dei Family), Alex Dmochowski (basso elettrico) e John Moorshead (chitarra elettrica) provenienti da The Aynsley Dunbar Retaliation. Il secondo lato dell’album mantiene un livello alto e convincente grazie alla presenza di quattro canzoni dalla durata tra i quattro-cinque minuti. Apre Return Of Arthur, invocazione all’approssimarsi del ritorno dell’Era dell’Aquario, dal classico incedere à la Colosseum. Seguono The Magician, caratterizzato da un’alternanza di organo Hammond ed orgie fiatistiche, e The Judgement, avvincente errebì in odore di gospel. La conclusiva My Archangel Mikael è un brano rilassato ed intenso, come avrebbero potuto scriverlo Dr. John e Joe Cocker dopo un incontro a forte tasso alcolico.
Il secondo tomo per la Vertigo si intitola “We Put Our Magick On You“. Il disco esce nel 1971 ed è accreditato a Graham Bond with Magick. Della formazione precedente resta soltanto Diane, mentre la qualità degli accompagnatori appare inferiore, apparendo alla stregua di semplici comprimari. Le stesse composizioni, nonostante il ritorno alle tematiche care a Bond, appaiono meno interessanti e, talvolta, ripetitive. Terminato il rapporto con l’etichetta della spirale Graham approderà nel 1972 ad un’etichetta più commerciale, orientata all’Easy Listening, la semisconosciuta Chapter One. Con questa label inciderà un disco con un’altra leggenda del British Blues, il poeta e musicista Pete Brown. “Two Heads Are Better Than One” è un disco onesto, ma che poco o nulla aggiunge alla vicenda del Nostro. Sarà la sua ultima testimonianza discografica prima di andare incontro al suo destino. Molto meglio ricordarlo recuperando il live inedito di “Faces And Places Vol. 4“, pubblicato dalla francese BYG quello stesso anno. Si tratta di una registrazione dal vivo effettuata il 16 ottobre 1964 al Klook’s Kleek Club di Londra. Graham Bond si esibisce alla testa del suo quartetto classico composto da Jack Bruce, Ginger Baker e Dick Heckstall-Smith. Tutta un’altra musica, insomma, nonostante la qualità bootleg dei nastri.

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