Gnut: “Controvento” (2011) – di Isabella Dilavello

Il mese dei santi. Il mese dei morti. Il mese dei pensieri che si depositano in resistenza al rumore. Resistenza al rumore, alle dichiarazioni ogni ora, alle smentite, alle ritrattazioni. Resistenza al moriremo tutti, al salviamo il Natale, al chiudiamo in casa i vecchi, gli studenti, i bambini. Resistenza alle opinioni urlate dai balconi. I pensieri si depositano e raccolgo i fiori che non depositerò su nessuna tomba ché di tombe è pieno. Raccolgo i fiori da mettere tra i capelli, nel piccolo vaso di vetro trasparente sulla tavola della cena solitaria. In controtendenza: più tutti si riuniscono, si affollano con bicchieri mezzi pieni in mano, si pigiano nelle metro, si intasano in autostrade verso la campagna, più mi riparo e mi rintano. Chi era solo, è più solo di prima. Mi ritrovo tra le mie mani, ritrovo me e il resto del dolore di adesso. Ho tutto dentro, tranne le parole che forse non servono più. Nessuno è qui ad ascoltare.
Ada alla porta accanto non ha lavoro da marzo, non l’ha detto al padrone di casa per paura dello sfratto e spera, spera ancora: che i risparmi bastino, che il lavoro torni e sta sempre in casa, tranne il tempo per la spesa, non la incrocio più nemmeno sul balcone. E chi ha voglia di starci? Ha gli occhi gonfi, le mani frettolose sulle chiavi per aprire la porta e salutarmi in un ciao e basta. Mirco è in cortile da solo, fa rimbalzare il pallone contro il muro mentre dal quinto piano qualcuno gli grida contro un “basta” poco convinto e Mirco continua il suo gioco, come mia nonna continuava il disegno di carte del suo solitario dopo aver riattaccato il telefono al figlio un po’ sordo e lontano.
Laura ha il cane e ci parla, ha una bicicletta e ci parla, dice a quello che ama di fare attenzione, attenzione agli assassini e non mi vede nemmeno passare. Un vecchio esce dal supermercato con una lattina di ceci e una bottiglia di passata e si ferma d’un colpo per una cosa per terra che sembra un buono sconto ma non lo è e crea scompiglio, urti e anime urtate, e poi si fila tutti via. In tutto questo un tempo avrei trovato poesia, ora non c’è. Chi era solo, è più solo di prima. Io resto controvento. E non ho voglia di aver timore. Malgrado la paura.

E ho tutto dentro e poi mi accorgo che non ho parole
Non c’è poesia solo malinconia e malumore

E resto qui tra le mie mani e il resto del dolore
E resto qui tra le mie mani e una contraddizione

Me ne andrò controvento / Sarò via in un momento
Me ne andrò controvento / Sarò via in un momento
Ora vorrei spiazzare il tempo senza far rumore
Tutto và via mi lascia qui a guardarmi frantumare

Non c’è poesia nè voglia di aver timore
La cera brucia adesso non mi servono parole
Me ne andrò controvento /
Sarò via in un momento
Me ne andrò controvento / Sarò via in un momento

Mai più verrò / Mai più verrò / Mai più verrò / Mai mai mai più verrò.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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